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«Chi è mio prossimo?»: questioni di punto di vista

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Aggiornamenti Sociali - pubblicato il 12/01/16

Secondo lo stile rabbinico si risponde a una domanda con un’altra domanda: in questo modo Gesù provoca il dottore della Legge esattamente sul terreno di sua competenza e all’uomo non sembra vero di poter rispondere prontamente. Il dottore della Legge compie un singolare accostamento: da una parte ricorda l’amore di Dio (citando Deuteronomio 6,5), dall’altra pone l’accento sull’amore per il prossimo (citando Levitico 19,18). La forte insistenza sulla totalità della dedizione a Dio (tutto il cuore, tutta l’anima, tutta la forza, tutta la mente) è impressionante. Se scopo del dottore era mettere alla prova Gesù, il lettore è obbligato a osservare che egli, pur ignorando le intenzioni del suo interlocutore, non solo non è caduto nella trappola ma, per mezzo della sua domanda, ha operato una vera e propria inversione dei ruoli. A essere messo alla prova è stato proprio il dottore della Legge, con un evidente effetto ironico. E per quanto l’uomo abbia dato prova di una notevole perizia, da interrogante è passato a essere interrogato.

A fronte dell’accostamento fra amore di Dio e del prossimo, Gesù tira le conseguenze: Fa’ questo e vivrai! (10,29). Ma la nuova domanda del dottore della Legge (E chi è mio prossimo?) obbliga Gesù a cambiare strategia. Da una parte Gesù non può sottrarsi a rispondere, dall’altra non può né vuole offrire una definizione (del tipo: il prossimo è il fratello!); racconta invece una parabola, cioè una storia fittizia che per sua natura coinvolge l’ascoltatore e lo obbliga a tirare alcune conclusioni logiche (cfr il riquadro).

Il lettore moderno, un po’ avvezzo all’ermeneutica, ha a disposizione più d’una chiave per interpretare la parabola.

Luca 10,30-37

30Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. 33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”.
36Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». 37Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Il samaritano

La prima lettura s’interroga su ciò che sta dietro la parabola. Al cuore di questa interpretazione sta la figura del samaritano. Protagonista del racconto fittizio è un uomo, un uomo qualunque, senza nome né identità. È stato appena assalito dai briganti e spogliato delle sue vesti. Il vestito è un forte segno di riconoscimento sociale, sicché spogliare una persona non significa solo umiliarla, ma anche privarla di qualsiasi segno di appartenenza, cioè dell’identità. A fronte della violenza dei briganti verso il viandante, scatta nel lettore un duplice sentimento: una chiara antipatia per i banditi e una profonda empatia nei confronti del ferito. Ma il narratore fa sorgere pure un altro effetto, quello della tensione narrativa nella forma dell’attesa per la sorte del ferito, cioè un meccanismo di identificazione col povero malcapitato.

Sulla strada che scende da Gerusalemme a Gerico camminano un sacerdote e un levita. Luca raddoppia i personaggi, dando vita a due tipi perfettamente identici. Fra il viandante ferito e il sacerdote si instaura una sorta di solidarietà legata alla condivisione puramente casuale di una stessa esperienza: ambedue sono in cammino e percorrono la medesima strada. Il lettore si aspetta un’azione: ora, finalmente, avverrà, quanto deve avvenire! Ma così non è. Frustrando l’attesa, la suspense si trasforma in sorpresa: il sacerdote passa accanto al ferito e lo supera, senza prendersi cura di lui. Il levita poi fa esattamente la stessa cosa, a spese del ferito, il quale vede sfumare per ben due volte la possibilità di un soccorso.

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Tags:
buon samaritanoparabole vangelosolidarieta
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