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La ricetta degli economisti cattolici per evitare altri crac delle banche

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Bruni: serve un modello che non badi solo al profitto e società civile nei cda. Becchetti: indispensabile la solidarietà

Quattro piccole banche italiane – Banca Marche, Banca Etruria, CariChieti e Cassa Ferrara – sono in liquidazione coatta amministrativa dal 22 novembre, una procedura simile a quella fallimentare ma svolta da un istituto amministrativo e non da un tribunale. Tutte e quattro le banche avevano pessime condizioni patrimoniali, anche se sviluppate in periodi diversi, e rappresentano una piccola porzione del mercato bancario nazionale: circa l’1 per cento (Il Post,9 dicembre).

IL FONDO “SALVABANCHE”

Per le quattro banche è stato effettuato un “salvataggio” da parte del “Fondo di Risoluzione”, un fondo previsto dalla legge italiana e dall’Unione europea alimentato con contributi delle altre banche nazionali (quindi non con soldi dello Stato). La distinzione è importante perché l’Unione Europea non permette l’aiuto da parte dei singoli Stati alle imprese in difficoltà, e ritiene che queste situazioni debbano essere gestite dal libero mercato.

CHI HA PAGATO IL “SALVATAGGIO”

Per quanto riguarda Banca Marche, Banca Etruria, CariChieti e Cassa Ferrara, la parte “cattiva” di ogni banca – quella con i prestiti che hanno meno possibilità di rientrare – è stata separata dalla parte “buona”, quella con i depositi dei clienti, che è stata temporaneamente affidata ad amministratori designati appositamente. Chi ha “pagato” il salvataggio delle quattro banche sono anzitutto i loro azionisti e chi aveva investito in obbligazioni subordinate, cioè quelle che promettono più guadagni ma anche più rischi: se l’impresa che le ha emesse non ha i soldi per ripagarle tutte, non c’è possibilità di recuperare i soldi investiti.

VENDUTI PRODOTTI “INAPPROPRIATI”

Le quattro banche salvate dall’Italia «hanno venduto prodotti inappropriati a persone che forse non sapevano cosa compravano» e questo ha avuto «conseguenze molto dure e difficili», è stato il giudizio del commissario Ue ai servizi finanziari, Jonathan Hill, che però ha difeso il fatto che devono essere rispettate le regole sugli aiuti di Stato previste nell’Unione Europea (La Repubblica, 10 dicembre).

VERSO LA RIFORMA

Ora, mentre il governo si interroga su una riforma del sistema bancario e il dibattito è ancora aperto sul caso del suicidio dell’investitore di Banca Etruria che si è ritrovato sul lastrico dopo la deflagrazione delle obbligazioni subordinate, Aleteia ha chiesto ad autorevoli economisti di area cattolica quale sia la migliore strategia, ispirata alla Dottrina Sociale della Chiesa, per evitare crac finanziari e morali, come quelli che hanno fatto da strascico al fallimento delle quattro banche.

LA DOTTRINA SOCIALE

Il professore Luigino Bruni, economista e docente presso l’Università Lumsa di Roma, nonché sostenitore dell’economia di comunione, premette ad Aleteia: «Nella Dottrina Sociale della Chiesa non esistono trattati sul fallimento delle banche, ma dei riferimenti espliciti e dei principi di fondo per orientarsi su cosa sta accadendo in Italia oggi, e comprendere meglio cosa è accaduto in passato nel resto del mondo».

SI E’ “SPEZZATO” IL RAPPORTO

Con il caso del crac delle quattro banche «abbiamo visto migliaia di persone che hanno chiesto al loro banchiere di riferimento un investimento sicuro dei propri risparmi. Ma questi banchieri non li hanno orientati al mutuo vantaggio, offendo loro dei titoli troppo rischiosi per i soggetti coinvolti. In questo modo si è spezzato in maniera netta il rapporto tra risparmiatore e creditore».

“DATO UN SERPENTE AGLI INVESTITORI”

L’economista evidenzia che la parola credito «deriva da credere, dare fiducia. Come recita il Vangelo: “Chi di voi, uomini, darebbe una pietra al proprio figlio che gli chiede un pane? Chi gli darebbe un serpente se gli chiede un pesce?“. E’ proprio questo è avvenuto: a chi voleva investire i propri soldi gli è stato dato un serpente».

VITTIME DEI PROFITTI

Allora bisogna riflettere «su cosa stanno diventando le banche». Sono nate «per gestire soldi collettivi, sono state sempre imprese civili, e ora stanno diventando qualcosa altro: soggetti speculativi, che puntano alla massimizzazione del profitto». Questa metamorfosi «fa paura ed vittima di un’ideologia capitalista, secondo cui l’unico modo intelligente di fare impresa è massimizzare i profitti».

RISPARMIATORI INGENUI

La seconda riflessione che solleva l’economista cattolico è che «c’è stata troppa ingenuità nei risparmiatori, troppa ignoranza finanziaria in Italia e nel mondo. Ormai è da qualche anno che sostengo l’importanza delle Scuole Popolari di Economia e Finanza! E’ necessario diffondere una sorta di “catechismo finanziario” nelle scuole, parrocchie, diocesi, rivolto ai cristiani e più in generale ai cittadini. Gli italiani devono studiare di più per evitare di essere vittime degli speculatori. Oggi c’è purtroppo tanta ingenuità dei consumatori che per esempio non hanno compreso i rischi che derivano dalle cosiddette obbligazioni subordinate».

UN MODELLO DA RIPENSARE

Infine secondo Bruni va ripensato il governo delle banche. «Nel ‘900 era netta la separazione dei poteri e degli ambiti. Da un lato economia e finanza, dall’altro la politica che dettava le regole e i controlli. Utilizzando il linguaggio sportivo: è come se economia e finanza erano le squadre, e la politica scriveva il regolamento e indicava gli arbitri. Questo modello è andato in crisi nell’età della globalizzazione e della finanza speculativa».

SOCIETA’ CIVILE NEI CDA

«Oggi esse hanno un così grande ruolo e potere nella vita delle persone». Allora bisogna ripensare «ad un modello in cui cda e board delle grandi abbiano al loro interno un numero serio di rappresentante di consumatori, famiglia, chiesa: una metà dei membri andrebbe nominata dalla società civile, per vigilare dal di dentro le operazioni dell’istituto di credito. In questo si eviteranno situazioni come quelle delle quattro banche fallite, che ci accorgiamo ormai essere al tracollo quando ormai più nulla è irreparabile dopo che da anni navigavano a vista».

MODELLO BANCA ETICA

Una seconda innovazione, in tal senso, conclude Bruni, «è l’imitazione del modello Banca Etica. Al suo interno ha un comitato etico composto da persone rappresentative della società civile e morale. Ne fanno parte suore, sacerdoti, che non hanno interessi diretti, ma hanno una elevata statura morale. Il comitato ha il compito di mettere il veto su azioni eticamente sensibili. Questo nell’ottica che le banche sono beni sempre più pubblici e vanno governate diversamente, fino a diventare delle vere e proprie società collettive».

DOLO E’ OPZIONE POSSIBILE

Il professore Leonardi Becchetti, economista e docente all’università di “Tor Vergata” di Roma, punta l’indice su un equilibrio molto delicato «di cui dobbiamo essere consapevoli». «Da un lato – spiega ad Aleteia – c’è il prestito a cui la banca non deve sottrarsi, dall’altro l’esposizione a rischi di speculazione che possono portare a conseguenze disastrose per i risparmiatori. Il dolo va considerato come una opzione possibile. Non siamo più nel tempo in cui l’aiuto pubblico fa sempre e comunque da paracadute. L’Unione Europea ci impone norme più stringenti in tal senso».

COMPRENDERE IL RISCHIO

Ecco perché «bisogna essere consapevoli fino in fondo che un rendimento alto senza rischio non è possibile. Quello che è accaduto in Italia in questi giorni, con il fallimento di quattro banche, il suicidio dell’investitore, ci deve spingere assolutamente verso una maggiore educazione finanziaria».

FONDO STRATEGICO

Così come va fatta una riflessione profonda sull’aiuto di Stato. L’intervento delle istituzioni, secondo Becchetti, è stato cruciale perché attraverso il Fondo di Risoluzione “salvabanche” si è posto un argine, nel caso delle quattro banche in crac, almeno per salvare le obbligazioni ordinarie e i depositanti over 100mila euro. «Si tratta di uno strumento di tutela, non è un’insieme di banche che si sono messe a fare la beneficenza per salvare chi è in difficoltà».

SOLIDARIETA’ ED UNIONE EUROPEA

L’Italia, conclude l’economista, dovrebbe giocare al rialzo con l’Unione Europea, che vuol recedere dall’aiuto di Stato. «Ha salvato tante banche del centro-nord Europa dal fallimento, all’Italia non è arrivato un centesimo per il sostegno alle proprie banche. Allora è con essa che bisogna affrontare la questione del fondo di solidarietà. L’Italia deve osare e spiegarne l’importanza in un momento storico quanto mai delicato per l’economia mondiale».

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