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Le guerre di religione nella storia

Anne-CC

Credere Oggi - pubblicato il 17/11/15


Si torna in questo modo al concilio di Clermont e alla iniziativa di Urbano II, che promosse il passagium al di là del mare, con lo scopo, tra l’altro, di allontanare la guerra dal territorio europeo, esportandola, per così dire, sulla sponda sud del Mediterraneo. «Dio lo vuole»: il grido che, secondo alcuni cronisti, avrebbe accolto l’invito del papa, è di per sé esemplificativo della assoluta accettazione anche religiosa del fenomeno bellico da parte del popolo presente a Clermont.

7. La sconfitta delle crociate: i martiri

L’unità tra guerra e religione era data per scontata. Restava però un ostacolo insormontabile: il Vangelo, cioè il testo fondamentale della societas christiana, continuava a proporre un messaggio di pace e non di guerra. Andrebbe scritta perciò anche un’altra storia, cioè quella degli avvenimenti che hanno permesso al messaggio evangelico di scardinare la costruzione ideologica che, nei secoli, era andata giustificando e santificando la guerra. Se ne possono identificare almeno tre. Il primo è la sconfitta delle Crociate, con la data simbolica del 1187, quando il Saladino riconquistò Gerusalemme. Nemmeno cento anni dopo il concilio di Clermont, i crociati erano stati sconfitti. Cosa bisognava pensare: se Dio nel 1099 era stato con loro, adesso non lo era più?

Ritengo necessario, a questo punto, aprire una parentesi, per commentare un testo straordinario scritto nel pieno del periodo delle crociate da un monaco vissuto in Calabria: Gioacchino da Fiore.

Nel suo Commento all’Apocalisse, composto poco dopo la caduta di Gerusalemme del 1187, Gioacchino parla del rapporto tra religione e violenza a partire da un punto di vista molto particolare: quello delle vittime della violenza, di coloro che – per usare il suo vocabolario –, appartengono alla stirpe di Abele. Gioacchino parla dei martiri soprattutto nella seconda parte dell’Expositio[18]. Nell’Expositio tutta la materia dell’Apocalisse è suddivisa in sette parti, ognuna delle quali corrisponde a un’epoca della storia della chiesa[19]. In sostanza, sotto la potenza immaginifica di Gioacchino, le sette visioni si moltiplicano fino a divenire sette settenari.

Il tema dei martiri torna in ogni settenario. Così, ad esempio, ognuno dei sette angeli della terza visione corrisponde a un’età della chiesa e dunque, mentre al primo angelo corrisponde san Paolo, predicatore dell’età degli apostoli, al secondo corrispondono i predicatori dell’età dei martiri e poi, via via, i predicatori di ogni età della chiesa. Allo stesso modo anche nella quarta età, che corrisponde alla visione della donna vestita di sole, ed è l’età dei santi monaci ed eremiti, vi sono dei martiri: sono appunto quei monaci che vennero combattuti dai Saraceni nei deserti della Siria e della Palestina e furono da questi uccisi o costretti alla fuga, le cui storie Gioacchino, in Calabria, luogo di approdo di molti di loro, doveva conoscere piuttosto bene.

La novità rappresentata dal testo di Gioacchino consiste proprio nell’aver trasformato una categoria agiografica in una categoria teologica, cosicché la dimensione martiriale appartiene per lui alla storia della chiesa di tutti i tempi. In particolare per Gioacchino anche nella quinta età della chiesa, quella cioè in cui egli stesso sa di trovarsi,

ancora una volta ritorna la chiesa degli apostoli, quella dei martiri, quella degli eretici combattuti dai Padri, quella dei contemplativi che combattono contro la bestia ascendens de mari[20].

Ma perché per Gioacchino i martiri rivestono così grande interesse? La virtù per eccellenza dei martiri infatti è la pazienza, cioè la fedeltà tenace nelle persecuzioni. È una virtù, raccomandata nella lettera di Giacomo, che ha il suo modello fondamentale in Giobbe, il «paziente» per eccellenza. La parola greca utilizzata nel Nuovo Testamento, macrothymia, non ha quella sfumatura di passività che invece si avverte in italiano. La «pazienza» neotestamentaria è una virtù, una forza, che si mette alla prova nei momenti di persecuzione.

Gioacchino aggiunge un’osservazione: la forza dei martiri infatti non è solo la capacità personale di resistere in contesti di persecuzione, ma anche una forza che protegge la chiesa tutta. I martiri sono come gli uomini fortissimi che, abili all’arte della guerra, circondano la lettiga di Salomone, essi sono coloro che difendono la chiesa dal timore notturno. Non che simili osservazioni non fossero state fatte anche in precedenza. Già nel racconto del martirio di san Policarpo, ad esempio, si dice che il sacrificio dell’anziano pastore ebbe come effetto la fine della persecuzione. I Padri dunque conoscevano la forza del martirio come arma di difesa della chiesa. Gioacchino però sembra sviluppare il tema, facendo dei martiri, arcobaleno attorno al trono, l’esercito degli uomini forti, i quali, traendo la loro forza dalla fede di Pietro[21], salvano la chiesa dai terrori della notte. Gioacchino arriva a paragonare i martiri con i deboli e le vittime di ogni tempo; per lui infatti i martiri cristiani sono coloro che soffrono come tutti, ma in mezzo a queste sofferenze, testimoniano un oltre di speranza. Sono coloro che affidano a Dio la vendetta, prendendo l’espressione secondo un significato che Gioacchino si affretta a precisare:

Questo è infatti l’atteggiamento dei bambini, questa la naturale debolezza delle vergini e delle vedove: amano Dio, vogliono bene al prossimo, non fanno male a nessuno, ma cercano di favorire volentieri tutti coloro che possono. L’unica imperfezione che alcuni di essi hanno è questa: che non riescono a sopportare il male con gioia. E poiché non sono per nulla adatti alla guerra e per nulla idonei allo scontro, questa stessa loro semplicità li rende ancora più degni di commiserazione. E che dunque? Il giudizio sarà senza misericordia per chi non ha avuto misericordia [Gc 2,13] Tanto più duramente saranno da punire coloro che li colpiscono, quanto più essi hanno agito senza misericordia, come accusa la stessa compassione naturale. Chi infatti non sa che è più crudele chi perseguita una vedova di chi opprime un uomo, chi si oppone a un bambino che chi offende un  tiranno, chi fa guerra a un orfano che chi si inimica un potente? Perciò anche nei salmi è scritto su ciò: [Sal 67,5-6] «Saranno turbati davanti al suo volto, di lui che è padre degli orfani e giudice delle vedove» e in altro luogo: «A te si abbandona il misero, dell’orfano tu sei il sostegno: Spezza il braccio dell’empio e del malvagio» [Sal 9,35]. Questo che stiamo dicendo è cosa nota a tutti, che noi stessi abbiamo sperimentato e sperimentiamo. Quando il povero è attaccato dal ricco, quando la vedova è oppressa dal giudice, lo straniero dal residente, allora la parte più debole e miserabile è solita ricorrere alle armi del pianto e del lutto, perché non vi è nessuno che si opponga e combatta per lei, se non il padre degli orfani e il giudice delle vedove. Perciò anche nella Legge sta scritto: «Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada» [Es 22,21-23] Così dunque Dio che è misericordioso avrà misericordia di tutti coloro che subiscono violenza, di coloro cioè che sperano in Lui e in modo meraviglioso sarà spinto dalle loro lacrime a fare vendetta, benché non sia stato da loro richiesto che faccia del male a coloro che li opprimono, ma solo che il Signore li strappi dalla potenza dei superbi. Né infatti chiunque piange, piange sempre per ottenere qualcosa, ma talvolta perché ha paura o perché soffre, altre volte perché è preso dalla pietà o riscaldato dall’amore. «Lasciami, dice qualcuno, perché possa calmare il mio piccolo dolore». O forse crediamo che speri di meno chi piange la morte dei suoi figli? Dunque piangono questi santi non perché muoiano i carnefici, ma solo perché a ciò sono spinti dalla persecuzione, altrimenti non sarebbero innocenti. Anche se altrove si parla anche di innocenti che gridano e chiedono vendetta a Dio giusto. E ciò è provato dalla sacra Scrittura. Non vi è nessun dubbio che il primo degli innocenti, che fu ucciso per invidia fu Abele il giusto. Nel racconto della sua morte non leggiamo di nessuna sua lacrima, forse perché non ebbe nemmeno il tempo di lamentarsi, ma la voce della vendetta la conosciamo dalla Scrittura, e fu una voce non umana, ma divina. Quando infatti l’empio Caino tentò di nascondersi dietro una menzogna, si udì: Ecco, la voce del sangue di tuo fratello Abele grida a me dalla terra. Come dunque la voce del sangue di Abele il giusto gridava dalla terra, così questi santi, i quali senza colpa sono stati uccisi per la parola di Dio e per la loro testimonianza, che siano giovani o siano anziani, chiedono vendetta con la voce del sangue al loro Dio, del quale hanno condiviso la sorte e chiedono di condividere i doni[22].

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