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Le Ultime Sette Parole di Gesù

Russell E. Saltzman - pubblicato il 03/02/16

Padre James Martin modella le ultime parole pronunciate da Gesù sulla croce per adattarsi al suo tema: “un invito a un'amicizia più profonda con Gesù”

Il segreto della predicazione è predicare partendo dalle Scritture. Non di più, ma sicuramente non di meno. L’impegno testuale può suscitare sorpresa, un po’ di timore reverenziale e a volte vecchie verità in modi nuovi e sorprendenti.

Il migliore approccio pratico era quello di Sant’Agostino. Oltre ad aver stabilito una direzione teologica millenaria per la Chiesa, a cui si fa ancora riferimento, ha anche aiutato a sviluppare l’arte omiletica. Ha ancora un profondo valore; è stato, scommetto, il primo Padre della Chiesa ad aver offerto davvero istruzioni omiletiche.

Avendo insegnato al college oratoria e un po’ di omiletica, un approccio sicuro che utilizzo è prendere il testo com’è e analizzarlo. Lo si può anche analizzare nell’omelia prima di rivelare qualsiasi conclusione, ma la regola è attenercisi il più possibile.

Un altro approccio lasciato intendere da Agostino è porre una domanda in tre parti: perché questo testo in questo giorno per queste persone? Ancora una volta, è analizzare il testo per vedere cosa potrebbe uscirne, applicandolo alla situazione e alle necessità di chi ascolta. Dà ai fedeli un’omelia biblica onesta, e se non è una “grande” omelia, almeno è un’omelia vera che parla alla nostra condizione e indica Cristo come nostro rimedio.

In un modo o nell’altro, il testo della Scrittura determina il tema omiletico; il tema non è predeterminato, né è imposto nel testo. Il testo è com’è, anche difficile. Un vecchio trucco tra i predicatori che si trovano di fronte a un testo complicato è usare dei diversivi – dire qualcosa del tipo “Il testo di oggi è tratto da San Luca, e mi ricorda un testo migliore di San Matteo”.

Il libro del sacerdote gesuita James Martin sulle Ultime Sette Parole di Cristo usa le sette parole come “un invito a un’amicizia più profonda con Gesù”, e modella le ultime parole di Cristo sulla croce per adattarsi a questo tema.

Martin è un autore molto popolare e ampiamente letto. Il suo primo romanzo, The Abbey, ha ricevuto molte lodi ben meritate. È anche un notevole oratore. Le sue riflessioni sulle Sette Parole sono state pronunciate il Venerdì Santo dello scorso anno nella cattedrale di St. Patrick di New York su espresso invito del cardinale Timothy Dolan per il servizio delle Tre Ore.

Ovviamente sostengo con fervore “un’amicizia più profonda con Gesù”, ma padre Martin rielabora i testi scritturali per un uso tematico. Non lascia che questi testi parlino da sé.

Ecco il mio problema: troppi omileti prendono dal testo quello che hanno già deciso che ci si trova.

Pensate a “Tutto è compiuto”, la Sesta Parola. Analizzare il testo significa chiedersi cosa significhi “compiuto”. Il predicatore deve richiamare la traiettoria della vita di Gesù, collocarla nell’economia della salvezza e poi descrivere per noi cosa vediamo in quella vita di Cristo ora finita sulla croce. La conclusione più attendibile è che quando Gesù ha detto “Tutto è compiuto” intendeva che tutto era realizzato, per noi, per la creazione, per l’intento creativo del Padre. Di tutte le Ultime Sette Parole di Gesù, solo questa Sesta Parola punta al telos, al fine della creazione di Dio. “Tutto è compiuto” diventa il grido trionfante della vittima, che proclama il regno di Dio sul cosmo, superando l’Opposizione.

L’approccio di padre Martin è diverso. Come indica il titolo del capitolo, la Sesta Parola di Gesù diventa “Gesù comprende la delusione”. Quando Gesù dice “Tutto è compiuto”, avrebbe potuto anche dire “Sono finito”, una reazione molto umana alla delusione. La conclusione è quindi che Gesù è un amico che può comprenderci perché capisce la delusione.

Padre Martin, permettetemi di dirlo chiaramente, non ha prodotto cattive meditazioni. Ci sono cose da cogliere e assaporare, ma a volte sono goffamente collegate a Cristo sulla croce. Ma considerando il tema di padre Martin, bisogna fare di tutto per adattarsi al sottotitolo: “Un invito a un’amicizia più profonda con Gesù”. Adattare il testo al tema non è tuttavia un buon approccio, perché è il testo, non l’omileta, a dover guidare l’omelia.

Russell E. Saltzman, ex pastore luterano, scrive sulla rivista First Things (https://www.firstthings.com/featured-author/russell-e-saltzman) e vive a Kansas City (Missouri, Stati Uniti). Il suo ultimo libro è Speaking of the Dead (http://alpb.org/books/speaking-of-the-dead/).[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
amiciziagesù cristo
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