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Papa Francesco al Corpo Diplomatico: «L’Europa accolga gli immigrati»

Andrew Renneisen/Getty Images/AFP

NEW YORK, NY - SEPTEMBER 25: Pope Francis addresses the 70th session of the United Nations General Assembly on September 25, 2015 at United Nations Headquarters in New York City. The pope is on a six-day visit to the U.S., with stops in Washington, New York City and Philadelphia. Andrew Renneisen/Getty Images/AFP

Toscana Oggi - pubblicato il 11/01/16

Come ricorda una nota della Sala stampa vaticana, sono 180 gli Stati che attualmente intrattengono relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Ad essi vanno aggiunti l’Unione Europea e il Sovrano Militare Ordine di Malta, come anche la Missione Permanente dello Stato di Palestina.

La fede promuove la pace. «Ogni esperienza religiosa autenticamente vissuta non può che promuovere la pace», ha esordito Francesco: «Ce lo ricorda il Natale che abbiamo da poco celebrato», dove «il mistero dell’Incarnazione ci mostra il vero volto di Dio, per il quale potenza non significa forza e distruzione, bensì amore; giustizia non significa vendetta, bensì misericordia». «È in questa prospettiva – ha spiegato Francesco – che ho inteso indire il Giubileo straordinario della misericordia, inaugurato eccezionalmente a Bangui nel corso del mio viaggio apostolico in Kenya, Uganda e Repubblica Centroafricana». «In un Paese lungamente provato da fame, povertà e conflitti, dove la violenza fratricida degli ultimi anni ha lasciato ferite profonde negli animi, lacerando la comunità nazionale e generando miseria materiale e morale – ha spiegato il Papa – l’apertura della Porta Santa della cattedrale di Bangui ha voluto essere un segno di incoraggiamento ad alzare lo sguardo, a riprendere il cammino e a ritrovare le ragioni del dialogo. Laddove il nome di Dio è stato abusato per commettere ingiustizia, ho voluto ribadire, insieme con la comunità musulmana della Repubblica Centroafricana, che chi dice di credere in Dio dev’essere anche un uomo o una donna di pace».

«La misericordia è stato come il filo conduttore che ha guidato i miei viaggi apostolici già nel corso dell’anno passato», ha detto il Papa, che nel discorso ha idealmente ripercorso i viaggi internazionali compiuti nel 2015, iniziando dalla visita a Sarajevo, «città profondamente ferita dalla guerra nei Balcani e capitale di un Paese, la Bosnia ed Erzegovina, che riveste uno speciale significato per l’Europa e per il mondo intero». «Quale crocevia di culture, nazioni e religioni si sta sforzando, con esiti positivi, di costruire sempre nuovi ponti, di valorizzare ciò che unisce e di guardare alle differenze come opportunità di crescita nel rispetto di tutti», ha proseguito Francesco: «Ciò è possibile mediante un dialogo paziente e fiducioso, che sa far propri i valori della cultura di ciascuno e accogliere il bene proveniente dalle esperienze altrui». Poi il viaggio in Bolivia, Ecuador e Paraguay, «dove ho incontrato popoli che non si arrendono dinanzi alle difficoltà e affrontano con coraggio, determinazione e spirito di fraternità le numerose sfide che li affliggono, a partire dalla diffusa povertà e dalle disuguaglianze sociali», le parole del Papa. Nel corso del viaggio a Cuba e negli Stati Uniti d’America, infine, Francesco ha «potuto abbracciare due Paesi che sono stati lungamente divisi e che hanno deciso di scrivere una nuova pagina della storia, intraprendendo un cammino di ravvicinamento e di riconciliazione».

Famiglia minacciata. Oggi la famiglia è «minacciata dai crescenti tentativi da parte di alcuni per ridefinire la stessa istituzione del matrimonio mediante il relativismo, la cultura dell’effimero, una mancanza di apertura alla vita». Questo l’allarme del Papa che citando il viaggio a Philadelphia, quello in Sri Lanka e nelle Filippine e il Sinodo dei vescovi ha enumerato le «numerose sfide che la famiglia deve affrontare in questo tempo» e ha ribadito «l’importanza della famiglia, che è la prima e più importante scuola di misericordia, nella quale si impara a scoprire il volto amorevole di Dio e dove la nostra umanità cresce e si sviluppa». «C’è oggi una diffusa paura dinanzi alla definitività che la famiglia esige e ne fanno le spese soprattutto i più giovani, spesso fragili e disorientati, e gli anziani che finiscono per essere dimenticati e abbandonati», la denuncia del Papa. Al contrario, «dalla fraternità vissuta in famiglia, nasce la solidarietà nella società, che ci porta ad essere responsabili l’uno dell’altro». Ciò è possibile, per Francesco, «solo se nelle nostre case, così come nelle nostre società, non lasciamo sedimentare le fatiche e i risentimenti, ma diamo posto al dialogo, che è il migliore antidoto all’individualismo così ampiamente diffuso nella cultura del nostro tempo».

Vincere la paura degli immigrati. «Riflettere con voi sulla grave emergenza migratoria che stiamo affrontando, per discernerne le cause, prospettare delle soluzioni, vincere l’inevitabile paura che accompagna un fenomeno così massiccio e imponente, che nel corso del 2015 ha riguardato soprattutto l’Europa, ma anche diverse regioni dell’Asia e il nord e il centro America». È questo lo scopo, e il tema centrale, del discorso del Papa al Corpo Diplomatico, in cui ha denunciato: «Uno spirito individualista è terreno fertile per il maturare di quel senso di indifferenza verso il prossimo, che porta a trattarlo come mero oggetto di compravendita, che spinge a disinteressarsi dell’umanità degli altri e finisce per rendere le persone pavide e ciniche». «Non sono forse questi i sentimenti che spesso abbiamo di fronte ai poveri, agli emarginati, agli ultimi della società?», ha detto Francesco: «E quanti ultimi abbiamo nelle nostre società! Tra questi, penso soprattutto ai migranti, con il loro carico di difficoltà e sofferenze, che affrontano ogni giorno nella ricerca, talvolta disperata, di un luogo ove vivere in pace e con dignità».

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Tags:
diplomazia pontificiafondamentalismopacepapa francescorifugiati
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