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Ma la famiglia è una soltanto…

© Pavel L Photo and Video/SHUTTERSTOCK
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A pochi giorni dal Family Day facciamo il punto sulle evidenze scientifiche circa la famiglia

A pochi giorni dal Family Day che ha visto riuniti quasi due milioni di persone per manifestare in favore della famiglia e contro la sua umiliazione e omologazione a unioni “civili” e omosessuali tramite progetti di legge studiati a questo scopo, riportiamo un illuminante capitolo del libretto “Adozioni a coppie gay – cosa dice la Scienza” edito da Fede & Cultura e giunto alla quinta ristampa, del neuropsichiatra e neurochirurgo Massimo Gandolfini, promotore e portavoce del Family Day, che spiega come l’ideologia per la quale esisterebbero più tipi di “famiglie” e non una sola famiglia, quella composta di mamma e papà, sia contraria ai dati biologico-scientifici, medici e di buon senso.
La biologia dice il vero: “famiglia”. Non “famiglie”

“Il tema del matrimonio e della famiglia omosessuale ricorre quasi quotidianamente sui canali della grande comunicazione di massa. A livello istituzionale, legislativo e giuridico, diviene sempre più pressante la scelta strategica di legare il nobile e civile principio di “non discriminazione” (universalmente sancito dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo nel 1948, e largamente ripreso dalle carte costituzionali dei paesi democratici) al tema della cosiddetta “omofobia” e delle unioni omosessuali, delle quali si richiede con forza il riconoscimento di “famiglia”, con tutti i diritti a essa correlati.

In una recente sentenza della Corte di Cassazione, chiamata a esprimersi sul caso di un “matrimonio gay” celebrato all’estero e di cui si chiedeva trascrizione in Italia, si è affermato che

è stata radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso è presupposto indispensabile, per così dire “naturalistico”, della stessa esistenza del matrimonio.

Accanto allo stupore che ci coglie constatando con quanta leggerezza è diventato abituale strapazzare il ponderoso concetto di “natura”, è proprio su quel “naturalistico” che va posta speciale attenzione: proposto come una categoria culturale antropologica, quindi modificabile sempre e da chiunque, può essere il segno o di una dotta ignoranza (dal verbo “ignorare: non essere a conoscenza di…”) della biologia umana, o – peggio – del frutto dell’ideologia che pretende di relegare il dato oggettivo naturale nell’insignificanza di una categoria tradizionale, ormai obsoleta.

A dire il vero, ciò che è più preoccupante non è neppure la deriva ideologica in sé. Questa è figlia del clima relativistico che sta permeando la società globale e che ha portato, per esempio, la clinica londinese Tavistock (aprile 2011) ad autorizzare un trattamento ormonale bloccante lo sviluppo su bambini minori di 12 anni, che non abbiano ancora manifestato un chiaro orientamento sessuale, al fine di evitare lo stress della comparsa dei caratteri sessuali biologici, in attesa di una loro autonoma scelta di essere maschio o femmina. Anche a casa nostra non mancano episodi in sintonia con quella deriva ideologica. Basti pensare al comune di Milano dove, con l’anno scolastico 2011, si è proposto alle scuole materne un testo di fiabe, molto ben illustrato, che educhi al principio dell’uguaglianza di varie forme di “famiglie”, con due papà pinguini, due mamme gattine, e un nucleo “monoparentale” in cui un ippopotamo è contemporaneamente papà e mamma.

Certo si può rimanere “storditi”, ma ciò che è più preoccupante è che anche i luoghi della più alta elaborazione del pensiero che fa cultura – per ciò stesso destinati a “fare scuola” – abbiano abbandonato (o dimenticato!) lo strumento dell’uso della ragione che, proprio nell’analisi della biologia naturale, è il più sicuro antidoto all’irrazionalità ideologica.

La ragione ci assicura che la diversità sessuale M/F è genetica, ormonale e fenotipica, neurobiologica. La persona umana è una realtà strutturalmente sessuata, descrivibile e oggettivabile, e non una categoria culturale astratta, sottoposta alla libera scelta individuale, espressione di un desiderio, modificabile sulla base dell’autodeterminazione dell’orientamento sessuale. Il processo di differenziazione sessuale è guidato dal cromosoma Y, la cui presenza o assenza costituisce, rispettivamente, l’intera biologia maschile o femminile, anche a livello cerebrale, come le più recenti acquisizioni di neuroimaging funzionale ci stanno rivelando.

Il cervello maschile e femminile sono parzialmente, ma significativamente, diversi, sul piano anatomico e sul piano funzionale, tanto che ci sono numerosi scienziati che parlano di “cervello sessuato”. Nella donna, per esempio, è presente una minore specializzazione emisferica, una minore lateralizzazione del linguaggio e una maggiore connessione interemisferica, attraverso quella struttura di collegamento che è il corpo calloso. Per contro, nel maschio è presente una rigida dominanza (marcata lateralizzazione) del linguaggio a sinistra (cosiddetto “emisfero ingegnere”) e delle abilità visuo-spaziali a destra (cosiddetto “emisfero poeta”).

Perfino in studi condotti su soggetti “transessuali” (soggetto che si sente “imprigionato” in un corpo biologico che non gli appartiene) si è potuto documentare che la lateralizzazione cerebrale del linguaggio rimane maschile se il soggetto è maschio, e femminile se il soggetto è femmina, e non è modificata dalla terapia ormonale assunta ad hoc, e – tantomeno – dal personale desiderio di essere o sentirsi appartenente al sesso opposto.

Questo dimorfismo biologico è anche la base di un innovativo approccio clinico, noto come “medicina di genere”. Perché nascono più maschi che femmine (120/100) e i nati a termine sono più maschi che femmine (110/100)? Perché le convulsioni febbrili (140/100) sono più frequenti nei maschi, così come l’autismo, l’oligofrenia o la dislessia? La risposta sta proprio nel fatto che l’identità sessuata M/F (pur essendo certamente influenzata nel suo sviluppo da fattori ambientali e culturali) è rigorosamente determinata da fattori biologici naturali, strutturali, non modificabili sulla base di desideri o scelte individuali.

Il dato “naturalistico”, quindi, ci dice che maschio e femmina sono strutturalmente diversi e complementari, garantendo in tal modo tanto la riproduzione “naturale”, quanto il “naturale” allevamento/accudimento della prole.

Questa diversità complementare è “primordiale” per ciascun essere umano. Certamente esistono malattie in grado di alterare il processo di sessualizzazione – così come esistono condizioni in grado di scardinare la complementarietà sessuale che sta alla base della fisiologica crescita della prole (cosiddetta “triade relazionale fondante”: donna/madre, uomo/padre, identità figlio/a) – ma va sottolineato che stiamo appunto parlando di eventi patologici, di “guasti”, di “disfunzioni” che, in quanto tali, sono l’opposto della fisiologia, biologica e relazionale.

Questa fisiologia della vita in comune – luogo di complementarietà sessuale, di relazione affettiva, di riproduzione naturale e di crescita della prole – la cultura universale ha convenuto di denominarla “famiglia”. Ne deriva che, proprio sulla base di questi dati razionali, l’unione omosessuale non è assimilabile al matrimonio: gli attori della prima non sono biologicamente uguali agli attori del secondo. Allora, affrontare in modo diverso il tema del matrimonio e quello delle unioni gay, anche sul piano legislativo e giuridico, non è discriminazione, bensì ovvia conseguenza della loro stessa natura, appunto diversa. Fin qui il dato oggettivo, biologico e razionale; al di là di questo limite, c’è la mistificazione ideologica.

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Cop Adozioni ai gay
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