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E se mi fossi sbagliato nella mia vocazione?

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Aleteia - pubblicato il 09/12/15

Avrei dovuto aprire la porta 1 e non la 2?

di Maria Garabis Davis

È arrivata una settimana prima del mio matrimonio; una lettera con il mio nome scritto sopra con una grafia che mi risultava familiare. L’ho aperta entusiasta per le notizie che mi giungevano dalla mia ex “complice”, che aveva abbandonato il nostro cammino per entrare in un convento.

Nella lettera mi parlava della sua bella esperienza. Mi parlava di Gesù, che presto sarebbe diventato il suo Sposo, quello che l’aveva benedetta e aveva commosso il suo cuore. Era felice, in pace ed emozionata per quel nuovo cammino.

Avevamo visitato il convento insieme. Ad essere sincera, non sembravamo affatto candidate a rinunciare al mondo e ad assumere un impegno totale con Cristo. Anche se entrambe eravamo cattoliche praticanti, in qualsiasi gruppo giovanile cattolico saremmo state considerate un po’ “pazze”. Nonostante questo, entrambe ci sentivamo stranamente attratte dalla vita religiosa.

Spesso tra tabacco e (troppa) birra a buon mercato ci buttavano in dibattiti sulle diverse dottrine della fede cattolica. Quasi come una sfida, per dimostrare quanto fossimo controcorrente, abbiamo iniziato a visitare dei conventi. Con mia sorpresa, dopo che una Madre Superiora ci aveva rimproverato per essere sgattaiolate via dopo il coprifuoco e aver interrotto le preghiere mattutine, la mia amica ha annunciato che sarebbe tornata. Per restare.

All’improvviso la sua lettera ha fatto una brusca virata: Ho pregato molto per capire come affrontare questo tema con te. Penso che sarei una cattiva amica se non ti dicessi che non penso che dovresti sposarti. Sinceramente, non credo sia la vita che Dio ha preparato per te. Non riesco ad evitare questa sensazione persistente per la quale il tuo posto è qui in questa comunità.

Ho messo la lettera in una scatola sotto il letto e sono andata avanti con i preparativi per il mio matrimonio.

Non ho parole per spiegare quanto quella lettera mi abbia ossessionata. Il mio matrimonio è stato difficile. Mi ha messo alla prova in modi inimmaginabili. Avere figli e allevarli non è sempre facile né divertente.

Per essere totalmente sincera, non sono certa di essere fatta per questo. Mentre altre madri sembrano gioire per il loro quotidiano, io spesso mi sento schiacciata, persa e insoddisfatta. Ho ogni giorno (improvvisi) momenti di dubbio nei quali i miei pensieri divagano con immagini di una possibile vita religiosa. Mi immagino tra le mura protettive di un convento: tranquilla, soddisfatta e raggiante.

Ho forse scelto male la mia vocazione? È possibile che abbia rovinato il progetto divino? Ho scelto quello che c’era dietro la porta numero 2 quando il segreto per una vita felice era in realtà dietro la porta numero 1?

È un’idea che si potrebbe applicare a qualsiasi tipo di scelta vitale, non solo quando parliamo di vocazione. Ho scelto un buon lavoro? La città giusta? Il coniuge giusto? La carriera giusta? Quanto è ssemplice riflettere sul passato e pensare a come la nostra vita sarebbe molto migliore se solo avessimo preso una decisione o l’altra, o se avessimo fatto le cose in un altro modo… Con quanta leggerezza ci puniamo per le decisioni che abbiamo preso e per il loro risultato… Mettere in discussione le scelte passate può essere soffocante.

Nei “buchi” lasciati liberi tra l’asciugarmi le lacrime e il far fronte ai periodi agitati nel mio matrimonio, ho pensato (e pregato) molto a tutto questo. E in realtà, alla fin fine, non importa se ho fatto o meno la scelta “sbagliata”. Ciò che importa è che sono figlia di Dio. Il nostro Dio è un Dio di fedeltà. Il suo amore e il suo impegno nei confronti di ciascuno dei suoi figli sono incrollabili. Non è un burattinaio che tira i fili della nostra vita, né un dittatore che ci punisce se non compiamo la sua volontà. È un Padre affettuoso che conosce ogni capello del nostro capo, che affronta le nostre decisioni, quelle buone e quelle cattive, per tirar fuori bellezza e gioia da tutto quello che ci circonda. Come direbbe San Clemente, “Gesù ha trasformato i nostri tramonti in albe”.

Se ti fermi a riflettere davvero sul viaggio che ti ha portato fin qui e sul luogo in cui ti trovi ora, vedrai che è vero. I matrimoni peggiori hanno portato il dono inestimabile dei figli, le cattive decisioni imprenditoriali hanno spianato la strada alle migliori fortune, le amare delusioni hanno portato a nuove opportunità; anche i momenti più devastanti hanno portato a esperienze di autentica gioia. Solo Dio può fare una cosa simile. E sia tu che io siamo sempre sotto il suo sguardo attento.

Quando mi sento tentata a rimuovere i miei errori passati o quando mi metto a pensare a come avrei potuto fare le cose in un altro modo, mi conforta questa piccola preghiera di Santa Teresa di Lisieux: “Oggi ci sia pace dentro di te. Ti inondi la fiducia nel fatto che Dio ti ha posto esattamente dove dovevi essere”. E confido in Dio, anche se – se fossi stata una suora – avrei disputato il posto con la mia genialità lirica a Maria von Trapp, la suora di Tutti insieme appassionatamente. Sono esattamente dove dovevo essere.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
vocazione
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