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Emigranti e tradizioni popolari, a New York il presepe di Franco Artese

Marinella Bandini - pubblicato il 09/12/15

Per il Maestro lucano un'arte e una missione. Famiglia, pace e solidarietà: i valori del presepe per credenti e non

“Subito dopo la morte di mio padre, il parroco mi invitò a fare un presepe in parrocchia e io gli proposi: ‘Perché non realizziamo un’opera che possa trasmettere la nostra realtà contadina attraverso il Mistero della Natività?’, e quello fu il mio primo presepe che realizzai a Grassano nel 1976”. Da allora sono passati circa 35 anni e i presepi del maestro Francesco (Franco) Artese hanno girato il mondo. Nel 2012 è stato lui a curare l’allestimento in Piazza San Pietro. E quest’anno torna a New York (32 anni dopo l’esordio), nella Cattedrale di St. Patrick, dove il presepe rimane esposto fino al 6 gennaio. La scenografia è ispirata al paesaggio dei Sassi di Matera, in gran parte scolpito nella roccia. Le statuine (circa 70, realizzate in terracotta e alte 27 centimetri) sono state ideate e disegnate dall’artista ispirandosi ad alcune rappresentazioni pittoriche e fotografiche del mondo contadino lucano degli anni ’30. “Attraverso le mie opere cerco di dare emozioni, di trasferire quei valori tipici dell’ambiente rurale dei nostri paesi, e che adesso sono così rari, come l’umiltà, la semplicità, il vicinato, la famiglia”.

L’ambiente è quello dell’antica civiltà contadina lucana, la “civiltà delle mani”, basata sul lavoro nei campi e su antichi mestieri, connotata da una dimensione laboriosa e frugale, da un’umanità fortemente pervasa da spirito di sacrificio e senso religioso. L’allestimento newyorkese è realizzato interamente in polistirene, ricoperto da uno strato di stucco in resina effetto “tufo” con elementi di arredo in metallo, legno e terracotta, si estende per circa 20 metri quadrati e raggiunge un’altezza di circa 3,5 metri. Una scenografia d’effetto, ma “fondamentale rimane nel mio intento la ‘Scena’ che rappresenta il Mistero della Natività di Gesù”.Essa trasmette “un significato universale di pace, serenità e di affermazione di valori quali la famiglia, la solidarietà e la vicinanza dei popoli, aldilà del credo e della fede di chi al presepe si avvicina”. A fare da sfondo alla Natività, la Cripta del Peccato Originale, la più antica e ricca testimonianza dell’arte rupestre del Sud Italia, anche definita la “Cappella Sistina” della pittura parietale rupestre. Artese riproduce alcuni degli affreschi raffiguranti il tema della Creazione e del Peccato Originale presenti nella Cripta e le tre absidi in cui sono raffigurate le triarchie degli Apostoli, degli Arcangeli e l’immagine regale della Madonna.

Il presepe si compone di una serie di quadri, che rappresentano diversi momenti della vita quotidiana, che attinge ad immagini tratte da riti e tradizioni della civiltà rurale: la rappresentazione del “maggio di Accettura”, attraverso un gruppo di buoi che aiutato dagli uomini, traina il tronco di un grande albero, un cerro. Si scorge inoltre una processione, icona della devozione popolare alla Vergine Maria, della Madonna del Sacro Monte di Viggiano, Regina della Basilicata, la cui statua viene portata a spalle dagli uomini del paese dal Monte al Paese e viceversa nei mesi di settembre e di maggio. Al suo seguito delle donne portano sulle loro teste delle composizioni di ceri costruite come fossero architetture, i cinti, ex voto. Spicca la messa in scena di una famiglia di emigranti, omaggio a quanti – italiani e non solo – hanno varcato l’Oceano in cerca di lavoro, ma anche partecipazione al dramma che attraversa il nostro tempo. Tra i suoi personaggi non manca mai una piccola vecchina: “Rappresenta mia madre la cui perdita per me è stata molto dolorosa, e che nei momenti più delicati del lavoro vedo sempre a me vicina, che mi sostiene”.

Il presepe di Artese non è una rappresentazione del momento originario dell’evento cristiano ma l’irruzione di una promessa di salvezza qui ed ora. La messa in scena della Natività rinnova il Mistero dell’Incarnazione nel tempo e nella storia. È memoria ma anche possibilità nel presente. È simbolo – oltre che religioso – umano, di compassione, di tenerezza, di solidarietà, di condivisione, di pace. “Creare un presepe non è per me soltanto un’opera d’arte. Sono un uomo di fede e nel mio piccolo cerco di far rivivere la notte di Betlemme, seguendo il messaggio di San Francesco, cercando di risvegliare quei cuori che si sono addormentati e portarli a realizzare il presepe nella propria casa. Realizzare presepi è un po’ portare avanti una missione”.

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