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Etica cristiana e globalizzazione laica, il lascito di René Girard

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Un colloquio con lo studioso della complessità, Nino Arrigo

Girard propone all’umanità una lettura apocalittica del reale che parte dal potere disvelante della Croce: non ci sono più capri espiatori, ognuno è responsabile delle proprie azioni quindi o si sceglie Cristo (la non violenza, l’amore, la solidarietà gratuita) o si sceglie Satana (l’oppressione, la violenza, la crisi mimetica), da qui un’etica che assomiglia all’ecologia umana o integrale di cui parla Papa Francesco nella sua Enciclica “Laudato Si’”?

Arrigo: Girard sembra declinare la kenosis del divino in termini senz’altro meno ottimisti di Vattimo, facendo esplodere, piuttosto che componendo, tutte le sue ambivalenze. Il cristianesimo girardiano diventa, così, un’ esperienza apocalittica dove “più si va verso un mondo in cui il rito è morto, più quel mondo si fa pericoloso”. Un mondo senza il sacro e la violenza è, paradossalmente, un mondo più pericoloso, perché non ha più i mezzi e i riti per esorcizzare la stessa violenza. In tal senso anche la “guerra fredda” postmoderna potrebbe essere letta come un residuo dell’ordine sacrificale. Il sentimento della fine che porta con sé il cristianesimo apocalittico è, tuttavia, “ben lontano”, come afferma Girard, dalla fine della storia, annunciata da Fukuyama, come “ultimo virgulto dell’ottimismo hegeliano”. Il cristianesimo, dunque, desacralizzando la “falsa trascendenza” del meccanismo vittimario, espone il mondo ad una violenza tanto inusitata quanto inedita, il cui epilogo non promette alcun lieto fine. La riflessione girardiana, a questo punto, sembra aggrovigliarsi in una sorta di nodo gordiano. Senza un’ apparente via d’uscita. Sarebbe, infatti, la violenza del sacro sconfitto dal cristianesimo a garantire ancora, paradossalmente, la pace. È nel più recente Achever Clausewitz (Portando Clausewitz all’estremo, in traduzione italiana) che Girard teorizza una “ragione apocalittica” portando alle sue estreme conseguenze le tesi espresse dal generale prussiano nel suo trattato Della guerra. Siamo qui di fronte all’ultimo Girard, quello che teorizza un Papa imperatore alla guida di una nuova “Europa spirituale” in grado di salvaguardare la razionalità (e la civiltà) occidentale. Una razionalità dove la fede dialoghi con la ragione e dove la religiosità giudeo-cristiana possa convivere con la filosofia nata in Grecia. Un Papa condottiero di una Chiesa custode della Rivelazione che con una mano “rivela”, e con l’altra occulta, copre, dissimula. Con una “dissimulazione onesta”, finalizzata ad esorcizzare l’apocalisse e la tendenza all’estremo sdoganate dalla rivelazione cristiana. E neppure Dante – esplicitamente citato da Girard – avrebbe osato tanto. Lui che, guelfo bianco, aspettava un imperatore messia che salvasse la Chiesa del suo tempo dalla corruzione. Il ragionamento girardiano si fa dunque tortuoso e, incapace di intravedere soluzioni migliori, si accontenta del dogma dell’infallibilità papale, con espliciti richiami a de Maistre e con un’ intensa perorazione del discorso di Ratisbona, pronunciato da Benedetto XVI in un momento storico delicato di lotta al terrorismo planetario.

Ma è anche vero che la riflessione di Girard introduce le sfide di un’etica che assomiglia all’ecologia umana o integrale di cui parla Papa Francesco nella sua Enciclica “Laudato Si’”. Un’etica cristiana, ma anche “paradossalmente laica”. Un’etica che, recuperando la religione, potrebbe essere declinata persino alla luce del “pensiero ecologico”. Alla stessa maniera del pensiero “sistemico-ecologico”, infatti, anche la teoria girardiana sembrerebbe ricollocare l’uomo in un universo terreno, proprio affinché non sfugga ad impegni etici. Nonostante il vocabolario della fede, il discorso girardiano sembra proprio raccogliere le sfide etiche del “pensiero ecologico” di un Edgar Morin o di un Bateson e, in tal senso, anche in Italia c’è una piccola comunità di studiosi, “capitanata” dal sociologo Sergio Manghi che riconduce in maniera molto interessante la riflessione girardiana sui binari dell’ecologia profonda.

L’approccio alla realtà, nella società secolarizzata dell’era planetaria, qualora quest’ultima voglia sfuggire all’abisso dell’apocalisse in corso, non potrà che essere, allora, quello che Fritjiof Capra definisce di “consapevolezza ecologica profonda”. La parola apocalittica, infatti – come afferma Girard –, “non dice nient’altro che la responsabilità assoluta dell’uomo nella storia”. L’avignonese, alla maniera di Benedetto Croce, sembra quasi dire che all’uomo dell’era planetaria, dopo la crisi dei fondamenti metafisici, non sia rimasto nient’altro che la storia. E la storia, per evitare l’abisso verso cui sembriamo andare inevitabilmente incontro, ha bisogno dell’etica cristiana. Come afferma Vattimo, “la verità che secondo Gesù ci farà liberi non è la verità oggettiva delle scienze, e nemmeno la verità della teologia (…) è la verità dell’amore, della caritas”. Una verità che trarrebbe forza dalla propria stessa “debolezza”. Una verità, ancora, che si accrescerebbe grazie a quella che Humberto Maturana definisce la “conoscenza della conoscenza”. Ovvero quella consapevolezza che “il nostro non è il solo universo, ma uno dei multiversi in coesistenza con i molti altri degli altrettanto molti altri nostri simili”. Una consapevolezza che ci impedirebbe, finalmente, di eludere “veri e propri obblighi etici”. E non è forse questo il messaggio più profondo contenuto nell’enciclica di Papa Francesco?

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