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Il “dono” di essere anziani e fragili

Judy Landrieu Klein - pubblicato il 01/02/16

Una riflessione sul valore della vecchiaia e della malattia, partendo dall'esperienza del proprio padre affetto da Parkinson

“Ti benedico nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, ho pregato facendo tre volte il segno della croce sulla fronte di papà, la penultima notte. Lui mi guardò dal suo letto, con gli occhi spalancati. Mi ricordò i miei figli quando, prima di addormentarsi, erano pronti per la preghiera e per un bacio della buona notte.

“È come un bambino”, disse più tardi mia madre riferendosi al mio fragile, 86enne padre malato di Parkinson. “È completamente ritornato bambino”, ha ripetuto con un misto di sorpresa e tristezza.

Sapevamo tutti che questo giorno stava arrivando. Ma nonostante lo sapessimo, fu disarmante vedere un uomo così forte, robusto e fisicamente prestante scivolare nella più totale impotenza e debolezza.

La mia mente volò a uno dei momenti più dolci che abbia mai trascorso con mio padre, durante il semestre in cui ha seguito il mio corso sui “Principi di bioetica” al college di Nostra Signora della Santa Croce, quasi un decennio fa. Orgoglioso come un pavone del fatto che io stessi insegnando all’università, era felice di frequentare il mio corso e i miei studenti lo amavano. Ha diligentemente letto e sottolineato il libro di testo lasciandolo poi sul tavolo accanto alla sua poltrona in salotto, in modo da poterlo mostrare a chiunque lo andasse a visitare a casa. Il morbo di Parkinson aveva appena iniziato a prendere piede all’epoca e, per fortuna, il forte tremolio era ampiamente controllato dai farmaci che prendeva.

Un martedì sono passata a prenderlo la mattina presto per andare a lezione, come ho fatto per tutto il semestre. Abbiamo attraversato il Greater New Orleans Bridge fino alla sponda occidentale del Mississippi, dove sorge il piccolo college cattolico. Abbiamo raccolto alcune arance mature che erano sull’albero accanto al parcheggio, per poi entrare nell’edificio scolastico dalla porta sul retro. Dopo essere saliti di un piano con l’ascensore, abbiamo attraversato il corridoio in piastrelle bianche che conduceva all’aula dove ci aspettavano trenta studenti.

Circa a metà strada le gambe di papà si sono pietrificate e lui, con uno sguardo spaventato, comandò loro di andare avanti, col pensiero. Niente da fare. In pochi secondi era piegato in atroci pianti, a causa della perdita di controllo sul proprio corpo. “Dai, papà”, l’ho esortato prendendolo sotto braccio per aiutarlo a spingersi in avanti. “Ce la puoi fare”. Siamo arrivati tardi in classe, e mentre lui tentasse di fare buon viso a cattivo gioco, sapevo che era scosso dalla realizzazione della sua condizione degenerativa. Quelle erano le prime manifestazioni di una malattia che alla fine gli avrebbero reso quasi impossibile camminare o parlare.

Fissando il fragile e debilitato corpo di papà, ho riflettuto sul mistero della perdita della forza e delle nostre capacità, della nostra vita – così come la conosciamo – per prepararci per la vita eterna. C’è un’immensa grazia nel cessare di dipendere da noi stessi, e nell’imparare a dipendere completamente da Dio e dagli altri. L’ultima stagione di una lunga vita è generalmente caratterizzata da una profonda vulnerabilità, dallo spogliarsi delle proprie corazze, maschere e meccanismi di difesa. È una stagione sacra dove torniamo a essere lavati, nutriti, accompagnati e puliti da altri. Avendo la possibilità di recuperare – nonostante la pelle avvizzita – un cuore da bambini.

La maggior parte di noi ha bisogno di una vita intera per raggiungere il luogo in cui la natura offre come un dono – all’impotenza – ciò che abbiamo spesso temuto di più, contro cui abbiamo combattuto più duramente e che abbiamo cercato di respingere incessantemente con ogni strumento a nostra disposizione. Alla fine, l’impotenza è una grazia che ci invita ad arrenderci, ci insegna semplicemente ad aprire le nostre mani per ricevere da Dio e dagli altri. L’impotenza è il bacio del cielo, un bacio che ci invita alla fiducia, un bacio che ci invita a casa per il luogo in cui abbiamo finalmente capito che siamo infinitamente amati da un Dio che ci vede come ciò che siamo stati creati per essere: piccoli fanciulli.

“Buona notte, papà. Ti voglio bene”, dissi a bassa voce chinandomi a baciare il suo volto infantile. “Va tutto bene. Sii in pace”.

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