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La vita non è un sogno, è un abbraccio. A casa di Chiara e Marco

© Antoine Mekary / ALETEIA

Marco e Chiara

Marinella Bandini - Aleteia - pubblicato il 25/11/15

Il matrimonio in crisi e la scoperta che Dio ci vuole proprio così. L'arrivo di Daniele e il pane fatto in casa: "Il miracolo siamo noi"

Si può scommettere tutta la vita su un abbraccio? Chiara e Marco lo hanno fatto, quando tutto sembrava sfarinarsi tra le loro mani. Un abbraccio – gesto inaspettato di quel don Eugenio con cui avevano parlato – ha coinvolto tutta la loro vita e li ha resi certi che “Dio ci vuole così come siamo” e che “tutto è per noi”. Ci hanno aperto casa, una villetta in affitto ad Abbiategrasso, ci hanno accolto una domenica a pranzo, il pane fatto da Chiara, appena sfornato. Pensare che fino a sei-sette anni fa non preparava neanche la cena. Toccava a Marco, alle nove di sera, di ritorno da Milano, dove lavorava. A quell’epoca abitavano ancora a Valenza, in provincia di Alessandria, e c’era già Anna, la primogenita. Tutto bene, finché si ritrovano lontani, logorati. Tra di loro un “sogno”, racconta Chiara, quello di una carriera a portata di mano, un lavoro pieno di soddisfazioni e riconoscimenti, che le assorbe il cuore e la mente. Lei è orafa, l’ha desiderato da sempre; a 14 anni si è trasferita da Frosinone per frequentare la scuola migliore. “Io , ero il mio lavoro” dice, mentre Marco diventava sempre più infelice. Sei anni fa, Chiara rimane incinta del secondo figlio, “un imprevisto non calcolato nel sogno”. Tutti erano felici “io ero l’unica a non esserlo”.

Decide di giocare l’ultima carta e si ritrova nello studio di don Eugenio, un prete che aveva ascoltato qualche mese prima a un corso di Esercizi spirituali. “Mi propone di lasciare la mia città e il mio lavoro e trasferirci a Milano. Penso: tu sei pazzo”. Prima di uscire lui la saluta con un abbraccio: “Ho pensato: ‘allora non hai capito cosa ti ho detto’, ma lì ho percepito la misericordia di Dio, che mi diceva: non mi interessa cosa hai fatto fino a un secondo fa, mi interessi tu, ripartiamo, hai voglia?”. In quel momento è l’unica luce che vede nella sua vita. Con Marco decidono di provare. Don Eugenio gli trova una casa, da amici che li ospitano per sei mesi: “non hanno fatto domande su di noi, non abbiamo pagato neanche una bolletta”. È il 2009. Intanto nasce Eugenio: chiamano così il loro secondo figlio, per ricordare ogni istante quell’abbraccio. Sono mesi difficili, dietro l’angolo la crisi è sempre in agguato. Riscoprono il sacramento del matrimonio: “Il nostro compito era dire quel sì, tutto il resto lo faceva Lui”. Chiara ricomincia a lavorare, senza paura. Sempre gioielli. “Prima il lavoro mi definiva, adesso no. Chiara non è il lavoro. Chiara è Chiara che fa questo lavoro”.

Le sorprese non sono finite e quattro anni fa arriva Daniele, il terzo figlio. La diagnosi è spietata, Trisomia 18, un cromosoma in più che sballa tutto. Può vivere qualche ora, forse qualche mese, di solito non più di un anno. Lui è forte, adesso ha quattro anni e va all’asilo. No, ci raccontano, non hanno mai pensato all’aborto. Non dopo “quell’abbraccio”: “Partivamo dalla certezza che tutto è per noi”. Anzi lì si è accesa la sfida. È vero che il cristianesimo sostiene proprio tutta la vita? Quando si cominciava a vedere la pancia a Chiara chiedevano se era maschio o femmina, ma “l’importante è che stia bene”. All’inizio ci ride sopra, poi diventa una ferita: “Se l’importante è che stia bene, e lui non sta bene, cosa c’è di importante?”. Rimangono folgorati da San Paolo: “Se uno è in Cristo è una creatura nuova”. Quando Chiara fa le ecografie di controllo e vede suo figlio, pensa: “Sei fatto e voluto così, con quella mano storta, come io con i capelli ricci. Siamo uguali perché voluti cosi come siamo. Il punto è che Dio ti crea perché ti vuole”.

Quando a Marco dicono che suo figlio è un miracolo lui risponde: “Il miracolo siamo noi, ognuno di noi. Una condizione estrema come quella di Daniele ci fa capire che anche noi siamo voluti come siamo, non c’è un errore, uno sbaglio. È Dio che lo ha fatto così.. non so perché così, perché a noi, a lui, ma è voluto”. Molti li ammirano, molti li considerano degli egoisti o irresponsabili; insomma, perché mettere al mondo un figlio che non sarà mai felice? Chiara non ha tentennamenti: “E se tuo figlio ha un incidente o si droga cosa fai? Cos’è la felicità? Tu sei felice? Perché? Perché sai camminare, cantare, fare le cose… o è altro? O viene da un’altra cosa? Dal fatto che un altro ti vuole bene come sei”. La loro casa è sempre aperta, incontrano spesso coppie che avranno un figlio con la stessa sindrome di Daniele. “Vengono per vedere”, per capire com’è un bambino così, per capire come si vive, come si fa. “Noi li invitiamo a ripartire da quel punto. Se è dato così è per voi, come Dani per noi, per fare nella nostra vita un cammino di fede e di umanità”.

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