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Rohani da papa Francesco: la scommessa dell’Iran

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Italia e Vaticano prime tappe del ritorno sulla scena internazionale della Repubblica iraniana dopo la fine dell’embargo. Intervista a Nima Baheli

L’Iran torna con forza sulla scena internazionale dopo l’accordo sul nucleare dello scorso luglio e la fine delle sanzioni economiche. Si susseguono a Roma i colloqui del presidente iraniano Hassan Rouhani che ha incontrato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Domani Rouhani incontrerà papa Francesco cui molto probabilmente presenterà l’invito per una visita nella Repubblica islamica. L’ultimo incontro tra un presidente iraniano e un pontefice risale al 1999. Due tappe, quella in Italia e nella Città del Vaticano, nell’ambito del tour europeo del presidente iraniano, dal significato rilevante, come spiega ad Aleteia Nima Baheli, analista geopolitico specializzato in politica estera e economia.

Perchè Rohani ha scelto l’Italia per la sua prima visita dopo la fine delle sanzioni e il ritorno sulla scena internazionale?

Baheli: L’Italia è storicamente un partner di lunga data dell’Iran. Prima delle sanzioni lo scambio economico era molto alto, a tal punto che l’Italia è stata, a seconda degli anni, il primo o il secondo partner europeo dell’Iran. Già dall’epoca di Mattei e dei Pahlavi, l’Italia è stata considerata come nazione che aveva interessi diretti nell’area e quindi una nazione sulla quale appoggiarsi per fare pressione sull’Occidente. Il presidente Rohani, come ha detto, confida nell’Italia come “porta” verso l’Europa.

La fine delle sanzioni economiche rappresenta quasi uno spartiacque per la situazione presente e anche per il futuro dell’Iran: come lo sta vivendo la società iraniana?

Baheli: La società iraniana confida molto in un cambiamento e nella normalizzazione dei suoi rapporti con il mondo. Spera che finalmente l’immagine negativa dell’Iran che in questi anni veniva presentata in Occidente venga modificata. Allo stesso tempo, dopo tutti questi anni, la popolazione è anche timorosa di delusioni.

Da parte del suo governo?

Baheli: Anche da parte dell’Occidente. C’è timore che le promesse fatte non vengano mantenute. Gli oppositori di Rohani sostengono che questi abbia svenduto troppo facilmente il programma nucleare per delle promesse che non sono vincolanti e che l’Occidente potrebbe rimangiarsi o non adempiere pienamente.

Larga parte dell’immagine negativa dell’Iran in questi anni si fonda sulla violazione dei diritti umani e sulle tante esecuzioni capitali eseguite: rientrare nel consesso internazionale – che preme su queste questioni – potrà portare a un cambiamento?

Baheli: In occasione della sua elezione Rohani ha promesso di occuparsi della questione dei diritti umani all’interno del Paese. Tuttavia il presidente dell’Iran non ha istituzionalmente la capacità di influenzare il potere giudiziario e i suoi oppositori interni spesso usano l’arma delle sentenze capitali per indebolirlo esternamente. Per questo è importante l’aiuto, anche economico, al governo di Rohani: ostacolarlo potrebbe incoraggiare quella parte di leadership iraniana che gli è contraria ad irrigidirsi sui diritti umani.

Quanta parte della società iraniana si schiera oggi con Rohani?

Baheli: E’ molto fluida. La normalizzazione delle operazioni economiche dell’Iran con l’Occidente, che è l’obiettivo portato avanti da Rohani, è condiviso da buona parte dell’establishment. Per questo, oltre che dai riformisti, gode di un appoggio trasversale anche da parte dei pragmatisti di Rafsanjani. Ed è appoggiato dalla Guida suprema che, oltre ad essere l’apice del potere, ha anche una grande capacità di influenzare voti.

In questo quadro quale significato assume la visita a papa Francesco?

Rohani: E’ molto importante. Con questa opportunità l’Iran cerca di accreditarsi come l’Islam dialogante. Nel momento in cui opera il cosiddetto Stato islamico e la situazione dell’Arabia Saudita presenta una sorta di scontro di civiltà, con l’invito che è probabile facciano al pontefice, l’Iran si mostrerebbe come un Islam dialogante in grado di parlare da pari a pari con la Chiesa cattolica. Tra l’altro Repubblica islamica e Vaticano hanno sempre mantenuto rapporti molto cordiali e reciproci rappresentanti diplomatici: l’invito era un obiettivo importante perseguito da tempo. Non so se il papa potrà accettarlo, proprio in relazione alla questione dei diritti umani, ma se avvenisse sarebbe un segnale forte verso un Paese dove comunque c’è una lunga tradizione di convivenza con cristiani ed ebrei. Non va dimenticato che rispetto ad altri paesi islamici, anche se è vietato il proselitismo, la libertà del culto è tutelata.

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