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Consumare Cristo e il potere della preghiera

St Joseph CC

Elizabeth Duffy - pubblicato il 09/12/15

Quello che affermiamo diventa più forte: “L'anima mia magnifica il Signore”

Qualsiasi bambino di due anni testimonierebbe che anche se è possibile mettere insieme qualche parola appena imparata per chiedere un biberon di latte, un capriccio raggiungerà l’obiettivo molto prima. I genitori frustrati possono invece testimoniare che se ninne nanne, sedie a dondolo e favole della buonanotte alla fine possono riuscire a far dormire i bambini, minacce e sculacciate sono più efficienti. I consulenti matrimoniali testimonieranno che anche in un rapporto sano ci vogliono cinque complimenti per annullare l’effetto di una critica aspra.

L’energia negativa ha un potere tremendo, più potere – a quanto pare – della piccola voce silenziosa della carità, e quando affermiamo ciò che è negativo non fa che diventare più grande. Lo affermiamo non dandogli approvazione, ma dedicandogli la nostra paura, la nostra attenzione, il nostro tempo e le nostre parole. Qualunque cosa in cui ci impegniamo è una tacita affermazione.

In una cultura oggi estremamente negativa, come evitare questa metastasi? Non vogliamo le sparatorie, il razzismo, la xenofobia e la soppressione delle persone di fede per diventare più forti, e quindi come evitare tutto questo?

La preghiera afferma ciò che è positivo, anche quei pensieri e preghiere esitanti che circolano nell’universo. Non sono paragonabili ai pii rimproveri ai quali ci siamo abituati: i cristiani che ammoniscono altri cristiani, gli atei che ammoniscono i cristiani, chiunque chieda una migliore performance a chiunque sulla terra tranne che a se stesso.

La preghiera è mettere a tacere il proprio io, mettere a tacere la rabbia, tutte le cose che affermiamo negativamente con il nostro tempo e la nostra attenzione, e affermare quello che è unico, vero, datore di vita e buono. Quello che affermiamo diventa più grande. Con le parole di San Giovanni Battista, “Egli deve crescere e io invece diminuire” (Giovanni 3, 30).

Quando gli apostoli hanno incontrato per la prima volta Gesù, sono diventati più che seguaci di Cristo. Trascorrevano il tempo alla presenza dell’Unico Vero Dio. Jeanne-Pierre de Caussade ha scritto che “gli apostoli sono mossi più dalla guida del suo spirito che dall’imitazione delle sue opere”. Non stavano “seguendo” il Signore, piuttosto gioivano alla sua presenza, e tuttavia non erano esenti dalla tentazione.

Hanno seduto a tavola con Gesù mentre istituiva l’Eucaristia, e persino in una così preziosa compagnia avevano la libertà di respingerlo, come ha fatto Giuda, prendendo il pane celeste e poi andando a tradirlo. Tutti noi ci allontaniamo da Gesù per piccoli motivi, per discutere con un estraneo o, peggio, con le persone che amiamo, sminuendo la loro persona mentre ne sottolineiamo le mancanze.

Questo è il momento della nostra visitazione (Luca 19, 44). Siamo alla presenza del Signore, e quando affermiamo la sua presenza, quando affermiamo ciò che è positivo negli altri, nelle persone che amiamo, nelle nostre amicizie e nel nostro ambiente, quando cerchiamo ciò che è buono e bello, diventa più forte. Come ha detto Maria, “l’anima mia magnifica il Signore” (Luca 1, 46) e la sua presenza in lei si è espansa, a livello letterale e figurato.

Posso gioire alla sua presenza non solo nell’Eucaristia, ma nelle anime che mi circondano, in ogni momento che egli ha santificato con il suo sangue. Non sono solo un seguace di Cristo, ma un consumatore di Cristo. E divento la sostanza di quello che mangio. La sua carne e il suo sangue diventano la mia carne e il mio sangue. “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita” (Giovanni 6, 53). Il banchetto è infinito. Non avrò fame.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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