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L’ossessione per il “food” è un segnale della nostra infelicità?

Lucandrea Massaro - Aleteia - pubblicato il 03/02/16

La morte del grande chef Benoit Violier ci induce a fare un primo ragionamento sulla nuova ossessione occidentale: il cibo

La morte tragica, da suicida, di un uomo nel fiore degli anni è una notizia che non si vorrebbe mai ascoltare, ma ci costringe – specie nel caso in cui la persona in questione è uno chef pluripremiato come Benoit Violier – a farci qualche domanda.

Per la Francia il suo ristorante di Losanna, “Hotel de la Ville Crissier” era il miglior ristorante del mondo. Benoit Violier era stato da poco messo al primo posto de “La liste” la classifica stilata da Parigi delle tavole top del pianeta, ma a volte il successo non basta. La mattina del 31 dicembre si è suicidato con un colpo d’arma da fuoco nella sua casa di Crissier (La Stampa, 31 gennaio)

Nessun thriller, nessun complotto, ma il sospetto che il mondo dorato delle cucine stellate e stellari che da qualche anno sono entrate, tramite i reality in tv, nelle case di tutti noi siano meno che un paradiso e assai più un piccolo inferno, fatto di stress e di competizione, di perfezionismo maniacale e sopratutto la spia di una nuova religione: il food.

Siamo, in Occidente, ossessionati dal cibo. Ogni anno buttiamo tonnellate di prodotti alimentari, e contemporaneamente aumentano i disturbi legati all’atto del mangiare sono esplosi: bulimia, anoressia in primis.

Dai dati riportati in letteratura si evince che, tra le ragazze di 15-18 anni, può presentare qualche disturbo collegato all’alimentazione al massimo il 5% di esse (considerando anche i disturbi sottosoglia).
Il rapporto tra femmine e maschi è di circa 9 a 1, ma il numero dei maschi è in crescita soprattutto in età adolescenziale e pre-adolescenziale.
Studi epidemiologici internazionali portano a stimare, nelle donne di età compresa tra i 12 e i 22 anni, una prevalenza dell’anoressia nervosa pari allo 0,0-0,9% (media: 0.3%) e della bulimia nervosa pari all’1-2%. Il 3,7-6,4% della popolazione sarebbe infine affetto dai disturbi del comportamento alimentare non altrimenti specificati (disturbi del comportamento alimentare-Nas): per queste forme l’età media d’esordio si colloca intorno ai 17 anni (Ministero della Salute)

E questo solo per l’Italia. Certamente queste patologie sono legate alla percezione di se stessi, oltre a diversissimi altri fattori, uno fra tutti quello dei modelli di bellezza che proponiamo ai ragazzi e in particolare alle ragazze. Solo ora qualcosa si muove con timide iniziative deontologiche o legislative che escludano le modelle più magre dalle passerelle. Ma il danno è fatto e soprattutto la tenaglia dell’immaginario collettivo in cui stringere le persone è preparata: da un lato “mangia!” con la divinizzazione del cibo e la “clericalizzazione” della figura del cuoco, trasformato in una sorta di guru; dall’altro “dimagrisci!” con la sacralizzazione del giro-vita e la costante ossessione per il corpo palestrato, modellato, rifinito e modelli di bellezza spesso insostenibili. Le guide Michelin hanno assurto al rango di testo sacro e la fortuna – anche economica – di uno chef dipende dai giudizi insidacabili degli “inquisitori” di questo libro rosso…

Il cibo è cultura, i frutti della terra vengono trasformati dall’arte culinaria e trasformati in nutrimento anche estetico. Si può capire in quale regione del mondo si è anche solo dai profumi della cucina tradizionale, dai sapori. Ma è proprio la dimensione culturale e quindi comunitaria del cibo che viene meno nella nostra società tutta ripiegata sul consumo individuale da un lato e dall’altra alla “pornografizzazione” della cucina tramite reality come Masterchef o altri. Non c’è momento della giornata che in tv qualcuno non stia tagliando un controfiletto, marinando delle alici o facendo sfrigolare delle padelle: si va dai classici programmi di cucina utili per chi non ha tempo fino alle durezze di Gordon Ramsey che umilia dei ragazzi per il solo fatto di averci messo 4 minuti invece che 3 nel cucinare un alimento. In fondo ha ragione Chiara Cecchini su Today:

Tutti abbiamo imparato a conoscere quell’atmosfera elettrica[dei Reality culinari, NdR], la pressione continua, lo stress, la cura maniacale per il dettaglio, l’ansia da prestazione, l’ossessione per la perfezione. Dalle poltrone dei nostri salotti godiamo nel guardare come la star mette in croce i propri aiutanti o i partecipanti ai talent show dedicati alla cucina. A volte quello che sembra entusiasmare di più il pubblico non è tanto vedere un piatto che vola in terra o scoprire che il soufflé si è sgonfiato, quanto il grottesco gioco al massacro che si crea in quelle situazioni. La “dilusione” è sempre dietro l’angolo ed è terribile. Fallire una prova, presentare un piatto eccezionale ma non perfetto, deludere le aspettative, è la cosa peggiore che possa accadere e non c’è appello. Anni e anni di talent show culinari ci hanno convinti di essere diventati tutti i più grandi critici gastronomici del mondo, anche se magari non sappiamo fare nemmeno un uovo in camicia e e non assaggeremmo mai un piatto più eleborato di una amatriciana. Eppure quando ci sediamo al ristorante (o magari pure alla trattoria della Sora Maria) assaggiamo tutto in punta di forchetta, pronti a mettere i voti. La cucina è un pretesto. In realtà ci piace guardare dal buco della serratura per scoprire le debolezze altrui, in una gigantesca seduta psicoanalitica (2 febbraio).

Ma la cucina dovrebbe essere il cuore della casa, e forse è proprio per l’assenza di cuore, per la difficoltà contemporanea di amare, di costruire relazioni autentiche, che preferiamo godere delle disgrazie altrui. Per non pensare alle nostre.

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