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Accordo sul clima alla Cop21: un passo storico…ma c’è chi dice no

UN Photo/Kibae Park -cc / © Antoine Mekary - ALETEIA
File Photo- Toronto, Canada - Gas emissions at a manufacturing complex in Toronto, Canada. Photo Credit:Kibae Park/Sipa Press
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Il Papa chiama alla solidarietà verso i più vulnerabili, ma rimangono aperti alcuni interrogativi

Alla fine l’accordo è stato siglato. Superato “l’impasse clima” durato parecchi anni, in quello che molti non hanno tardato a definire un esito storico verso una necessaria governance globale sulla salvaguardia del pianeta, 195 capi di Stato riuniti a Parigi per la due settimane di Cop21 hanno firmato un accordo – il protocollo di Kyoto del 1997, che scadrà appunto nel 2020, era stato firmato da 35 Paesi appena – in cui si sono impegnati a ridurre la temperatura globale “ben al di sotto dei 2 gradi”. Questi gli obiettivi più nel dettaglio: restringere a poco più di un grado e mezzo nel 2023 (con successivi step di revisione ogni 5 anni) il riscaldamento massimo consentito rispetto all’era pre-industriale; finanziamento di 100 miliardi di dollari all’anno dal 2020 al 2025 per i Paesi in via di sviluppo.

L’accordo riconosce, in sostanza, che l’unico percorso possibile per salvaguardare la sicurezza del pianeta è l’eliminazione dei combustibili fossili entro il 2050 e la riduzione totale delle emissioni di gas serra entro il 2080. Infatti, secondo le stime del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), la temperatura media della superficie della Terra e degli oceani è aumentata di 0,85 gradi tra il 1880 e il 2012, e a causa dell’aumento delle emissioni dovrebbe crescere ancora tra gli 0,3 e i 4,8 gradi entro il 2100.

Intervenendo all’Angelus di domenica scorsa, papa Francesco aveva commentato favorevolmente l’esito di Cop21 invitando anche a proseguire “il cammino intrapreso nel segno di una solidarietà che diventi sempre più fattiva” e della sobrietà, con “un corale impegno e una generosa dedizione da parte di ciascuno” e “una particolare attenzione alle popolazioni più vulnerabili”.

Tutte questioni già affrontate ampiamente nell’enciclica Laudato si’, che mette in luce la radice umana della crisi ecologica e, aspetto quasi unico in un documento magisteriale di questo tipo, accoglie come mainstream degli studi scientifici i dati che descrivono in maniera allarmante il riscaldamento del sistema climatico dovuto alla concentrazione di gas serra prodotti dalle attività umane. Uno degli elementi cardine che reggono tutto l’impianto della Laudato si’ è lo stretto rapporto tra la fragilità del pianeta e i poveri del mondo, i più duramente colpiti da questa situazione, pur essendo i meno responsabili. Di conseguenza, ridurre il nostro uso di combustibili fossili non è una questione che riguarda solo l’ambiente naturale. Parole che ci inchiodano nelle nostre responsabilità.

I mercati liberi, una soluzione per la casa comune?

Se da una parte c’è un ampio favore su queste tematiche, in particolare sull’origine antropica del global warming, dall’altra c’è anche chi si dice scettico se non contrario. Ad esempio, un approccio critico e allo stesso tempo aperto e onesto ai contenuti della Laudato si’ è emerso dalla Conferenza organizzata il 3 dicembre a Roma dall’Istituto Acton, un centro studi nato in Michigan nel 1990. L’incontro si è mosso nel solco tracciato dai contributi che il libero mercato può offrire e offre alla risoluzione delle principali problematiche sociali, economiche e ambientali.

Nella Laudato si’ pur non essendoci un attacco diretto e inequivocabile all’economia di mercato ci sono vari riferimenti alle storture derivanti da un sistema capitalista sfrenato dominato dall’“idea di una crescita infinita o illimitata”, dove “l’alleanza tra economia e tecnologia finisce per lasciare fuori tutto ciò che non fa parte dei loro interessi immediati”, con sottotraccia “l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso”.

Nel suo intervento padre Robert Sirico, presidente e fondatore dell’Istituto Acton, ha notato che è proprio la realtà tangibile della scarsità delle risorse che dà origine alla necessità di economizzare e incentiva a una cooperazione di libero scambio. Oggi, ha continuato, “l’uguaglianza nella diffusione del progresso viene ritenuta una priorità morale, anche più rilevante dell’aumento a lungo termine del benessere umano in generale. Immaginate se questa politica venisse implementata sulla base dell’idea che è meglio che nessun gruppo diventi ricco se tutti i gruppi non condividono in modo uguale le benedizioni della prosperità. Se fosse stata applicata questa regola, il risultato della storia avrebbe potuto essere molto diverso”.

Un discorso a cui hanno fatto eco le parole del prof. Philip Booth, docente di Finanza, Politiche Pubbliche ed Etica alla St. Mary’s University, il quale ha affermato che “uno dei motivi della diminuzione della disuguaglianza e della povertà è la crescita del libero mercato, che ha collegato un gran numero di Paesi prima molto poveri ai mercati globali”. “Il libero mercato – ha spiegato ancora – può ridurre la volatilità del prezzo del cibo perché i prezzi dei beni alimentari sono meno sensibili alla perdita del raccolto in un Paese specifico quando la gente ha accesso ai mercati mondiali”.

Della stessa idea il dott. Samuel Gregg, direttore di ricerca dell’Istituto Acton, che ad Aleteia ha ribadito che “al cuore dell’istituzione del libero mercato vi è la proprietà privata. E una delle ragioni offerte da Aristotele e da San Tommaso d’Aquino per la proprietà privata è che essa c’incoraggia a prenderci cura e a farci carico della responsabilità di ciò che ci è stato affidato. Essi sostengono, inoltre, che il possesso indiviso dei beni porti a trascurare questi ultimi perché nessuno è responsabile”. Tutti principi questi, a suo avviso, che si riferiscono ugualmente all’ambiente.

Su come questo approccio possa conciliarsi con l’invito a una “ecologia economica” contenuto nella Laudato si’, Samuel Gregg tiene a sottolineare che “un aumento degli standard di vita tende ad andare di pari passo con la migliore cura dell’ambiente. Per quale ragione? Perché le società che non lottano per la sopravvivenza hanno il tempo e le risorse per pensare ai modi migliori per custodire e sfruttare le potenzialità dell’ambiente. Ma non si può avere una significativa e durevole crescita economica senza mercati liberi”. Inoltre, “i mercati liberi – e in maniera ancora più specifica i prezzi liberi – consentono alle persone un accertamento più accurato dei benefici e inconvenienti che si hanno nello sfruttare e/o nel preservare le diverse risorse del mondo naturale alla luce dei bisogni e desideri generali. I prezzi liberi da soli non sono e non possono essere in alcun modo il fondamento su cui decidere cosa sfruttare e cosa preservare dell’ambiente naturale. Ma permettono a noi di accertare immediatamente quali sono i diversi costi opportunità”.

Spostando l’accento sulla vera e propria Green Revolution a cui abbiamo assistito negli ultimi 60 anni, il dott. Giordano Masini, caporedattore di Strade e imprenditore agricolo, ha invece parlato di un balzo produttivo impressionante, tanto che “rispetto al 1960, oggi usiamo il 68% di terra in meno per produrre la stessa quantità di cibo. Oggi il vero biologico è tecnologico. Perché i miglioramenti non sono stati dovuti solo alla meccanizzazione agricola”, ma “anche alla creazione di varietà maggiormente resistenti ai parassiti o che garantiscono rese costanti anche con un minore impiego di acqua”.

“Nel 1950 – ha aggiunto – il pianeta Terra ospitava circa 2,5 miliardi di persone e di queste, secondo i dati della FAO, circa un miliardo erano malnutrite, ovvero soffrivano la fame. Oggi siamo circa 7 miliardi ma ad essere colpiti da malnutrizione sono circa 800 milioni di individui. Se pure possiamo osservare che il numero degli affamati non è calato significativamente, oggi possiamo dire che la Terra è in grado di dare da mangiare a circa 5,5 miliardi di persone in più rispetto a 60 anni fa”.

Affrontando poi un nodo cruciale dell’enciclica ecologica di papa Francesco, Masini ha spiegato che “al giorno d’oggi c’è però un’illusione, molto pericolosa, che si sta diffondendo soprattutto in Occidente, ed è quella che ci sia abbastanza cibo per tutti. Sono molte di più le persone che riescono a mangiare, certo, ma quelle che soffrono la fame sono ancora circa un miliardo. E’ importante richiamare allora anche la “responsabilità” dei governi. Perché l’apertura dei mercati non passa solo per la rimozione degli ostacoli normativi, ma anche per la costruzione fisica di vie di comunicazione e di tutte le infrastrutture necessarie, che oggi mancano. Non esiste, infatti, un mercato veramente libero se questo non è accessibile”.

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