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Come si radicalizzano i giovani jihadisti?

© Erebmedioriente

Fondazione Oasis - pubblicato il 19/11/15

Ragazzi vittime del reclutamento islamista: dall'arruolamento al ritorno a casa

di Maria Laura Conte

Dopo Désamorcer l’Islam radical e Ils cherchent le paradis, ils ont trouvé l’enfer, Dounia Bouzar riporta in questo nuovo saggio l’esperienza maturata sul campo con l’attività del Centre de Prévention contre les Dérives Sectaires liées à l’Islam (CPDSI) da lei diretto, che le ha permesso di entrare in contatto con 400 genitori di ragazze e ragazzi vittime del reclutamento jihadista. Nella prima parte del volume ripercorre le tappe del processo di arruolamento, nella seconda invece racconta come sia riuscita con il suo staff a “riportare a casa” alcuni dei giovani divenuti combattenti “sulla via di Dio”.

Tutto comincia dall’abilità dei reclutatori di intrufolarsi nella parte più intima di ragazzi tra i 15 e i 25 anni, di scoprirne il punto debole e su questo sviluppare la strategia di adescamento. Usano il senso di disagio comune a molti adolescenti come un grimaldello per sfondarne ogni difesa e creare una separazione tra il giovane e la sua rete di affetti, amicizie, legami. Una volta sganciato il giovane da ogni nesso con la realtà, lo trasformano in un automa disposto a uccidere o a uccidersi.

Gli adescatori sanno trasformare il sentimento di emarginazione di molti di questi ragazzini nella prova della loro “elezione”. Scrive infatti Bouzar: «I radicali trasformano un sentimento di umiliazione e d’inferiorità in prova di onnipotenza: “Se ti senti a disagio con gli altri (i tuoi amici, i tuoi genitori, i tuoi professori…), è perché Dio ti ha scelto come essere superiore che detiene la Verità […]. Tu sei diverso dagli altri, tu hai più discernimento”» (p. 12). Non sei tu il problema; il problema sono gli altri: è questo il ritornello che nelle giovani menti inculcano criminali come emiro Omar Omsen, uno dei più abili reclutatori di minori, soprattutto ragazzine.

E da qui comincia la discesa agli inferi. Strumenti potentissimi per arruolare sono i video hollywoodiani che insistono sulla teoria del complotto ai danni dell’Islam, sull’Occidente cattivo, sull’imminenza del confronto finale e della fine del mondo… A un certo punto del lavaggio del cervello «la paranoia s’impone. Così bisogna combattere le credenze pagane e la fede cristiana […]» (p. 47). Infatti solo i puri hanno una chance di salvezza dopo la fine del mondo. Per far parte di questa élite, il giovane lascia tutte le vecchie abitudini “pagane”, comprese quelle alimentari e rompe drasticamente con famigliari e amici. È la svolta verso la totale spersonalizzazione dei ragazzi e delle ragazze. Ma non tutto è perduto. Entrando nelle loro case, parlando con le madri, i padri, o i fratelli, la Bouzar ricompone i fili di ogni singola storia e tenta di ricondurre il jihadista alla realtà da cui era uscito. Non lo fa incoraggiandolo a “ragionare” o convincendolo con argomenti teologici, ma lavorando sui suoi ricordi e le sue emozioni più profonde.

Tuttavia la Bouzar sgombra anche il campo da possibili equivoci, mostrando l’insufficienza di un approccio al fenomeno dei foreign fighters solo psicologico o sociologico, e sostenendo un metodo interdisciplinare, che arrivi a fare i conti anche con il fattore religioso, che lei interpreta in senso antropologico. E alcuni casi di recupero confermano la sua ipotesi, anche se la ferita di un giovane che torna alla normalità dopo la fuga nell’irrazionale resta profonda.

Una nota, riferita dalla stessa Bouzar, merita di essere riportata: alcuni media e molti intellettuali francesi non le hanno risparmiato attacchi per il modo innovativo con cui affronta la questione abbattendo stereotipi consolidati. La sua attività e i suoi libri documentano infatti che i jihadisti non sono reclutati solo tra i musulmani delle periferie povere, ma anche tra giovani atei e di famiglie borghesi benestanti (il 40% delle famiglie che si sono rivolte al centro si dichiarano atee, 40% cattoliche, 19% musulmane, 1% ebree). Ma le critiche non l’hanno fatta retrocedere e con il suo lavoro continua a scuotere la Francia accomodata nel suo orgoglio laico. Come quando scrive che per questi giovani «l’impegno e la lotta danno un senso alla loro esistenza», forse perché altrove non è così facile trovare una ragione per cui dare la propria vita.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

Tags:
giovanijihadismo
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