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“Così viviamo la nostra seconda vita da ex preti”

Vatican Insider - pubblicato il 08/01/16

In Italia i sacerdoti che hanno rinunciato all’abito talare sono tra i 5 e i 7mila. Viaggio tra i «dimissionari» che rientrano in società, spesso con una compagna.

di Mauro Pianta

C’è chi si è “convertito” in assistente sociale, qualcuno lavora in fabbrica, altri si sono reinventati imprenditori o rappresentanti. I più fortunati insegnano, in tanti sono alla ricerca disperata di un lavoro, ma quasi nessuno dice di aver perso la fede.

Benvenuti nel (complicato) mondo degli ex preti, quelli che hanno abbandonato la tonaca per rientrare nella società, spesso in compagnia di una moglie. Una società che li vede alle prese con una nuova vita e una nuova identità, impegnati con la necessità di dover ricominciare senza mai aver compilato un curriculum o cercato casa, orfani dell’abbraccio della Chiesa e della prospettiva di una pensione elargita dalla Cei. Talvolta prigionieri di una perenne “terra di mezzo” non solo sociologica, ma anche psicologica perché chi abbandona l’abito talare non può più esercitare, ma per la fede cattolica il sacramento del sacerdozio rimane impresso in modo «indelebile». In qualche modo, dunque, si è preti per sempre. Quanto al matrimonio, chi – tra di loro – lo ha celebrato con rito civile si è posto al di fuori della Chiesa. Chi, dopo un processo diocesano, ha atteso la dispensa papale ha potuto invece pronunciare il sì davanti a un ex collega.

Ma quanti sono gli “spretati”? Difficile dirlo. Secondo le stime di alcune associazioni negli ultimi cinquant’anni in Italia si sono dimessi tra i 5 e i 7mila sacerdoti. I dati più aggiornati dell’Ufficio centrale di Statistica della Chiesa cattolica riferiscono di 64 defezioni (il termine include anche coloro che hanno lascito per motivi diversi dal matrimonio) tra i preti italiani nel corso del 2013 (43 quelle dei diocesani, le rimanenti riguardano consacrati appartenenti a ordini religiosi). «Ma in media – spiegano i funzionari dell’ufficio – ogni anno il 10% dei dimissionari ci ripensa». Occorre tener presente che nel nostro Paese ci sono quasi 50mila preti (per l’esattezza: 47560 di cui 31956 diocesani e 15604 religiosi).

La questione dell’esercito degli ex è comunque nell’agenda di Papa Francesco. Lo ha assicurato lui stesso incontrando il clero romano, nel febbraio scorso.

«Speriamo, ma non ci contiamo più di tanto», butta lì Giovanni Monteasi, 76 anni, “spretato” dal 1983, un figlio e una vita lavorativa spesa nella formazione professionale. Lui è il presidente di Vocatio, un’associazione di preti sposati. «Non siamo contro il celibato, ma per la libertà di scelta: i preti dovrebbero avere la possibilità di scegliere se sposarsi o no».

Sulla stessa linea Lorenzo Maestri, 83 anni, direttore della rivista Sulla Strada: «Sono contento di aver rinunciato a questa chiesa medievale, anche se ho pagato un prezzo altissimo: sono stato parroco per 20 anni, quando ho annunciato la mia decisione mi sono ritrovato tutti contro, dal sacrestano al vescovo. Ho fatto il muratore, il rappresentante di commercio e poi l’insegnante. Senza contare la diffidenza della gente, anche se negli ultimi anni il clima è cambiato…».

Ci sono i conti con la coscienza e quelli con la fine del mese. Giuseppe I., 51 anni, siciliano, si è dimesso a gennaio del 2014 e si è sposato civilmente a Roma con la sua compagna che oggi fa la maestra. Solo pochi anni fa lei era una suora. «Eravamo amici. Fui proprio io – racconta lui – ad accompagnarla in un percorso spirituale che la portò ad entrare in una congregazione e poi missionaria in Africa». Un breve periodo e lei lascia la missione, anche lui vacilla. «Ci siamo innamorati. È stato come avvertire un passaggio di Dio nelle nostre vite, quasi che lui volesse creare qualcosa di nuovo e diverso dalle nostre povere esistenze». Inutile parlare con il vescovo, con lo psicologo, inutile l’anno di discernimento in monastero: il sentimento non svanisce. «Adesso sto cercando lavoro, frequento un corso di inglese, mi piacerebbe impegnarmi nel sociale, a contatto con i giovani. Ho mandato decine di curricula, ma non mi ha risposto nessuno. Ho bisogno di lavorare, è una questione di dignità. Viviamo in affitto a Roma, con il solo stipendio di A. (non pronuncia mai la parola moglie, ndr), i miei confratelli sono quasi tutti spariti…». Un figlio? «Se arriva siamo aperti alla vita, ci fidiamo della Provvidenza».

L’amarezza di chi sente abbandonato ha segnato anche l’esperienza di Ernesto Miragoli, 61 anni, di Como, oggi titolare di un’impresa edilizia con quattro dipendenti. «Ero una “promessa” del clero comasco, – ricorda – appassionato di storia dell’arte, collaboravo con i giornali e le tv locali. Mi innamorai, potevo servire la Chiesa da sposato ma me lo hanno impedito. Avevo lavorato per la mia Chiesa fino all’età di 32 anni, eppure da quel giorno del 1986 ero diventato invisibile, una specie di “lebbroso”. Mi aiutò un laico, il direttore di un giornale locale che mi affidò una pagina di cronaca per 800mila lire al mese. Un sostegno che mi permise di galleggiare, fino a quando – dopo aver letto un’inserzione – mi trasformai in un imprenditore edile. Oggi abbiamo tre figli, ho ottenuto la dispensa, andiamo regolarmente a messa e qualche volta, quando sento certe corbellerie dall’altare, mi viene voglia di salire e farla io, la predica…».

Il “segreto” per non restare prigioniero di una vita e di una mentalità da ex sacerdote? Cambiare aria, accumulare esperienze e solo allora tornare nel proprio paese. È la strada seguita da Giuseppe Zanon, 78 anni, da Gottolengo (Brescia): «I miei genitori erano malati e mi misero in collegio. A 13 anni è arrivato un frate e mi ha detto: “Vieni in seminario, potrai studiare e giocare”. Fu una specie di sequestro di persona. A 33 anni abbandonai i voti. Cristo non ti sbatte la porta in faccia perché ti sei innamorato, questo lo fanno gli uomini. Per me è stato decisivo vivere a Milano, aiutato da mio fratello e da un religioso. Lì ho studiato e mi sono laureato. Ho vissuto vent’anni da single, poi nel 1991 ho conosciuto Daniela e ci siamo sposati. Solo allora sono tornato a Gottolengo per insegnare lettere alla scuola media. Oggi sono in pensione e do una mano in parrocchia. Offendermi se mi danno del prete? Macché. Quando il parroco è malato, gli amici al bar mi prendono in giro: “Vai tu a dir messa”. Ma io sono felice di essere un prete, anche se non “esercito” più…».

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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