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«Affinché il mondo intero ascoltando creda, credendo speri, sperando ami»: 50 anni di “Dei Verbum”

Concilio Vaticano II en la Basílica de San Pedro – it

© DALMAS / SIPA

Lucandrea Massaro - Aleteia - pubblicato il 20/11/15

Intervista con don Dario Vitali, ecclesiologo e direttore del dipartimento di Teologia Dogmatica presso la Gregoriana

Si conclude oggi un convegno di ben tre giorni che si è svolto a Roma presso la Pontificia Università Gregoriana sul documento conciliare Dei Verbum, che il 18 novembre 1965 venne promulgato da Paolo VI. Come tutti gli altri documenti conciliari anche questo vive il suo “giubileo”, vale a dire 50 anni di vita. Questa costituzione dogmatica, approvata con sostanziale unità (2.344 voti favorevoli – 6 contrari) riguarda il rapporto tra la Chiesa e la Scrittura.

Come si spiega un comunicato della stessa Gregoriana: Forte di una prospettiva non solo biblica, ma teologica e liturgica, il convegno ripercorrerà la struttura della costituzione dogmatica: la Rivelazione, il ruolo della Tradizione, l’ispirazione divina delle Scritture e la loro interpretazione, il rapporto tra Antico e Nuovo Testamento, il posto della Parola di Dio nella vita della Chiesa. «Temi solo apparentemente astratti – chiarisce il gesuita Dariusz Kowalczyk, decano della Facoltà di Teologia – perché toccano i centri nervosi della vita concreta della Chiesa, come ha dimostrato il recente Sinodo sulla Famiglia. Cosa della Rivelazione divina è permanente e cosa può mutare nella formulazione? Cosa è dottrina e cosa disciplina? Sono questioni fondamentali, per oggi non meno di ieri».

Per approfondire tanto l’importanza della Dei Verbum, quanto il ruolo del Concilio e del Giubileo conciliare che Papa Francesco ha indetto per il prossimo 8 dicembre, Aleteia ha intervistato don Dario Vitali, professore ordinario di ecclesiologia e direttore del dipartimento di Teologia Dogmatica presso la Gregoriana.

Professor Vitali, 50 anni di Concilio, il Papa li festeggia con un Giubileo. Come vanno intesi?

Vitali: Il motivo per cui il papa ha indetto il giubileo non riguarda direttamente il concilio. L’anno santo della misericordia è motivato dal Padre non con un evento o una ricorrenza, ma con una necessità. Al n. 3 della bolla di indizione dice che «ci sono momenti nei quali in modo ancora più forte siamo chiamati a tenere fisso lo sguardo sulla misericordia per diventare noi stessi segni dell’agire del Padre. È per questo che ho indetto – dice il papa – un giubileo straordinario della misericordia come tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti». La Chiesa, per il papa, ha bisogno di fare un bagno di misericordia, di fare esperienza della misericordia di Dio per riapprendere questo linguaggio e questa logica. Per fare questo, il papa sceglie come data significativa il cinquantesimo dalla chiusura del Vaticano II, senza che questo sia il motivo che lo ha indotto all’indizione: il primo motivo addotto è la ricorrenza dell’Immacolata Concezione, a cui il papa è particolarmente devoto. Egli dice che in questa festa si fa chiaro il modo di agire di Dio nella storia, proprio nella logica della misericordia che è più grande del peccato e pone le condizioni perché si compia la salvezza.

La solennità coincide anche con il cinquantesimo anno dalla chiusura del concilio, per cui il papa coglie l’occasione per prolungare la “memoria grata” del concilio. Ma non si tratta di un accostamento occasionale, dettato dalla semplice coincidenza. Il concilio costituisce un evento significativo nell’ordine della misericordia, in quanto i Padri hanno sperimentato la necessità e l’urgenza di andare incontro all’uomo ed essere nel mondo il segno vivo dell’amore del Padre. In questa prospettiva della Chiesa in uscita, papa Francesco cita Giovanni XXIII, per il quale la Chiesa “preferisca usare la medicina della misericordia piuttosto che le armi del rigore“, e Paolo VI, per il quale tutto ciò che era stato detto al concilio aveva di mira il servizio all’uomo. Per il papa il concilio è stato l’evento che ha spinto la Chiesa ad uscire dalla cittadella fortificata che era la Chiesa “contro” il mondo e a diventare Chiesa “in uscita”, aperta al mondo. Come a dire che tornare al concilio aiuta la Chiesa a essere “Chiesa in uscita”, Chiesa della misericordia.

La “Dei Verbum” è il documento conciliare più importante mette in relazione stretta il Testo e la Tradizione, spiegando come queste due fonti si parlino di continuo è questa la ricchezza della Chiesa, un rapporto dinamico con i testi sacri?

Vitali: Se chiederà a un biblista, certo le dirà che la Dei Verbum è il documento più importante. Ma se lo chiede a un liturgista, le dirà: Sacrosanctum concilium; e se lo chiede a me, che studio e insegno l’ecclesiologia, le dirò: Lumen Gentium. In realtà, nessun documento va isolato dall’altro, e l’insieme dei testi offre un quadro straordinario di “ciò che lo Spirito dice alla Chiesa” per questo periodo della storia, nel nostro cammino verso il Regno di Dio. In questo cammino, la Chiesa è “sotto” la Parola di Dio. In Dei Verbum si registra un’eccedenza della Parola di Dio rispetto alla Sacra Scrittura, alla Tradizione, alla Chiesa, al Magistero. Il Magistero è “sotto” la Parola di Dio. Tradizione e Scrittura, dice DV 10 con una formula originalissima, sono “il sacro deposito della Parola di Dio”, attraverso il quale continua a risuonare nella Chiesa, e attraverso di essa nel mondo e per il mondo, “la viva voce del Vangelo”. Il Sinodo del 1985 a vent’anni dal concilio ha indicato come via di interpretazione del concilio e di vita della Chiesa un intreccio delle quattro costituzioni conciliari: la Chiesa (LG), in religioso ascolto della Parola di Dio ( DV) celebra i misteri di Cristo (SC) per la vita del mondo (GS).


Azzarderebbe una riflessione su questo punto circa il tema del fondamentalismo? Tutti i pontefici, di recente, hanno messo in guardia da una ermeneutica dei testi che siano o senza ragione o senza misericordia…

Vitali: Proprio la Scrittura costituisce uno dei campi in cui si manifesta il fondamentalismo. Che riguardi la Bibbia, il Corano, o un’ideologia qualsiasi, il fondamentalismo è un atto di chiusura all’altro in nome della Verità, della propria verità, assolutizzata contro l’altro. Per questo i fondamentalisti si legano alla lettera, alla norma, ai principi assoluti che permettono di dividere il mondo in buoni e cattivi e che giustificano, in nome della verità che mette dalla parte della ragione, anche la violenza sull’altro, che diventa presto aggressione, attacco, violenza, con la lingua o la spada o le bombe. Ma si tratta di paura. Esattamente il contrario della misericordia, alla quale si appella il papa.

La Dei Verbum è stata promulgata da Paolo VI, ma il Concilio che l’ha partorita è frutto di una intuizione di Giovanni XXIII non molto apprezzata dalla Curia del tempo. Il Papa è sempre un po’ profeta in patria? Il tema della misericordia era molto presente anche in lui, come si dispiega una Chiesa che abbia come architrave l’Amore e non la gerarchia?

Vitali: In realtà, non solo la Curia non vedeva di buon occhio la convocazione del concilio. Anche l’allora arcivescovo di Milano ebbe a dire che il papa non si rendeva conto in che ginepraio si fosse cacciato. Ma poi ha continuato il concilio e lo ha guidato con saggezza, cercando il più ampio consenso possibile tra i Padri. Il fatto che un papa di transizione, eletto in attesa degli eventi, abbia convocato il concilio dimostra però come sia lo Spirito a guidare e illuminare la Chiesa, sostenendola nel suo cammino verso il Regno. Provi a immaginare cosa sarebbe stato l’impatto del Sessantotto sulla Chiesa, se lo Spirito non l’avesse preparata attraverso il concilio! Certo, il clima negli anni del post-concilio sono stati di conflittualità, per gli aspri dibattiti sull’eredità del Vaticano II. Ma ben peggiore sarebbe stato l’esito, se la Chiesa fosse andata incontro a quella rivoluzione culturale con le categorie e la coscienza della societas perfecta.

Papa Francesco parla sempre di sinodalità come forma della Chiesa, come ecclesiologo come spiegherebbe questa premura del pontefice?

Vitali: Ah! Ha sentito il discorso del papa il 17 ottobre scorso, a cinquant’anni dall’istituzione del Sinodo dei Vescovi? Costituisce un passaggio storico, perché per la prima volta un papa parla in quesi termini della sinodalità come dimensione costitutiva della Chiesa. Parla di sensus fidei della totalità dei battezzati, che deve essere ascoltato e che lui ha voluto ascoltare attraverso i questionari inviati alle diocesi; parla di ascolto in seno all’assemblea sinodale; parla di discernimento ecclesiale, in ascolto dello Spirito. E domanda a tutta la Chiesa, ai diversi livelli della sua struttura e della sua vita, di attuare uno stile sinodale, citando un antico principio: quod ad omnes tangit, ab omnibus tractari debet (ovvero: quello che riguarda tutti, deve essere approvato da tutti, NdR). Come si possa rendere effettivo questo principio, il papa non l’ha ancora detto. Ma ha invitato ad approfondire la questione, perché la forma della Chiesa diventi sempre più sinodale. Sta qui la sfida di questo pontificato, ben più impegnativa della riforma della curia, che è un aspetto del rinnovamento ecclesiale, che implica – lui stesso lo ha chiesto – anche il ripensamento dell’esercizio del primato. Ma l’indicazione fondamentale l’ha già data con l’immagine della piramide rovesciata, dove colui che ha più responsabilità è colui che serve, nella logica e sull’esempio di Cristo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto per tutti.

Che ruolo ebbe la Gregoriana nella stesura della Dei Verbum?

Vitali: Come ogni università pontificia, anche la Gregoriana ha inviato al concilio i suoi vota, indicando ciò che pensava fosse utile e necessario trattare in concilio. Alla segreteria del concilio sono pervenuti i vota sia della Gregoriana che del Biblico. Proprio sulla questione della Rivelazione e della sua trasmissione, si avverte tutta la distanza tra le due scuole, rappresentate da due figure che molto hanno inciso proprio sulla redazione della Dei Verbum: Sebastian Tromp, segretario della Commissione teologica preparatoria prima e della Commissione dottrinale durante i concilio, e Agostino Bea, presidente del Segretariato per l’unità dei cristiani. Tromp fu il redattore dello schema de fontibus Revelationis, che fu ritirato dall’aula per l’opposizione di un gran numero di Padri a uno schema astratto e ritenuto troppo giuridico e apologetico; Bea fu uno degli protagonisti della nuova redazione.

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