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700 bimbi morti nel Mediterraneo nel 2015

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Ci siamo commossi per Aylan, ma poi ci siamo assuefatti alle immagini di morte. Teniamoci stretto il diritto di piangere per ogni morto…

di Michele Zanzucchi

 

Scrivevo il 3 settembre scorso: «Quella foto non andava pubblicata! Stamani l’argomento più gettonato sulla Rete è la foto del piccolo siriano “addormentato” per sempre su una spiaggia turca. Il Manifesto, La Stampa e altri quotidiani hanno fatto la scelta, certamente «sofferta», di pubblicare la foto. Impatto mediatico assicurato, vendite garantite, emozione al culmine, fors’anche volontà dei politici europei di cambiare qualcosa per rispondere all’emergenza. Ma quanto può durare una tale ondata di sdegno e commiserazione? Poco, leggete Susan Sontag e il suoDavanti al dolore degli altri: lo sdegno e la pietà, i sentimenti di condivisione e quelli di rivolta vengono esaltati dall’immagine shock, che però dà assuefazione, si ha cioè bisogno di un sempre maggiore tasso di “scandalo”, di “emotività” per riuscire a provare gli stessi sentimenti».

Riprendo queste mie righe perché ieri la benemerita Fondazione Migrantes ha pubblicato dati drammatici: nel 2015 circa 700 minori hanno perso la vita nel cercare di raggiungere le coste europee fuggendo da luoghi pericolosi, infidi, senza futuro. Non serve emozionarsi per una foto, lo ripeto, quando poi il dramma diventa normalità e passiamo ad altro, dimenticando i 699 altri piccoli Aylan morti nel Mediterraneo.

Lo sappiamo, più il morto è vicino a noi (anche nella virtualità), più ci tocca nell’intimo delle nostre fibre. Ma come esseri umani, se crediamo alla fondamentale fraternità universale del nostro pianeta, se vogliamo non diventare degli automi in mano agli opinion maker, ai media che appiattiscono ogni cosa, alla paura, non dobbiamo cessare di fare un esercizio difficile ma umanizzante. Di cosa si tratta? Finché i morti non saranno per noi tutti equivalenti, finché la pietà e la misericordia non muoveranno il nostro cuore al di là del fatto che il morto sia il piccolo Aylan morto su una spiaggia turca, o una delle 130 vittime di un attentato a Parigi, o una delle 300.000 dei combattimenti della guerra siriana…

Finché ogni morto non sarà nel nostro cuore una persona umana unica e irripetibile di cui non possiamo più avere la compagnia, non dovremo arrenderci. Anche così la guerra, ogni guerra potrà essere evitata: se i siriani e gli iracheni capissero che per noi il morto di Raqqa o di Aleppo vale tanto quanto un morto a Bodrum o a Parigi, ecco che l’uguaglianza umana potrà mutare in sentimenti di fraternità. E la fraternità scaccia la guerra. Lo sappiamo, non è facile; ma dobbiamo mantenere il diritto di piangere ogni morto.

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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