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Quando il Concilio Vaticano II proclamò il principio della libertà religiosa

Gian Franco Svidercoschi - Aleteia - pubblicato il 19/11/15


Quando ritornò in aula, nell’ultima sessione, lo schema – oltre a una sottolineatura della dottrina sulla “vera religione”, per evitare interpretazioni erronee e pericolose – conteneva già all’inizio un cambiamento fondamentale: il diritto alla libertà religiosa veniva ora proclamato a partire dalla “dignità della persona umana”, ossia da quella verità razionale, propria di ogni uomo, che è il diritto naturale, e sulla quale si basa l’ordine socio-giuridico. Nello stesso tempo, si faceva naturalmente riferimento alla Rivelazione divina, giacché la libertà dicoscienza non dispensa dal cercare la verità, “specialmente in ciò che concerne Dio e la sua Chiesa”.

Quella nuova formulazione convinse molti degli esitanti e degli stessi contrari. Il 7 dicembre del 1965, nello scrutinio finale, i non placet furono solo settanta. E così passarono quei due principi fortemente innovativi: che nessuno sia costretto a credere, e quindi forzato ad agire contro la propria coscienza; e nessuno sia impedito di credere, di professare la propria fede. Prese dunque ispirazione da lì, dalla Dignitatis humanae, l’opzione definitiva per l’uomo che la Chiesa avrebbe poi compiuto. Mettendo la persona umana al primo posto dei diritti e delle libertà fondamentali; e non più, come in passato, difendendo anzitutto le proprie posizioni o rivendicando in primo luogo la propria libertà.

Va ricordato che, proprio la dichiarazione sulla libertà di coscienza e di religione, fu la causa scatenante della ribellione di mons. Marcel Lefebvre. Il rifiuto della “nuova Messa” ne rappresentò l’aspetto più vistoso, più polemico. Così come ebbe anche un peso non indifferente l’opposizione alla collegialità episcopale, e all’ecumenismo. Ma, prima di tutto, c’era la Dignitatis humanae. Per mons. Lefebvre, questo documento era la prova evidente del cedimento della Chiesa alle idee moderniste, allo spirito del maligno, e soprattutto la prova del tradimento della Tradizione, della dottrina magisteriale.

Ma, a parte questo risvolto indubbiamente doloroso, bisogna egualmente ricordare che, dalla Dignitatis humanae, cambiarono molte cose nel cattolicesimo. Cambiò un certo modo di pensare ispirato alla condanna, alla contrapposizione. Cambiarono i rapporti con le Chiese cristiane, e con le altre religioni, rapporti ora caratterizzati dal dialogo, dalla comprensione reciproca, dalla tolleranza. Cambiò l’atteggiamento verso gli Stati, chiudendo così l’epoca dei compromessi, dei Concordati intrisi di privilegi. Ma ancora più importante, per il fatto di avere assunto nella sua stessa missione la difesa e la promozione dei diritti umani, la Chiesa poté così riappropriarsi – come di un ideale “naturalmente” evangelico, cristiano – di quei principi umanitari che per lungo tempo erano stati appannaggio esclusivo dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese.

E da allora, a motivo di questa rinnovata credibilità, la Chiesa è stata in grado di esercitare una forte pressione sull’opinione pubblica internazionale; e, quindi, di alzare la voce, una voce sempre più autorevole, per chiedere il rispetto dei diritti umani e, in particolare, della libertà religiosa. Tanto più che, caduto il Muro, e finito l’ateismo eretto a sistema, la geografia del mondo è stata macchiata da una nuova drammatica intolleranza religiosa: fintanto a tradursi, nei Paesi dominati dal fondamentalismo islamico, in una terribile persecuzione dei credenti. E, come denuncia di continuo papa Francesco, in un martirio ancora peggiore di quello degli inizi del cristianesimo.

Ed ecco perché quelle parole della Dignitatis huamane – parole rivoluzionarie, coraggiose – acquistano oggi, specialmente oggi, una nuova pressante e drammatica attualità. Perché, proprio in forza della libertà che reclamano per le coscienze, quelle parole denunciano la perversione di quanti pretenderebbero di usare il “nome” di Dio per spegnere questa libertà nel cuore degli uomini.

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concilio vaticano iilibertà religiosa
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