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Ecco l’anima dei pastori del presepe napoletano

Marinella Bandini - pubblicato il 08/01/16

Una passeggiata a via San Gregorio Armeno, dove le statuine diventano creature. Una galleria di volti

Un ultimo tuffo nel presepe, prima di riporre gli addobbi del Natale 2015. Ce lo offre una passeggiata a Napoli, nella “via dei presepi”, San Gregorio Armeno. A Napoli il presepe sono i pastori. È su queste figure che si concentra la passione degli artigiani. Hanno una “anima” in fil di ferro e stoppa che li rende articolabili, la testa in terracotta dipinta, gli occhi in vetro, gli arti in terracotta o legno. Il tutto ricoperto da eleganti vestiti, possibilmente confezionati con le sete di San Leucio.

E poi c’è l’anima vera, quella che che l’artista trasmette ai suoi pastori quasi come un alito di vita. Perché il pastore, qui, non è uno dei tanti personaggi che compongono la scena, ma una creatura unica a cui l’artista dà vita. Entriamo nella bottega di Ugo Esposito, dalle cui vetrine si affacciano pastori di ogni taglia e fattura. È nato in queste strade del centro ed è andato a bottega da ragazzo: “Sono cresciuto in mezzo ai pastori (del presepe, ndr), mi piace l’arte, non è una cosa per fare soldi”. Benino è immancabile: disteso sul suo pagliericcio, dorme, con un sorriso che gli dipinge il volto, e sogna… sogna il presepe. Poco dopo arriverà davanti alla Natività, e qui viene “immortalato” con la sua espressione di “pastore dello stupore”. Tra i personaggi tipici: l’oste, fruttivendoli, macellai, venditori, arrotini e falegnami, una sorta di “quattro stagioni” della vita, perché “sul presepe c’è tutto, tutta la vita come si svolge”.

Sbucano la donna col bambino, la zingara, i giocatori di carte e anche la “capera” che ripuliva le teste dai pidocchi e che è un po’ il sinonimo della pettegola del paese. In qualche modo una parrucchiera ante litteram… Il preferito di Ugo è il nano, un personaggio grottesco ma considerato una specie di portafortuna. È il più bello delle sue creazioni, con i tratti orientali e un turbante a coprire la cresta dei capelli. Dalle vetrine si affacciano poi i magi, con il loro seguito, e i musici, generalmente di razza turco-anatolica e da mori provenienti dall’impero Ottomano.




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Sviluppatissima anche l’arte delle suppellettili e della riproduzione di animali e frutta/verdura. Come i carciofi, rigorosamente di Capua: tondi e un po’ rossastri, a causa del recipiente di terracotta usato per dargli la forma. Certo, oggi gli artigiani devono far fronte alla richiesta di un pubblico più ampio, con proposte commerciali come statuine che rappresentino i divi del momento (calciatori, cantanti, anche il Papa), ma il cuore batte nel ‘700, quando l’arte presepiale ha raggiunto il suo apice. E di movimenti e statuine meccaniche neanche l’ombra.

Poco distante c’è uno dei laboratori più famosi, quello di Giuseppe e Marco Ferrigno. Varcare la soglia è come entrare in un’altra dimensione, fatta di calchi in gesso, argilla, pennelli, scovolini e punteruoli per le rifiniture, gesso e colori. E nella bottega campeggiano le scenografie tipiche dei presepi napoletani: l’osteria, l’arco spezzato, le case arroccate.

La tradizione del presepe napoletano affonda le sue radici già nel ‘500 ma conosce il suo apice nel ‘700 quando i presepi iniziarono a essere allestiti nelle case dei nobili del tempo, a partire da Carlo III di Borbone, un vero appassionato. In questo periodo il presepe diventa una forma d’arte – e come tale anche molto dispendiosa; nelle residenze dei nobili lavorano artisti come Giuseppe Sanmartino, iniziatore di una vera e propria scuola. Da allora il presepe napoletano ha conservato caratteristiche sue proprie. E le scenografie, sono rimaste quelle dell’epoca. Rappresentano un tipico paesaggio napoletano, solitamente diviso in tre quadri: l’annuncio, la natività (collocata sotto un arco spezzato, a indicare il trionfo del Cristianesimo sul paganesimo) e la taverna, luogo della distrazione e quello che ha chiuso le porte a Maria e Giuseppe.

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