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Al via le primarie in un’America confusa

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Nello Iowa si apre il primo confronto dei candidati alla presidenza Usa con i propri elettori, sia tra i democratici che tra i repubblicani

di Maddalena Maltese

 

Il piccolo stato dello Iowa, nel nord est degli Stati Uniti da ufficialmente il via alla campagna elettorale per le presidenziali. Lo fa utilizzando un metodo assembleare tipico dei nativi americani: ilcaucus, cioè riunioni in piccoli gruppi all’interno di scuole, palestre, sale pubbliche dove a seguito di un discorso introduttivo si vota per scegliere il candidato democratico o repubblicano che parteciperà alle elezioni dell’8 novembre.

La campagna elettorale si preannuncia al vetriolo sin da queste prime settimane per le uscite poco eleganti di Donald Trump, miliardario, immobiliarista e proprietario di reti televisive che su immigrazione, terrorismo e donne non ha mancato di scandalizzare esponenti del suo stesso partito, i repubblicani, che inizialmente lo avevano sottovalutato, mentre oggi si ritrovano un candidato che parla alla pancia e alle paure dell’America catalizzando non pochi voti.

Sotto i riflettori e lo scandaglio impietoso della stampa è nuovamente finita Hillary Clinton, accusata di aver spedito 20 mail confidenziali ed estremamente riservate sulla sicurezza del Paese dal suo indirizzo mail personale. E tutto questo mentre le reti televisive e i costanti sondaggi incollano agli schermi migliaia di americani, molti dei quali ancora alla ricerca del candidato giusto.

Sono 11 i nomi scesi in campo per la parte repubblicana, qualche figlio d’arte come Jeb Bush, che sconta l’antipatia maturata nell’opinione pubblica verso le dinastie di governo, un medico Ben Carson, che sarebbe stato l’uomo giusto ma sconta l’aver inventato una storia sui suoi titoli di studio e sulla partecipazione ai corsi di un’accademia militare (gli americani non perdonano le bugie) e poi i due favoriti, entrambi figli di immigrati: Marc Rubio e Ted Cruz. Il primo di origini cubane, già senatore in Florida e aperto alle riforme nel campo dell’immigrazione è stato spesso considerato un saggio e una specie di Obama repubblicano; il secondo invece nato in Canada e senatore in Texas, è un uomo molto religioso, catalizzatore di questa della parte più religiosa del Paese, ma non ha risparmiato critiche alla dirigenza del partito e per questo è stato malvisto e giudicato arrogante e aggressivo, tagliente nella sua ironia soprattutto verso Trump che lo ha preso di mira durante la campagna.

Poi ci sono due esponenti dalle posizioni religiose particolarmente conservatrici, Rick Santorum e il pastore battista Huckabee, e due governatori, quello del New Jersey,  Chris Christie e quello dell’OhioJohn Kasich. Christie si è attirato le antipatie di tanti elettori perché pur di infastidire un avversario politico ha creato enormi disagi sul ponte più trafficato d’America. Kasich è un ex manager di Lehman Brothers e un banchiere d’affari, tutt’ora sostenuto da grandi cordate finanziarie particolarmente invise agli americani non solo per la crisi del 2008, ma anche per la mancata riforma del settore.

Infine ci sono Rand Paul, senatore del Kentucky, profondo conoscitore del mondo politico e noto per le sue campagne ostruzionistiche al Congresso dove è riuscito a parlare per dieci ore consecutive e l’unica donna, Carly Fiorina, 61 anni amministratore delegato della società Hewlett-Packard, che, incalzata sui temi della politica interna e della tassazione, non ha mostrato un programma all’altezza della candidatura.

Meno dispersi i democratici che offrono agli elettori tre possibilità di sceltà: l’ex segretario di Stato Hillary Clinton, considerata la favorita ma costantemente sotto attacco,  Martin O’Malley già sindaco di Baltimora e impegnato per la pena di morte e infine Bernie Sanders, senatore del Vermont, una vera rivelazione perché sta insidiando il primato della Clinton e ha conquistato la fascia più giovane degli elettori. Sanders non ha alle spalle grossi finanziatori e anzi è a favore  dei finanziamenti pubblici alle campagne elettorali e di una stretta su quelli privati. Vorrebbe un’istruzione gratuita per tutti e tassare i più ricchi, con il beneplacito della classe media statunitense che invece si vede impoverita giorno dopo giorno. Queste sue dichiarazioni sono bastate per considerarlo socialista e posizionarlo nell’ala di estrema sinistra del partito, ma contrariamente alle previsioni è in rimonta.

Una sfida tra lui e Trump porterebbe sulla scena politica Michael Bloomberg, ex sindaco di New York che ha ventilato una sua candidatura indipendente qualora le scelte degli americani si polarizzassero su questi nomi.

E gli americani non iscritti ai due maggiori partiti? La loro posizione è ben sintetizzata dal professor Willmetz dell’Hunter college di New York: “Ero repubblicano, ma l’eccessivo antagonismo del mio partito nei confronti di Obama in quanto Obama e non tanto per i suoi progetti e le sue scelte, mi ha convito che Hillary potrebbe essere la candidata giusta anche se non mi piace. Ma se dovesse candidarsi Bloomberg voterei certamente per lui”. I giochi quindi sono aperti e la confusione non sembra ancora dissiparsi. Ora si attendono i primi risultati dalle urne dell’Iowa.

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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