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300 anni prima di Marx, San Tommaso Moro già diceva perché il socialismo/comunismo sarebbe fallito

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Alcune lezioni del santo martire inglese sulla proprietà privata e la distribuzione del reddito

L’opera più nota di San Tommaso Moro (1478-1535), cancelliere d’Inghilterra e martire della fede, è l’“Utopia”, lanciata a Londra nel 1518.

Nel testo, egli dialoga con il navigatore Rafael Hitlodeu, che avrebbe viaggiato con Amerigo Vespucci e che presenta un pensiero protocomunista. San Tommaso, a sua volta, sottolinea la dottrina della Chiesa e difende la proprietà privata e la disuguaglianza naturale

Hitlodeu afferma:

“L’unico modo per distribuire i beni con uguaglianza e giustizia e di fare la felicità del genere umano è l’abolizione della proprietà. Fin quando il diritto di proprietà sarà la base dell’edificio sociale, la classe più numerosa e più stimabile non avrà se non miseria, tormenti e disperazione”.

San Tommaso Moro replica:

“Lungi dal condividere le tue convinzioni, ritengo che il Paese in cui si stabilisse la comunione di beni sarebbe il più miserevole di tutti. Come produrre allora per le necessità del consumo? Tutti fuggirebbero dal lavoro e smetterebbero di preoccuparsi della propria sussistenza, perché ciascuno confiderebbe tranquillamente nello zelo degli altri. E nel caso in cui sopravvenisse la miseria senza che fosse lecito ai cittadini disporre di alcuna cosa come proprietà particolare, cosa ne deriverebbe se non una ribellione incessante, affamata e minacciosa? Gli omicidi insanguinerebbero la tua repubblica.

Quale barriera si opporrebbe all’anarchia? I magistrati avrebbero solo autorità nominale; sarebbero destituiti da tutto ciò che impone timore e rispetto. Non arrivo neanche a concepire la possibilità di governo in questo popolo di livellatori che fosse repellente ad ogni tipo di superiorità”.

(Utopia, parte I, ed. Athena. Rio de Janeiro 1937, pag. 61).

Quando era prigioniero nella Torre di Londra, San Tommaso scrisse un’opera intitolata “Dialogo del conforto contro la tribolazione”, in cui espone le sue idee sull’economia. L’aspetto interessante è che praticamente già prevedeva cosa sarebbe accaduto nei Paesi socialisti/comunisti del XX secolo:

“È assolutamente necessario che ci siano uomini dotati di possedimenti; in caso contrario, esisterebbero più mendicanti di quelli che già esistono e non ci sarebbe cittadino in grado di soccorrere il proprio prossimo. Ritengo certa questa conclusione: se tutto il denaro esistente in questo Paese domani venisse sequestrato ai suoi proprietari, accumulato in un deposito comune e in seguito redistribuito, in porzioni uguali, a ciascuno degli abitanti della regione, dopodomani saremmo in condizioni peggiori di quelle di domani. Credo che se tutti i cittadini ricevessero una porzione uguale di beni, quelli che oggi sono in una buona posizione rimarrebbero in una posizione poco migliore di quella di un mendicante di oggi; dall’altro lato, quelli che oggi sono mendicanti, nonostante quello che potrebbe giungere loro mediante questa nuova ripartizione di beni, non si troverebbero in una situazione molto migliore di quella di un mendicante di oggi. Avverrebbe, in ogni caso, che molti di coloro che oggi sono ricchi arriverebbero a possedere solo beni mobili, diventerebbero poveri per il resto della loro vita.

Gli uomini, come ben sapete, non possono vivere in questo mondo senza che alcuni forniscano i mezzi per vivere a molti altri. Non sono tutti in condizioni di possedere una barca, né tutti sono in grado di gestire il commercio (per mancanza di stock), né tutti sono all’altezza di avere un aratro (malgrado sappiate quanto siano necessarie queste cose). E chi potrebbe vivere della professione del sarto se non esistesse chi è nelle condizioni di commissionare un capo d’abbigliamento? E chi potrebbe vivere della professione di muratore o di falegname se non ci fossero uomini capaci di far costruire chiese o case? E cosa farebbero i tessitori se mancassero proprietari di fabbriche per far andare avanti la rispettiva industria? È migliore la condizione dell’uomo che non avendo neanche due ducati in casa consegna ciò che ha e resta senza niente di quella di colui che essendo un ricco proprietario (del quale il primo è servitore) perde la metà dei suoi averi. Questi sarebbe allora costretto a diventare servitore egli stesso. Succede però che l’uomo povero (servitore) trova la sua fonte di vita proprio nei beni del ricco. In queste circostanze, accadrebbe al povero quello che è accaduto alla donna della quale parla una delle favole di Esopo: aveva una gallina che le dava ogni giorno un uovo d’oro; un bel giorno, ritenendo che in una volta sola avrebbe potuto diventare proprietaria di una grande quantità di uova, uccise la gallina, ma nel ventre dell’animale ne trovò uno solo. Così, per avidità di quelle poche uova, ne perse un gran numero”.

È interessante notare che Moro non difendeva nemmeno il capitalismo individualista, ma il valore sociale del denaro, come fa l’attuale Dottrina Sociale della Chiesa, come si vede in questo passo:

“Chi non è sollecito nei confronti dei sudditi è peggiore di un apostata della fede. I nostri sudditi sono coloro che ci sono stati affidati o per natura o dalla legge o da qualche mandato di Dio: (…) per natura, come i nostri figli; dalla legge, come i nostri servitori. Anche se figli e servitori non ci vengono affidati allo stesso modo, credo che anche in relazione ai servitori (con i quali abbiamo un legame meno stretto) abbiamo il dovere di essere solleciti e di provvedere alle loro necessità. Abbiamo il dovere, per quanto ci è possibile, di provvedere a che non manchino delle cose necessarie finché sono al nostro servizio. Se quindi si ammalano mentre ci servono, abbiamo il dovere di curarli; non sarebbe mai lecito espellerli da casa e abbandonarli senza conforto per tutto il tempo in cui non sono in condizioni di lavorare e di provvedere a se stessi. Una tale procedura sarebbe contraria a tutte le regole del buonsenso umano”.

Testo dal blog Castelo Histórico sulla base dell’articolo di monsignor Estêvão Bettencourt “A Utopia de Thomas Moore”, sulla Rivista Pergunte e Responderemos, nº 59 (novembre 1962).

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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