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I “modi” per cancellare un peccato, secondo i Salmi

©Pixabay.com/Public Domain
radioattivo sangue psichedelico
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In che modo la Misericordia cancella il peccato? E sopratutto a quali peccati si “rivolge”? Un tema molto interessante, tanto più alla vigilia del Giubileo, ben approfondito nel volume “I Salmi della Misericordia” (edizioni San Paolo).

Il nuovo volume a cura del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione riflette sui Salmi «nei quali si riflette la vita di ogni uomo». Se la Misericordia è il filo comune del Salterio (l’insieme dei Salmi), il peccato rappresenta il cuore del poema (Salmo 51) perché descrive lo stato d’animo del penitente che, riconoscendo le sue trasgressioni, invoca la misericordia divina.

I TRE NOMI

Il peccato è chiamato con tre nomi differenti. È importante notare come i tre termini siano spesso accostati uno all’altro per esprimere la totalità delle trasgressioni. In Lv 16, durante la liturgia della grande espiazione chiamata dello Yom Kippur, per esempio, il santuario è stato reso impuro dai peccati (hatta’im) e dalle ribellioni (pesha‘im) d’Israele e dalle colpe (‘awón).

LA ROTTURA DELL’ARMONIA

Il termine pesha‘ richiama una vasta gamma di significati e sembra riguardare la rottura dell’armonia giuridica nei confronti di qualcuno (Dio e il prossimo) o della comunità, armonia che doveva essere recuperata mediante un processo, a meno che colui che può far valere il proprio diritto non desista dal porre in essere l’azione giuridica, concedendo il perdono.

La tradizione profetica (cfr. Am 1–2) include i misfatti politici, il sopruso sui poveri, l’idolatria e la profanazione del tempio. Una simile accezione di pesha‘ si può ritrovare anche in Ger 5, in cui si condanna il peccato d’Israele che consiste nell’avere abbandonato i legami con Dio e nell’essersi votato all’idolatria e all’adulterio (Ger 5,6-8).  Il vocabolo rimanda, perciò, alle ribellioni sociali e religiose, che macchiano il popolo e per le quali è necessaria una purificazione.

FALLIRE UN BERSAGIO MORALE E RELIGIOSO

L’altro nome del peccato è hatta’at che, a motivo della sua genericità, è il termine più attestato nell’Antico Testamento (595 sono le sue occorrenze) e rimanda all’idea del fallire il bersaglio morale e religioso. Il peccatore è colui che non segue la parabola giusta e si allontana dal target (cfr. Gdc 20,16).

CONTRO DIO E LEGATI AL SESSO

Il terzo vocabolo legato al peccato è ‘awón, utilizzato per i peccati contro Dio (Es 20,5; Dt 5,9; Is 1,4; 27,9; Ger 11,10) e quelli contro gli uomini; questi ultimi sono legati principalmente a pratiche rituali infrante a causa di comportamenti sessuali (1Sam 3,14; 2Sam 3,8). In Ez 18,30, per esempio, l’invito alla conversione mira a liberare Israele dalle ribellioni che sono una vera «trappola di male» (mikshol ‘awón), ribellioni che nei versetti precedenti sono descritte. In riferimento alla condotta dalla quale bisogna tenersi alla larga per non incorrere nell’ ‘awón, ecco alcune “norme” da seguire: l’empio «mangia sui monti, disonora la donna del suo prossimo, opprime il povero e l’indigente, commette rapine, non restituisce il pegno, volge gli occhi agli idoli, compie azioni abominevoli, costui morirà e dovrà a se stesso la propria morte» (Ez 18,11-13).

TRE MODI PER CANCELLARLI

Nel Salmo si chiede che questi tre peccati siano, rispettivamente, cancellati (mahah), lavati (kabas) e mondati (tahar). Il primo verbo si lega al mondo giudiziario e commerciale (Es 32,32-33; Nm 5,23): cancellare una scrittura, un documento (Es 17,14; Dt 9,14). Il concetto di peccato è assimilato al debito contratto di cui esiste una copia che lo testimonia.

IL “LAVAGGIO”

L’ambiente dei lavandai è, invece, il contesto di kabas: si lavano le vesti e gli oggetti così come si mondano i peccati; il passaggio alla sfera sacra nasce con quella sensibilità propria della tradizione sacerdotale che attraverso queste pratiche ricerca la purità rituale e la santità che consente di avvicinarsi alla sfera del divino (Es 19,10.14; Lv 6,20-21; 11,25.28.40).

TORNARE A “SPLENDERE”

Il terzo verbo (tahar) evoca l’idea dello splendore (vicina è la radice araba e aramaica zhr: brillare). Il peccato offusca, opacizza e per tale ragione la realtà o la situazione che ha perso la sua luminosità (il parto: Lv 12,7; la lebbra: Lv 13; 14; 22,4; i liquidi sessuali: Lv 15; 22,4; Dt 23,11; il contatto con i cadaveri: Lv 21,1-4; Nm 6,6-9) vanno riportate al naturale splendore. L’orante invoca, pertanto, il pieno perdono divino richiamando l’ampio ventaglio della propria situazione di peccato e facendo appello all’amore misericordioso di Dio (hanan significa «avere pietà», «avere misericordia», «fare grazia a qualcuno»), la sua hésed cioè la sua fedeltà amorosa.

L’AMMISSIONE DEL PECCATO

Nei vv. 5-8 del Salmo 51, infine, c’è la confessione del peccato. Dopo la richiesta di perdono il primo atto del penitente è quello di riconoscere il proprio peccato. Prendere atto della propria condizione senza nasconderla esprime l’atteggiamento di chi si dispone alla riconciliazione (Sal 32,5; 38,19). Al contrario, chi occulta la colpa, non solo non possiede consapevolezza psicologica di sé ma ha un’idea parziale anche di Dio che è percepito con timore.

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