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Etica cristiana e globalizzazione laica, il lascito di René Girard

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Un colloquio con lo studioso della complessità, Nino Arrigo

Da queste premesse Girard sviluppa una teoria dell’origine della cultura (a partire dal “sacrificio”) che non può non presentare aporie e riduzionismi. La teoria del desiderio, desunta dalla modernità capitalistica di cui è, con ogni probabilità, un prodotto, viene applicata – forse con troppa disinvoltura – all’origine della cultura stessa.

Nonostante la chiarezza della logica girardiana, risulta infatti difficile immaginare che all’alba dell’origine della cultura gli ominidi, scimmie appena evolute, siano capaci di desideri che non siano “appetiti” prodotti dell’istinto. Il desiderio mimetico girardiano è già il “desiderio antropogeno” di cui parla uno dei più acuti commentatori della Fenomenologia dello spirito di Hegel: Alexandre Kojève.

La teoria mimetica, inoltre, troppo appiattita sul modello, sembra relegare l’oggetto del desiderio ad un ruolo eccessivamente marginale rimanendo, ancora, troppo confinata nell’ambito rivalitario delle dinamiche edipiche. Nonostante le rigide prese di distanza dello stesso Girard.

A differenza di Lévi-Strauss – che trasforma il divieto dell’incesto in una prescrizione positiva – Girard si rende conto, proprio con Freud, che il divieto ricade sulle donne più accessibili agli uomini del gruppo, quelle “più a portata di mano”, ma aggirando sempre l’ostacolo della pulsione fisica (onde incappare nel complesso freudiano) e puntando su quella rivalità mimetica, che rimprovera a Freud di non riconoscere fino in fondo. Anche gli ominidi in via di evoluzione, dunque, piuttosto che desiderare fisicamente le donne “a portata di mano” – onde evitare di “peccare” di parricidio e incesto – finirebbero, secondo Girard, per desiderare mimeticamente gli oggetti (in questo caso le donne) indicati dal “modello”. Girard si è sempre definito un appassionato seguace dell’evoluzionismo darwiniano, ma qui il suo evoluzionismo sembra zoppicare un po’. Forse pretendere che delle scimmie in via di evoluzione applichino i divieti d’incesto per evitare la spirale di violenza, è concedere troppo a degli animali in via di evoluzione. Gli ominidi girardiani sembrano assomigliare più ai frequentatori dei salotti proustiani di Combray che a delle scimmie un po’ evolute. Il desiderio girardiano è forse ancora troppo “metafisico” per fondare un’ antropologia radicata nell’animalità.

Nonostante tali possibili aporie, tuttavia, l’opera girardiana si rivela di particolare interesse nella direzione della “costruzione” di una “razionalità complessa”. Una razionalità che includa la parte demens (l’invidia, e il risentimento scandagliati dalle interessanti analisi giarardiane) di Homo sapiens. L’opera del mitologo francese potrebbe essere infatti considerata un’ “inclusiva enciclopedia antropologica”, alla stregua dell’opera vichiana. Una “nuova scienza dell’uomo”, volta al recupero della religione e del mito. L’attenzione verso questa nuova scienza dell’uomo, viene declinata da Girard anche attraverso la curiosità nei riguardi delle acquisizione del paradigma della complessità e della scienza contemporanea. La stessa logica “circolare” dell’origine della cultura per cui “è criminale uccidere la vittima perché essa è sacra…ma la vittima non sarebbe sacra se non la si uccidesse”, troverebbe degli analoghi nelle “polilogiche della complessità”, (per dirla col filosofo Gembillo) piuttosto che nella linearità della logica classica. In netta contrapposizione con lo strutturalismo di Lévi-Strauss, che individua nell’arbitrario la principale cifra del simbolico, l’ipotesi girardiana postula, piuttosto, l’origine del pensiero simbolico a partire dal sacrificio della vittima, nello “stupore” e nella “commozione” che ne seguono. In tal modo anche Girard, alla maniera di Giambattista Vico, sembra suggerirci che la prima forma di conoscenza della realtà, da parte dell’uomo, sia di natura estetica. E seguendo questa via, l’ipotesi girardiana risulterebbe persino accostabile al cosiddetto “costruttivismo radicale”. È il sacrificio della vittima ad “inventare”, infatti, la realtà, storica e determinata, in cui ci muoviamo.

Secolarismo e cristianesimo sono in antitesi? C’è un secolarismo “buono”?

Arrigo: Non sono in antitesi, almeno non per forza. Se il cristianesimo, a voler seguire Girard, ci conduce fuori dal sistema del sacro e della violenza, allora il secolarismo che ne consegue non potrà che essere un prodotto del cristianesimo. Possiamo dire, forse, che il secolarismo è un po’ come il colesterolo. Quello “buono” ci conduce ad un’etica cristiana e ad una via d’uscita dal sacro nel rispetto dell’importanza dello stesso. Quello “cattivo” si nutre ancora del mito di una ragione scientifica e illuministica incapace di dominare la complessità del reale. In tal senso è di grande attualità l’auspicio di Benedetto XVI di un dialogo tra fede e ragione, tra Atene e Gerusalemme, nella costruzione di una nuova Europa spirituale.

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