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Ai bambini non si possono mettere frontiere

Alvaro Real - Aleteia - pubblicato il 03/12/15

Un morto su tre nel Mediterraneo è un bambino

L’infanzia dovrebbe essere universale. I bambini non dovrebbero avere un passaporto, e se ce l’avessero dovrebbe riportare la definizione “Cittadino del mondo”. Fa male vedere l’esistenza di rifugiati, di persone che mettono a rischio la propria vita perché non hanno alternativa all’abbandonare la propria patria, ma fa molto più male quando si vede che tra questi rifugiati ci sono dei bambini.

174.000 bambini si sono giocati la vita nel Mediterraneo per arrivare in Europa, e il 5% di questi ha meno di due anni. Un rifugiato e immigrato su tre che è morto era un bambino. I dati forniti dall’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni e dall’Unicef sono più che allarmanti.

A ottobre 90 bambini sono morti solcando il mare nel tentativo di giungere in Europa. Bambini che provenivano dalla guerra: da Siria, Afghanistan e Iraq. Il 20% di coloro che si sono giocati la vita nel Mediterraneo è costituito da bambini; il 26% delle persone arrivate sulle coste greche è minorenne.

Sono molti, moltissimi i minori non accompagnati, e questo dovrebbe preoccuparci, e molto. In Svezia, 23.000 minori non accompagnati hanno chiesto asilo. Chi si prende cura di questi minori? Chi li aiuta e li accoglie? Chi li libera dalle mafie, dai maltrattamenti, dallo sfruttamento e dai mercanti di esseri umani che tormentano i più sfortunati?

La situazione dei bambini in Siria, Afghanistan, Libia, Iraq e molti altri Paesi è drammatica. Fuggono perché non hanno una vita. Alcuni hanno perso la famiglia nei bombardamenti o negli attacchi del DAESH. Altri cercano un futuro, lasciano le proprie famiglie e inseguono una speranza. Sono molto vulnerabili al traffico, allo sfruttamento sessuale o infantile.

Cosa si può fare di fronte a tutto questo? Non è possibile aprire le frontiere a tutti, ma… non si potrebbero aprire ai più giovani? Non si potrebbe permettere l’ingresso dei minorenni? Non si potrebbe offrire in qualche modo un asilo, un meccanismo che li custodisca fin dal luogo d’origine?

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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