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Buon anno Italia, che tu sia un Paese più equo

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mons. Bruno Forte - Il Sole 24 Ore - pubblicato il 04/01/16

Un augurio e una preghiera per una riforma dell'Italia nel segno della solidarietà

Quale augurio fare all’Italia e a ciascuno dei suoi cittadini in questo inizio del 2016? Non esiterei a rispondere a questa domanda augurando al nostro Paese e a ognuno di noi una giustizia più grande, tale da superare le pesanti sperequazioni che ancora caratterizzano la nostra vita sociale e incidono sul cammino personale e sulle possibilità reali offerte a ciascuno. Mi riferisco a tre livelli di differenze a mio avviso non conformi all’equità doverosa per una “repubblica democratica fondata sul lavoro”. «Repubblica democratica fondata sul lavoro», quale è definita l’Italia dal primo articolo della sua Costituzione repubblicana: le sperequazioni lavorative, quelle relative al guadagno e alla distribuzione della ricchezza e quelle legate alla geografia, ovvero alle differenti possibilità offerte dal territorio in cui si vive. Sul piano del lavoro la prima clamorosa forma di ingiustizia riguarda i giovani: oltre il quaranta percento di coloro che hanno raggiunto l’età dell’accesso all’occupazione sono senza lavoro, e – quel che è peggio – sono spesso indotti a pensare che i tanti sacrifici fatti per studiare e formarsi a un domani in cui contribuire col proprio impegno alla realizzazione di sé, dei propri cari e dell’intera comunità, siano stati di fatto inutili. Togliere la speranza ai nostri ragazzi e costringerli a cercare soluzioni di vita fuori del nostro Paese, spingendoli talora anche ad abbandonarsi a forme pericolose di evasione, è una clamorosa negazione della giustizia che una sana democrazia dovrebbe garantire.

Se poi si aggiunge a questa la situazione dei tanti che in età matura hanno perso il lavoro e non riescono a trovare una nuova occupazione dignitosa e capace di garantire a sé e ai propri cari le condizioni necessarie alla vita, si comprende quanto la sperequazione sul piano lavorativo suoni come un’inaccettabile ingiustizia: a fronte di chi non lavora, contro la sua volontà e le sue attitudini, ci sono situazioni di privilegio e favoritismi legati al potere, se non talvolta alla corruzione, che offendono la coscienza morale e l’esigenza collettiva di equità e la promozione responsabile del bene comune da parte di tutti. Il lavoro è un diritto e dove esso viene fatto passare come un favore ad essere lesa è la giustizia, senza la quale non è possibile costruire alcuna vera democrazia e promuovere il rispetto della dignità di ogni persona umana. La sperequazione lavorativa si associa a quella retributiva: a fronte di persone che con quello che guadagnano non riescono neanche ad arrivare a fine mese, che siano pensionati o lavoratori dipendenti o in proprio, ci sono altri che godono di guadagni spropositati o di pensioni d’oro, tanto più inaccettabili quanto più riguardano protagonisti delle istituzioni o della vita politica che avrebbero dovuto fare dell’equità il loro programma di vita. Un Paese in cui c’è chi guadagna in un anno o meno quanto la stragrande maggioranza dei lavoratori non riuscirà a guadagnare per tutta la vita è semplicemente malato, e in esso si alimenterà inevitabilmente una situazione di disagio diffuso e di disgregazione fino a che i suoi legislatori non troveranno vie per far crescere la giusta distribuzione dei beni fra i cittadini. Anche in questo campo il principio da scardinare è quello del privilegio e il coraggio del legislatore non deve fermarsi di fronte ad alcuna pretesa di diritto acquisito, tanto più se essa viene sollevata a difesa di posizioni che avallano sperequazioni insopportabili. Soprattutto nell’ambito degli stipendi pubblici occorre che siano fissati tetti massimi di guadagno che garantiscano l’equità, come peraltro avviene in diverse democrazie di antica esperienza. Se l’esempio comincerà ad essere dato nel pubblico, è possibile ed auspicabile che esso si estenda al mondo del privato e raggiunga specialmente quei settori in cui più ampio è il divario fra chi è arrivato e chi fa ancora la gavetta.

L’urgenza di attuare condizioni di equità diffusa nella distribuzione dei beni deve insomma costituire un tarlo a cui non solo si ispiri l’azione dei politici, anche a esemplare danno dei propri privilegi, ma si conformino pure lo stile di vita e le scelte operative di chiunque contribuisca al bene comune del Paese col proprio impegno e la propria capacità imprenditoriale. Infine, c’è bisogno di maggiore giustizia in rapporto alla forte sperequazione territoriale, propria in maniera peculiare della nostra Italia: chi ha la fortuna di nascere o vivere e produrre in alcune aree geografiche della Penisola ha obiettivamente accesso a possibilità e vantaggi del tutto impensabili in altre zone. Questo tipo di differenziazione si è acuito con l’istituzione delle Regioni, che non solo hanno appesantito la macchina burocratica, ma hanno anche creato diversità di legislazioni e di potenzialità offerte ai cittadini di considerevole impatto.

Il divario storico fra Nord e Sud, lungi dal ridursi, si è acuito, mentre la sperequazione fra Regioni è divenuta spesso vistosa e intollerabile. Le riforme di cui tanto si parla non potranno ignorare questa problematica, che ad esempio giustifica le perplessità di quanti vedono nelle scelte riguardo alla ventilata abolizione delle Province un oblio reale dell’impatto capillare che esse hanno rispetto alle istituzioni regionali, grazie proprio alla loro maggior vicinanza ai cittadini e al territorio. Anche per il lavoro relativo agli assetti istituzionali del Paese, insomma, l’equità dovrà essere considerata criterio imprescindibile e condizione di effettiva fecondità delle scelte. Ovviamente, questo generale bisogno di giustizia non potrà essere soddisfatto ai vari livelli senza il protagonismo di uomini e donne che ispirino alla giustizia le loro scelte e i comportamenti pubblici e privati. L’auspicio di un Paese più giusto risulta così inseparabile da quello di cittadini più motivati e impegnati nella promozione di una società equa e solidale, in particolare se si tratta di protagonisti della vita pubblica o dell’economia. Senza una diffusa tensione morale, senza un profondo amore per la giustizia radicato nei cuori, il superamento delle sperequazioni resterà lettera morta. Solo dove le coscienze saranno sostenute dal riferimento al bene che le trascende tutte, l’orizzonte degli interessi penultimi non potrà sopraffare quello dell’ultimo orizzonte, misura della verità e del bene. Per chi crede è qui facilmente riconoscibile lo spazio della ispirazione religiosa e la forza del giudizio e dell’amore del Dio vivente nei cuori che gli si aprono. Qui l’augurio per l’anno che inizia si fa in me preghiera perché si spalanchi in ognuno di noi questa porta del cuore e possano sempre più realizzarsi nell’anno che inizia per la vita di ciascuno e la storia di tutti le parole della Scrittura: “Misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno” (Salmo 85,11)

Tags:
giustizia sociale
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