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Perchè Parigi non sia un flop

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Il climatologo Schellnhuber, membro della Pontificia accademia della scienza mette in guardia i capi di governo: «Se entro fine secolo la temperatura aumenterà di 5 gradi sarà la fine della nostra civiltà. Fate scelte coraggiose»

di Mario Agostino

 

“Il 2015 sarà di gran lunga l’anno più caldo mai registrato. Un dato quasi inquietante. Un salto notevole per i modelli dei cambiamenti climatici”. In coincidenza con la COP21 sul clima di Parigi, l’allarmante constatazione arriva da Hans Joachim Schellnhuber, climatologo del CBE Potsdam Institute for Climate Impact Research e membro della Pontificia Accademia della Scienza, il quale sottolinea che a tale esito contribuisce “direttamente l’“evento del Niño”, fenomeno climatico periodico che si verifica nell’Oceano Pacifico centrale in media ogni cinque anni.

L’analista tedesco, intervenuto al XII Forum internazionale Greenaccord dell’Informazione ambientale che ha riunito, a fine novembre a Rieti, scienziati e giornalisti sensibili al tema, ha spiegato che “in una manciata di decenni, nell’era industriale, le concentrazioni di CO2 in atmosfera sono aumentate del 40%, da 280 a oltre 400 parti per milioni. Se le cose non verranno modificate, ci sarà un aumento della temperatura di oltre 5° entro fine secolo. E un tale aumento, ne sono più che convinto, porterà alla fine della nostra civiltà. Per di più, se dovessimo bruciare tutti i combustibili fossili disponibili nei giacimenti mondiali, il riscaldamento globale sarebbe di 8-10 °C”. “Gli impegni finora promessi da 158 Stati mondiali proprio in vista della Conferenza sul Clima di Parigi COP21, anche presi tutti assieme, non saranno sufficienti a garantire il rispetto del limite dei 2°C di riscaldamento globale” ha denunciato invece Domenico Gaudioso, capo del Servizio Clima e Atmosfera dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale (ISPRA), intervenuto allo stesso consesso a Rieti. Il valore più probabile che si raggiungerà è un aumento compreso tra 2,7 e 3,6 °C di riscaldamento.

Così, per sperare che la conferenza di Parigi non si tramuti in un flop, servirà raggiungere un accordo coraggioso non solo dal punto di vista dei contenuti ma anche dal punto di vista giuridico: “è importante che il nuovo accordo preveda un meccanismo di revisione periodica in base al quale tutti i Paesi siano obbligati ad aggiornare i propri impegni senza poterli ridurre. Serve inoltre un meccanismo di monitoraggio e verifica trasparente dell’attuazione degli impegni” ha spiegato Gaudioso. “In questo modo sarà possibile monitorare l’osservanza degli impegni, verificarne l’adeguatezza agli obiettivi prefissati e procedere alla loro revisione. Dal rigore di questo meccanismo dipenderà l’efficacia del nuovo accordo”.

Ovviamente, ruolo cruciale sarà quello giocato degli stati più industrializzati, principali responsabili delle emissioni di CO2. Il principio di responsabilità comuni ma differenziate dovrà essere uno dei pilastri dell’accordo di Parigi, ammonisce Gaudioso. “I Paesi sviluppati riconoscono la responsabilità che incombe loro nel perseguimento internazionale dello sviluppo sostenibile date le pressioni che le loro società esercitano sull’ambiente globale e le tecnologie e risorse finanziarie di cui dispongono”. Tuttavia, questo non può essere un modo per deresponsabilizzare gli strati di popolazione più ricche presenti nei Paesi emergenti. “Tutte le classi agiate – ha concluso Gaudioso – devono modificare i propri stili di vita, ovunque esse risiedano”.

Dalla Conferenza sul clima prevista a Parigi gli stessi scienziati, e con loro quanti non restano indifferenti al futuro prossimo della Terra, si attendono prese di posizione coraggiose e impegni vincolanti. Per il presidente della rete di esperti e giornalisti ambientali di Greenaccord, Alfonso Cauteruccio, la COP21 “è occasione troppo ghiotta e al contempo urgente: il risultato non sia così scarso e deludente come nelle edizioni precedenti”.

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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