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Una buona sintesi delle ultime indagini sulla Sindone di Torino

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Baima Bollone risponde anche a diverse piccole e grandi obiezioni contro l’autenticità della Sindone, dimostrando che il lino era effettivamente un materiale di pregio (come indicano i Vangeli), usato raramente. L’archeologia è anche in grado di confermare l’esistenza nel mondo antico di telai in grado di produrre manufatti delle dimensioni sindoniche, così come è precedente all’era cristiana la tessitura “a spina di pesce”. Sul fatto che sul sacro lino vi siano macchie di sangue è ormai una certezza granitica come dimostra il susseguirsi di conferme da parte di numerosi scienziati, così come nessuna seria obiezione ha mai scalfito il lavoro di Max Frei sul rilevamento di numerosi pollini presenti sulla Sindone, molti dei quali provenienti da piante che crescono esclusivamente nei dintorni di Gerusalemme (tanto numerosi che si conviene sia una contaminazione da contatto diretto non per ricaduta). Sempre grazie ai pollini, diversi studiosi, compreso l’ebreo Avinoam Danin, hanno concluso grazie al periodo di fioritura delle piante collegate, che l’Uomo della Sindone venne probabilmente avvolto nella sindone nel periodo di marzo-aprile: un’altra conferma ai Vangeli. Sempre Danin, autorità indiscussa sulla flora palestinese, ha anche rilevato dalle fotografie della Sindone la presenza dell’immagine di fiori (come il Cistus creticus), che crescono attorno alla città di Gerusalemme (e anch’essi fioriscono nel periodo di marzo-aprile).

Tra i pollini rilevati ce ne sono alcuni di piante che crescono esclusivamente anche a Edessa e Costantinopoli, confermando dunque la tradizione che vuole il passaggio della Sindone da quei luoghi. In questo si innesta anche la tesi di Ian Wilson, storico inglese e uno dei tanti agnostici convertiti dall’immagine sindonica, secondo il quale il Mandylion, cioè il telo con il volto di Cristo venerato dalle comunità cristiane orientali noto già dal VII secolo ad Edessa, non era altro che il telo della Sindone piegato su se stesso per mostrare soltanto il volto, contenuto in un reliquiario. Effettivamente, dalle numerose descrizioni del volto del Mandylion è possibile paragonare esattamente le caratteristiche del volto sindonico, conferma arriva anche dall’omelia di Gregorio il Referendario di Costantinopoli del 16 agosto 944 (il Mandylion venne trasportato a Costantinopoli il 15 agosto 944), nella quale il Mandylion viene descritto accennando a caratteristiche non solo del volto ma anche del corpo dell’immagine impressa sul telo.

La ricostruzione storica della Sindone, quando la sia abbina al Mandylion, è possibile (seppur con molte congetture). Abbiamo diverse testimonianze della sua presenza a Costantinopoli, importante è il documento di Nicola Mesarite, custode del palazzo imperiale di Bucoleone che nel 1201 ricorda le reliquie conservate in quel luogo, tra cui «i lenzuoli sepolcrali di Cristo» che «hanno avvolto l’ineffabile cadavere, nudo e imbalsamato, dopo la passione». L’intero cadavere, non soltanto il volto: anche questa è una conferma del legame Mandylion-Sindone. Il particolare della nudità di Cristo, oltretutto, è inconcepibile per la mentalità dell’epoca, ma sopratutto senza alcun riscontro iconografico. I Crociati conquistano Costantinopoli nel1203-1204 e il passaggio della Sindone in Europa è avvallato da testimonianze credibili e meno credibili. Un ruolo cruciale potrebbe averlo avutoOttone de la Roche, partecipante della quarta crociata e dell’assedio a Costantinopoli; un’altra tesi è sostenuta dallo storico inglese Ian Wilson e da Barbara Frale, secondo cui in Europa la Sindone sarebbe arrivata grazie all’Ordine dei Templari, da loro custodita fino al 1307 anno della dispersione dei cavalieri crociati. Il silenzio sulla sorte della Sindone è comunque compatibile con le sanzioni pontificie sul traffico di reliquie sottratte a Costantinopoli che durarono fino alla metà del 1300.

La prima certezza storica da tutti condivisa sulla Sindone è documentata a Lirey nel 1356, di proprietà di Geoffroy de Charny. Il volume di Baima Bollone -riprendendo il volume La sindone. Storia di una immagine di G.M. Zaccone- offre una efficace confutazione delle convinzioni del più attivo sostenitore della non autenticità del sacro Lino, ovvero lo storico Andrea Nicolotti. Secondo l’attivo ricercatore, infatti, il vescovo di Lirey Pierre D’Arcis avrebbe osteggiato la Sindone, esposta dai canonici di Lirey, scrivendo un Memoriale a papa Clemente VII nel quale afferma che il suo predecessore, il vescovo Herny de Poitiers, avrebbe svolto un’indagine sul sacro lino scoprendo la sua non autenticità poiché aveva identificato un pittore (anonimo) che ammise di averla dipinta. Bisogna innanzitutto ricordare che D’Arcis e i canonici erano in guerra da tempo poiché questi ultimi non avevano chiesto l’autorizzazione per l’ostensione della Sindone al vescovo, la cui cattedrale di Troyes versava in pessime condizioni e un afflusso di pellegrini avrebbe fatto comodo. Inoltre, esiste una lettera del predecessore di Pierre D’Arcis indirizzata a Geoffroy de Charny, nelle cui conclusioni non si fa alcun accenno alla presunta frode della Sindone ma, anzi, si congratula per la fondazione della collegiata di Lirey. In ogni caso è importante ricordare che Clemente VII scelse di non credere al vescovo di Lirey, tanto che in una delle tre bolle che emanò per risolvere la situazione definisce sì la Sindone una pictura seu tabula (al posto di figura seu representacio, come invece viene definita nelle altre due), ma fece prontamente correggere il termine sulla copia d’archivio riprendendo la definizione da lui usata nella prima bolla, avvallando dunque la definizione data dai canonici di Lirey che credevano nell’autenticità.

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