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Humour conciliare: aneddoti, storielle e battute dal Vaticano II

AFP PHOTO / VINCENZO PINTO

Mirko Testa - Aleteia - pubblicato il 29/11/15

Il cardinale si chiedeva quale fosse il significato della cosa, ma non capiva. Giovanni XXIII gli disse allora: «Guardate sul retro». Suenens girò la foto e vide che il Papa avevo scritto di suo pugno: «Mihi non placet!». Letteralmente: «Non mi piace». Era la formula con cui i Padri conciliari votavano contro un testo o una proposta.

Infine, si racconta, che il cardinale Suenens un giorno lanciò un giorno al Concilio l’idea di un rinnovo annuale delle promesse matrimoniali. Il giorno dopo un giornalista italiano si sentì autorizzato a scrivere che il prelato aveva raccomandato «il matrimonio di prova»! Malizia o ingenuità?

LARGO AI GIOVANI
Durante le animate discussioni sull’opportunità di utilizzare per la liturgia le lingue moderne al posto del latino, alcuni Padri ostili a qualsiasi cambiamento amavano citare un documento di Giovanni XXIII, in cui si raccomandava lo studio del latino. Il titolo di questo documento era Veterum sapientia, tradotto dai sostenitori delle lingue moderne con “La saggezza dei matusa”.

SCHEMA XIII…AL FUOCO ETERNO!

Giovanni XXIII, prima ancora dell’apertura del Concilio, aveva desiderato che esso si occupasse dei rapporti tra la Chiesa e il mondo moderno. Lo Schema XIII, la cui elaborazione inizialmente era stata affidata al cardinale Suenens e che alla fine sarebbe divenuto la “Gaudium et spes”, si era caricato di molte attese tanto che padre Yves Congar lo aveva definito “la terra promessa del Concilio”. Una volta giunto in aula, non mancarono le schermaglie. I Padri conciliari avevano diritto – come accade nei parlamenti – di presentare i loro emendamenti (in latino, modi) ai testi degli schemi elaborati e presentati dalle Commissioni competenti. Solo per lo Schema XIII ci furono 10.000 emendamenti, pari a 13 chili di carta. Bisognava però che il Vaticano II si chiudesse nei tempi stabiliti e da qui nacque il successo di un gioco di parole: «Ite, modi, in ignem aeternum!» («Andate, emendamenti, nel fuoco eterno», con riferimento al testo di Mt 25,41, dove al posto dei modi ci sono i maledicti).

Diversi laici parteciparono all’elaborazione del famoso Schema XIII, in particolare sul capitolo riguardante il matrimonio. Tra di loro vi era una donna sposata originaria del Messico (e anche suo marito). Un giorno, il cardinale irlandese Michael Browne intervenne in Commissione sul tema dell’«amore di concupiscenza», affermando che lo schema doveva ricordare questo aspetto deplorabile dell’amore umano, anche nell’ambito del matrimonio. A un certo punto la donna lo interruppe dicendo: «Tutti i vescovi qui presenti, lo spero, venerano la propria madre e non si considerano il frutto della sua concupiscenza». Il cardinale abbozzò, cambiò argomento e nessuno tornò mai più sulla questione.

L’obbligo di terminare il Concilio entro i tempi prefissati fu causa di parecchi problemi. E i redattori dello Schema XIII furono proprio quelli messi più alla frusta e costretti a lavorare giorno e notte. Con esiti prevedibili: uno dei documenti inviati ai Padri portava nel titolo un bel Christus incornatus (anziché: incoronatus). In realtà questo refuso porta con sé una goccia di verità. La leggenda narra che proprio un crocifisso sia apparso a sant’Uberto tra le corna di un cervo, che quel cacciatore accanito e crudele, poi pentito, stava inseguendo da tempo.

Monsignor Achille Glorieux, segretario della Commissione conciliare mista incaricata di elaborare lo Schema XIII e considerato un abile navigatore delle «acque vaticane», sarebbe – a quel che si dice – parzialmente responsabile della mancata trasmissione in tempo utile al segretariato del Concilio di un emendamento firmato da 450 Padri. Si trattava di una richiesta di condanna esplicita del comunismo, suggestione cui – com’è noto – il Vaticano II non ha voluto dare ascolto. Che ci fosse stata davvero negligenza o meno, gli uni la rinfacciavano con durezza a monsignor Glorieux, gli altri si divertivano parlando di un provvidenziale «tallone d’Achille».

UN INNO DI PROTESTA
Durante la seconda sessione si temeva che il Vaticano II, alle prese con la questione della collegialità episcopale, non accordasse sufficiente attenzione al ruolo dei preti. Inoltre alcuni trovavano preoccupante la larga maggioranza che si era espressa a favore dei diaconi sposati. Ecco dunque che cominciò a circolare questa quartina: «Ai vescovi tutto il potere, ai diaconi tutto il piacere, ai laici tutta la libertà, ai preti tutto il lavoro!».

FUORI TEMPO
Due periti olandesi discutevano della mentalità retrograda di alcuni Paesi cristiani. Il primo: «In America Latina alcuni vescovi sembrano venire direttamente dal Medioevo». E il secondo: «Che vuoi farci? Sono vocazioni tardive!».

PAOLO VI E LE INDULGENZE
Verso la fine della quarta sessione, parecchi Padri avevano criticato con forza la pratica delle indulgenze, spingendosi a chiederne la soppressione. Che ne pensava il Papa? Si può solo prendere nota che, ricevendo poco prima della fine del Vaticano II i vescovi latinoamericani, Paolo VI disse loro, al momento del saluto: «Vi dono la mia benedizione e le indulgenze connesse… per quanto mi è ancora concesso donarle».

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Tags:
concilio vaticano ii
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