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Come prendersi cura dei senzatetto spirituali

Jeffrey Bruno/Aleteia

Melinda Selmys - pubblicato il 31/12/15

I “cattolici solo a Natale e Pasqua” hanno bisogno di misericordia quanto chi è materialmente povero

A Natale siamo tutti più consapevoli del fatto che al mondo ci sono solitudine, povertà e sofferenza, e che siamo chiamati ad affrontarle attraverso opere di generosità e misericordia. Doniamo cibo per gli affamati, abiti e regali per i poveri, apriamo le nostre case e le nostre chiese per chi non ha dove andare per le feste. C’è però un altro tipo di povertà che spesso viene trascurato: l’essere senzatetto a livello spirituale.

A molti che sperimentano la gioia annuale della preparazione attraverso l’Avvento e della celebrazione della nascita del Salvatore a Natale, la piaga dell’essere senzatetto spirituali può sembrare quasi uno scherzo, o un simbolo di vergogna.

Per i devoti non è infrequente guardare dall’alto in basso i “cattolici di Natale e Pasqua”, che vanno a Messa solo una o due volte all’anno, riscaldando momentaneamente il proprio spirito al focolare della Chiesa prima di tornare a vagare nelle fredde vie secolari.

Spesso pensiamo che queste persone siano fondamentalmente responsabili della propria piaga: “La Chiesa è sempre disponibile”, diciamo, “possono venire quando vogliono”, e assumiamo a cuor leggero che non lo facciano perché sono attaccate al peccato, o prese dalle questioni mondane, o non vogliano compiere i sacrifici richiesti dalla fede.

Questi giudizi estendono la logica dell’individualismo moderno al campo della vita spirituale. Sono l’equivalente religioso del fatto di dire che i poveri e i senzatetto devono cavarsela da sé e uscire da soli dalla situazione in cui si trovano.

Il messaggio della Scrittura non è questo. Se guardiamo alla storia del Natale, ci troviamo di fronte a due degli esseri umani più santi che si siano mai trascinati per le vie di Betlemme in una fredda notte per cercare un rifugio. Non avevano fatto niente di male, ma alloggio dopo alloggio venivano cacciati via.

Poi, quando è nato il Salvatore del mondo, lui e i suoi genitori sono stati costretti ad andare in esilio in Egitto – non perché avessero fatto qualcosa di sbagliato, ma perché Erode aspirava al potere del Messia.

Il viaggio della Sacra Famiglia richiama i numerosi esili sopportati dal popolo ebraico durante la sua storia. Attraverso l’Antico Testamento, la Scrittura ci presenta in continuazione l’idea che essere portati via, prigionieri, in catene, l’esperienza di essere perduti e di vagare nel deserto, l’esperienza di sentirsi abbandonati da Dio è una parte normale della storia umana.

La risposta cristiana ai senzatetto spirituali che entrano nelle nostre chiese nel periodo natalizio non dovrebbe essere quindi di sdegno e autocompiacimento. Non dovremmo congratularci con noi stessi per il fatto di essere tra i pochi che si siederanno nei banchi della chiesa anche la domenica successiva. Dovremmo piuttosto chiederci come possiamo accogliere le persone perché vogliano restare.

Molti sacerdoti offrono il benvenuto nelle proprie omelie natalizie, ma l’apertura mostrata dal pulpito dev’essere messa in azione dai laici se vuole portare frutto.

Ciò vuol dire che accanto alle opere di misericordia corporale che svolgiamo nella stagione natalizia dovremmo anche riflettere su come svolgiamo le opere di misericordia spirituale per confortare e dare ospitalità alle persone la cui anima è in esilio.

La tradizione cattolica suggerisce sette opere specifiche che possiamo compiere: istruire gli ignoranti, consigliare i dubbiosi, ammonire i peccatori, sopportare pazientemente i torti, dimenticare le offese, confortare gli afflitti e pregare per i viventi e i defunti.

Ciò non vuol dire che dovremmo rimproverare i nostri parenti durante la cena natalizia o trasformare le vacanze in un’occasione per un confronto religioso. Come le opere di misericordia corporale, quelle di misericordia spirituale sono più efficaci quando vengono compiute con gentilezza, generosità e umiltà. In generale, se realizziamo queste opere in un modo che richiede più dall’altra persona che da noi stessi non le stiamo compiendo bene.

Le opere di misericordia spirituale ci chiedono di fare spazio e tempo per gli altri, di ascoltare con compassione, di invitarli alla nostra adorazione cristiana, di chiarire le nostre convinzioni in modo gentile, di offrirci spiritualmente ed emotivamente e di fare tutte queste cose con pazienza e grazia. Ci ricordano di far spazio nel nostro cuore a Cristo, che viene a noi sia nella nostra povertà che nelle necessità del nostro prossimo.

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Melinda Selmys è autrice di Sexual Authenticity: An Intimate Reflection on Homosexuality and Catholicism. Ha un blog su Catholic Authenticity.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
liturgianatalepasqua cristiana
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