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«Una teologia della credibilità per combattere il virus della secolarizzazione»

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Il professore Tanzella Nitti presenta il suo trattato "Teologia fondamentale in contesto scientifico". Dove la fede si confronta con il pensiero tecnico-scientifico.

“Parlare di Dio nella Società Secolare”. Se ne discuterà mercoledì 2 dicembre presso la Pontificia Università della Santa Croce in occasione della pubblicazione dell’opera di Giuseppe Tanzella-Nitti “Teologia fondamentale in contesto scientifico”.

L’opera, a cura del docente di Teologia fondamentale presso la Pontificia Università della Santa Croce, propone una “Teologia della Credibilità” (2 voll.) ed una “Teologia della Rivelazione” (2 voll.) capace di accogliere le domande provenienti dalla cultura contemporanea, laboratorio di un pensiero tecnico-scientifico che si confronta con la fede.

D: Come risponde alla domanda che lei stesso pone come base di partenza del trattato, il materialismo e la secolarizzazione sono problematiche che interessano solo la ricerca di nuove prassi pastorali e di più efficaci strategie comunicative, oppure richiedono che la Teologia fondamentale – coscienza credente che riflette sull’evento fondatore del cristianesimo – sappia offrire la sua necessaria diaconia in favore di una nuova e più profonda unità di vita intellettuale?

Tanzella: «Con le pagine del trattato Teologia fondamentale in contesto scientifico ho desiderato mostrare che la secolarizzazione non si combatte solo migliorando le nostre tecniche di comunicazione della fede, cosa necessaria, ma insufficiente. Occorre non perdere di vista i contenuti. Ritengo che la Teologia fondamentale debba favorire l’unità di vita intellettuale dei credenti aiutandoli a riflettere sulle ragioni della propria fede —servendosi certamente della mediazioni della pastorale e della catechesi. Il laicismo e la secolarizzazione hanno buon gioco quando c’è debolezza di pensiero, anche a casa dei credenti. Il fatto che la fede cristiana abbia il suo fondamento in Gesù Cristo non ci dispensa dal guardare alla filosofia, alla storia o alle scienze, per mostrare ai nostri interlocutori che il messaggio cristiano non contraddice le conoscenze di questi altri ambiti del sapere, ma ne rivela piuttosto il senso ultimo. Un credente che lavora come intellettuale deve saper spiegare cosa c’entri Gesù Cristo con la filosofia, con la storia, con la medicina, con l’economia, con il diritto; perfino con la matematica, come amava ripetere mons. Giussani».

D: La verità del cristianesimo è fondata sulla credibilità di Gesù Cristo e sull’esperienza storica di lui, che rende possibile la vita buona dei cristiani. Dunque la forza del cristianesimo si poggia sul supporto che offre la storia?

Tanzella: «Il cristianesimo poggia la sua forza sulla risurrezione di Gesù di Nazaret, sui suoi insegnamenti, sulla credibilità della sua vita intera, non su altri saperi. Eppure, come giustamente dice lei, se rinunciassimo ad un legame con la storia non avremmo accesso a Gesù e al suo evento salvifico. In passato qualcuno ha ritenuto che tale legame non fosse più necessario alla fede, perché il valore esistenziale del messaggio di Gesù peserebbe di più che la sua storicità. Questa impostazione ha avuto come conseguenza, fra l’altro, che chiunque lo voleva potesse raccontarci la “sua” storia di Gesù, romanzandola a suo piacimento. Il soggetto dell’annuncio della fede, al contrario di quanto avviene con i miti, è un personaggio storico. Dio è entrato nella storia degli uomini, e in modo davvero singolare. Le guardie del tempio, inviate dai sommi sacerdoti ad arrestare Gesù, tornano a mani vuote, non se la sentono di catturarlo. E si giustificano dicendo, secondo l’evangelista Giovanni: “Nessuno ha mai parlato come quest’uomo… nessuno compie le opere che ha fatto lui”».

D: Perché il De civitate Dei di sant’Agostino è un’opera cruciale per la giustificazione del cristianesimo di fronte alla storia?

Tanzella: «Durante i decenni attorno alla caduta dell’impero romano d’occidente, i cristiani furono accusati di essere i responsabili della disfatta, perché avevano distolto i cittadini dal culto degli idoli protettori, volgendo il loro cuore al cristianesimo. Agostino si ribella con indignazione a questo giudizio e chiama a testimone proprio la storia. L’impero cade sotto il peso della sua corruzione morale, del suo materialismo edonista. E a coloro che ritenevano il cristianesimo una sciagura risponde che se lo Stato sapesse formare cittadini quali li forma la Chiesa, all’altruismo, al senso di responsabilità, all’onestà e ai doveri civici, Roma avrebbe avuto una sorte diversa. Ovviamente il banco di prova della storia vale anche per la credibilità della Chiesa. Essa deve dare prova, lungo la storia, della fedeltà al suo Maestro. Quando i cristiani non vivono più secondo la loro fede, la storia non mancherà di mostrarne le conseguenze, riservando loro una necessaria purificazione».

D: Cosa si intende per “teologia della credibilità”?

Tanzella: «Con questa espressione indichiamo una teologia che riflette sulla ragionevolezza del credere alla Rivelazione, in primis al Rivelatore per eccellenza, Gesù di Nazaret. L’Apologetica classica, che ci ha accompagnato fino alle porte del Concilio Vaticano II, non aveva uno statuto pienamente teologico, ma sviluppava le sue argomentazioni soprattutto sul versante logico, filosofico. La prima teologia della credibilità ce la consegnano i Vangeli, quando dichiarano, con san Luca, che sono stati scritti perché ci si rendesse conto della solidità degli insegnamenti ricevuti, o con san Giovanni, che quelle cose ci sono state trasmesse per credere in Gesù Cristo e perché, credendo, abbiamo in lui la vita. Ma anche il Primo testamento ha la sua teologia della credibilità. Dio, infatti, offre al suo popolo motivi per credere alla sua Parola, perché compie quanto Egli promette. Nei momenti di scetticismo, di dubbio e di sofferenza, comuni anche in passato, Dio interviene offrendo ragioni per credere in lui, o esorta a ricordare quanto Egli ha già fatto in favore del suo popolo».

D: Quali sono i più importanti “motivi di credibilità” della religione cristiana?

Tanzella: «Il primo è più importante motivo di credibilità è Gesù stesso. È a lui che dobbiamo avere il coraggio di guardare. Il primo passo della fede è fidarsi di una persona, della persona di Gesù. Ma un fidarsi con ragione. Sant’Agostino ha, al riguardo, un pensiero assai chiaro ed efficace: la fede —egli dice— non è mai senza la ragione, perché è la ragione che ci dice a chi dobbiamo credere. La credibilità di Gesù si prolunga nella credibilità dei cristiani, facendo così della Chiesa un perenne motivo di credibilità, secondo un’espressione coniata dal Vaticano I. Ma un motivo di credibilità, ci ricorda il Vaticano II, mai disgiunto da Gesù Cristo».

D: In che senso la fede cristiana non divide gli uomini, perché interpreta le istanze della ragione e della natura umana, garantendosi così l’immagine di “religione di pace”?

Tanzella: «La Rivelazione ebraico-cristiana afferma che ogni essere umano è creato ad immagine e somiglianza di Dio. Esiste dunque un ottimismo di fondo, quello che ogni uomo, perché sua creatura, è capace di riconoscere il vero Dio nella voce della propria coscienza e nella voce del creato. Il cristiano non deve convincere nessuno, tanto meno con la forza. Esorta solo a fare silenzio in se stessi, a liberarsi da condizionamenti, ideologie e schiavitù, per saper ascoltare la voce di Dio, dell’unico Dio, nel proprio cuore e nello spettacolo della natura. Questa è una verità, per il cristiano, in grado di accomunare tutti. Una verità che nasce dall’ascolto, dalla preghiera, dal dialogo con Dio e con gli uomini. Al contrario, chi non ritiene ci possa essere una verità, perché non crede nella nostra comune origine da Dio, si vedrà costretto a far valere le proprie ragioni, che egli ritiene diverse da quelle degli altri, solo alzando la voce, determinando o controllando il consenso pubblico. Anche in questo caso è la storia ad insegnarcelo: quando da una società si elimina Dio quella società, presto o tardi, si rivolta contro l’uomo».

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