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Da Dante a Oscar Wilde: 10 pensieri dedicati al Giubileo

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Scrittori, poeti, letterati, dal 1300 si recano a Roma per l’Anno santo. E ne trascrivono emozioni e sensazioni

Dieci pensieri e versi poetici sul Giubileo dei più grandi sciatori, poeti, letterati della storia. L’Anno santo è dal 1300 un vero e proprio punto di riferimento per questi uomini, che si recavano a Roma a omaggiare il pontefice e ricevere l’Indulgenza. Marco Roncalli lo ricorda in “Giubileo d’autore. Da Dante a Pasolini” (editrice La Scuola).

1) Dante Alighieri

Nel XXXI del Paradiso emerge l’immagine del pellegrino. Dante, contemplando angeli e santi nella luce della Trinità, in un primo gruppo di versi paragona le sue sensazioni a quelle d’un pellegrino che, giunto alla meta, si riposa pensando a quando, tornato a casa, potrà raccontare la sua esperienza (vv. 43-48). Una prassi frequente nella letteratura religiosa – con la rappresentazione dell’uomo sulla Terra come un pellegrino in via, destinato a giungere in patriam alla fine del suo viaggio e a diventare cittadino della Roma celeste raffigurante il Paradiso.

«E quasi peregrin che si ricrea

nel tempio del suo voto riguardando,

e spera già ridir com’ello stea,

su per la viva luce passeggiando

menava io li occhi per li gradi,

mo su mo giù, e mo recirculando»

2) Francesco Petrarca

Il più grande poeta presente al Giubileo del 1350 indetto da Clemente VI è Francesco Petrarca. Il poeta giunge a Roma in autunno, in ottobre. Vi è arrivato apposta per il Giubileo e un po’ in ritardo.

«Or ecco la quinta volta io son in viaggio per Roma, e chi può dirmi se sarà l’ultima, come certamente è di tutte le altre la più felice, perché delle mondane cure più nobile è la cura dell’ani- ma, e più d’ogni gloria mortale degna d’accendere i nostri desideri è la gloria celeste?».

3) Niccolo’ Machiavelli

All’Anno Santo del papa mediceo Leone X, nel 1515, arriva pure, dalla Toscana, nel mese di maggio, Niccolò Machiavelli. Per lui si racconta di un viaggio intrapreso solo dopo aver ricevuto la conferma del placet papale sul suo lavoro sulla storia di Firenze, oggetto poi di confronti a Roma. Il riferimento è proprio a quelle Istorie fiorentine presentate al Papa dove non mancano riferimenti ai primi anni santi.

«Fu Bonifazio ordinatore del Giubileo, nel 1300, e provide che ogni cento anni si celebrasse. […] Era venuto l’anno 1350, sì che al Papa parve che il Giubileo. ordinato da papa Bonifazio viii per ogni cento anni, si potesse a cinquanta anni ridurre, e fattolo per decreto, i Romani, per questo benifizio, furono contenti».

4) Michelangelo

Michelangelo, pur sempre pieno di lavoro e già anziano, volle unirsi ai pellegrini che, a Roma, visitavano le tradizionali “sette chiese” per il Giubileo del 1550. E il Papa gli concesse un’indulgenza speciale: un “perdono doppio”. Dopo la Controriforma fu tra gli artisti nel mirino della Chiesa per le sue opere che attraverso il disegno, la pittura, o la scultura rischiavano di turbare la salute dell’anima. Il grande artista fu molto contento del “doppio perdono”. Annotò lui stesso successivamente in uno dei sonetti composti verso la fine della sua vita

«Di giorno in giorno, insin dai miei prim’anni,

Signor, soccorso Tu mi fosti e guida,

onde l’anima mia ancor si fida

di doppio aiuto nei miei doppi affanni».

5) Torquato Tasso

Nel canto XI della “Gerusalemme liberata“, Torquato Tasso, nel Giubileo del 1575 depone sulla tomba dell’Apostolo Pietro un singolare riferimento all’anno del perdono. La sua sembra qualcosa di simile a un rito propiziatorio. Al quale il poeta affianca la sua voce, rivolgendo il pensiero, dopo il Principe degli apostoli a Gregorio XIII, il pontefice regnante

«Chiamano… te che sei pietra e sostegno

De la magion di Dio fondata e forte

ove ora il novo successor tuo degno

di grazie e di perdono apre le porte…»

6) Carlo Goldoni

Il grande commediografo Carlo Goldoni recatosi probabilmente a Roma nell’Anno Santo del 1750, ricorda in versi il suo peregrinare a Roma.

«Io sono in Roma, e divozion mi accese

Di visitar per lei le Sette Chiese.

Fin negli antichi secoli rimoti,

Peregrinando si adorava il Nume,

E ai nostri dì dei peregrin divoti

Chiesa Santa seconda il pio costume.

Chi scioglier brama in Palestina i voti,

Chi scorto è altrove della Fede al lume

Da per tutto alle grazie il calle è aperto,

E il disagio e lo stento accresce il merto».

7) Stendhal

Stendhal nelle sue Passeggiate romane – scritte dopo un lungo soggiorno nell’Urbe nel 1827 – vergava fatidiche parole per il Giubileo che si era tenuto due anni prima.

«Il Giubileo, che un tempo riunì a Roma quattrocentomila pellegrini di ogni classe, nel 1825 ha riuniti solo quattrocento mendicanti. Bisogna affrettarsi a vedere le cerimonie d’una religione che o si modificherà o si spegnerà».

8) Giovanni Pascoli

Il poeta Giovanni Pascoli dedica una ode, “La Porta Santa” all’anno giubilare, di cui riportiamo dei versi significativi sul passaggio dei pellegrini dalla Porta Santa.

«Uomo, che quando fievole

mormori, il mondo t’ode,

pallido eroe, custode

dell’alto atrio di Dio;

leva la man dall’opera,

o immortalmente stanco!

Scingi il grembiul tuo bianco,

mite schiavo di Dio:

la Porta ancor vaneggi!

Vogliono ancor, le greggi

meste, passar di là».

9) Massimo D’Azeglio

 

Ecco alcune considerazioni d’atmosfera risorgimentale, stilate in occasione sempre del Giubileo del 1825. L’autore è Massimo D’Azeglio, scrittore e patriota. Il brano tratto dal XXVII capitolo del memoriale “I miei ricordi”. Ecco dunque cosa significava il Giubileo per il noto letterato e patriota. D’Azeglio si trasferì quell’anno nella sua Torino e al rientro scrisse un pensiero piuttosto critico dedicato all’anno giubilare.

«Non mi parve d’accorgermi che il Giubileo avesse neppure esso migliorato sensibilmente il morale dei romani. I miei amici coetanei, collo stomaco ancora pieno di tante prediche, processioni, funzioni, tutte forzate, erano più di prima arrabbiati contro i preti ed il loro sistema. Si può immaginare che profitto ne cavasse il vero senso religioso e morale!».

10) Oscar Wilde

Si racconta che nella settimana santa dell’anno giubilare 1900 uno sconosciuto avvicinò Oscar Wilde, presente a Roma in quel periodo, chiedendogli se avesse gradito vedere il Papa il giorno dopo. «Non sum dignus», avrebbe risposto lo scrittore. Ma l’uomo gli avrebbe subito consegnato il biglietto necessario per essere ammesso alla cerimonia pontificia. Andò che il giorno successivo Wilde fu tra le prime file a ricevere la benedizione Urbi et Orbi, subito descritta – in una lettera – insieme alle emozioni di quel momento.

«Ieri ero in prima fila con i pellegrini in Vaticano ed ho ricevuto la benedizione del Santo Padre […]. Era meraviglioso men- tre sfilava di fronte a me portato sulla sua sedia gestatoria, non era né carne né sangue, ma un’anima candida vestita di bianco, un artista ed un santo […]. Non ho mai visto nulla di simile al- la straordinaria grazia dei suoi modi; di tanto in tanto si sollevava probabilmente per benedire i pellegrini, ma certamente le sue benedizioni erano rivolte a me».

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