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Linda Moon/Shutterstock
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Chi sono? Questa domanda mi è frullata per la testa da quando sono entrata in convento

“Chi pensi di essere?”

Una suora me lo ha chiesto l’altro giorno in risposta a qualcosa che avevo detto. Non era sgarbata; stava chiedendo sinceramente se il modo in cui penso a me stessa è accurato e spiritualmente sano.

Suor Augusta, che ha quasi 100 anni, ha ricevuto di recente la visita di varie delle sorelle più giovani della provincia. Quando entravano nella sua stanza, lei tendeva le mani ed esclamava:

“Che volti bellissimi! Spose del Signore e amiche dell’umanità!”

Ha avuto quasi cent’anni per pensarci, ma è riuscita a riassumere la vita religiosa in un’unica frase.

Chi sono io?

Questa domanda mi è frullata nella testa da quando sono entrata in convento. Ho rinunciato a una carriera, al mio conto in banca, ai miei vestiti, ai miei sogni e, cosa più difficile, al controllo.

Sono entrata in una vita che in qualche modo mi definisce prima che io abbia la possibilità di definire me stessa. Quando incontro le persone, prima di vedere me vedono la mistica della vita religiosa. A volte – molte volte -, dopo aver parlato con le persone me ne vado chiedendomi se abbiano davvero parlato con me o con la persona che credono io sia.

Ovviamente succede a tutti. Quando incontriamo qualcuno per la prima volta lo esaminiamo, analizziamo com’è vestito, le sue azioni e le sue parole, e ci interagiamo sulla base delle idee che ci siamo fatti.

La questione con il fatto di essere una suora che porta un abito è che questo aggiunge una pletora di idee a questo processo. Queste idee a volte sono così vincolanti che la gente può dimenticare che sta parlando con qualcuno che non ha sempre indossato un abito, con qualcuno che ha pensieri, preoccupazioni e caratteristiche individuali.

In qualche modo dev’essere così. La vita religiosa ci rende “amiche dell’umanità”, e non si può essere amici dell’umanità se non ci si dona agli altri, se non ci si offre e in qualche modo non si perde la propria identità.

E allo stesso tempo le mie sorelle sono uniche. Alcuni direbbero eccentriche. Chiunque sia amico di un religioso vi dirà che spesso è una persona piuttosto interessante. La mia famiglia è amica da molti anni di un monaco che è un esterno di una comunità benedettina. Anche quando ero atea pensavo che fosse fantastico perché è estremamente arguto. È un amico dell’umanità, ma sicuramente non asseconda l’umanità.

Suppongo che essere un religioso riguardi questo. Siamo amici dell’umanità, ma non siamo definiti dall’umanità – o dai noi stessi. Non siamo self-made. Dobbiamo trovare la nostra identità soltanto in Dio, e riusciamo a farlo più liberamente proprio perché non abbiamo il controllo sui tanti aspetti della vita che definiscono le altre persone: carriera, futuro, denaro, certi vestiti, sogni.

Potreste leggere queste parole e chiedervi “Cosa c’entrano con me?”

C’entrano sicuramente con voi. Non si deve fare un voto di povertà, castità e obbedienza per crescere nel distacco dalle cose di questo mondo che minacciano di definirci, le cose che spesso operano in opposizione a quello che dobbiamo essere davvero.

Dobbiamo tutti trovare la nostra identità in Dio, e francamente è un processo che dura una vita – per i religiosi come per chiunque altro.

Grazie a Dio, suor Augusta ci ha già offerto il riassunto:

Siamo fatti per l’unione con Dio, e per donarci agli altri, in qualsiasi vocazione a cui Egli ci chiama.

Siamo

Spose del Signore e amiche dell’umanità!

 

 

Suor Theresa Aletheia Noble, fsp, è autrice di The Prodigal You Love: Inviting Loved Ones Back to the Church. Di recente ha pronunciato i primi voti con le Figlie di San Paolo. Ha un blog su Pursued by Truth.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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