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Non c’è più religione…o forse sì?

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È il protagonista del docu-reality “Buongiorno professore” sull’ora di religione

Le telecamere s’insinuano in classe. A un reality sui banchi di scuola non ci aveva ancora pensato nessuno. Se poi si svolge nell’ora di religione, all’originalità si aggiunge la temerarietà. Accade nel centro di Roma, al liceo Pilo Albertelli. Buongiorno professore è la nuova trasmissione di Tv2000 che coprirà tutto l’anno scolastico. Alla cattedra, il “prof” Andrea Monda.

Prima di tutto, come si svolgono le riprese?

«Non c’è un copione. Certo, sono lezioni che faccio da anni, ma poi avviene come in classe… inizio a parlare di un tema e non so mai come risponderanno i ragazzi. Però abbiamo un patto: dopo il ciak, le riprese procedono senza interruzione».

Quindi… è sempre «buona la prima»!

«È un docu-reality (cioè un reality che documenta momenti di vita reale, non una situazione costruita, ndr). Ho voluto far vedere cosa succede durante l’ora di religione, che non è catechismo e tanto meno sociologia da bar, ma una disciplina scolastica basata su una forte mediazione culturale. Che significa? Che i princìpi del cristianesimo sono mediati con ciò che accende l’immaginazione. Cioè arte, film, poesie, scienze, filosofia…».

L’ora di religione è un po’ la Cenerentola della scuola italiana…

«O forse è la Bella addormentata. Ha tante potenzialità. È un insegnamento dove non c’è paura, e questo può essere un limite ma anche un punto di forza, perché permette a studenti e professore di mettersi in gioco. Un “gioco” che è l’unica cosa davvero seria».

Si possono insegnare chimica e letteratura… Ma si può insegnare la religione?

«Senz’altro non si può insegnare la fede. La religione s’insegna a seconda del grado di compenetrazione tra vita e scuola. Il prof di matematica può essere più distaccato verso la sua materia – se divorzia non scuote Euclide –, mentre il prof di religione deve starci dentro. I contenuti devono essere preparati in modo ricco e puntuale, ma senza fossilizzarsi sulle competenze, perché s’insegna per lo più attraverso la testimonianza. Bisogna lavorare sulla relazione con gli studenti. Senza quella, non passa niente».

Un’obiezione comune: «Non sarebbe meglio un corso di storia delle religioni»?

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