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Le guerre di religione nella storia

Anne-CC

Credere Oggi - pubblicato il 17/11/15


La prima tappa è costituita, come è ovvio, dalla cosiddetta «svolta costantiniana»: nel momento in cui gli imperatori divennero cristiani, anche il servizio militare, sino ad allora inviso ai cristiani, divenne non solo lecito, ma anche meritorio. Una seconda tappa è costituita da Pipino il Breve, il figlio dell’eroe di Poitiers, Carlo Martello. Come è noto Pipino era soltanto il Maggiordomo di Palazzo, cioè il Maior Domus, il primo ministro di Childerico III, re dei Franchi. In ogni caso, come già suo padre prima di lui, Pipino era il vero detentore del potere. Nel 752, con il permesso del papa Stefano II, egli venne consacrato re dei Franchi a Soissons da san Bonifacio, mentre Childerico veniva condotto in un monastero e tonsurato. Si trattava di un vero e proprio colpo di Stato benedetto dal papa, il quale anzi due anni dopo si recava personalmente in Francia e ripeteva l’unzione sacra su Pipino e sui suoi figli, che venivano confermati re dei Franchi. Il modello di questa consacrazione fu quello dell’Antico Testamento. Il re diventava l’unto di Dio.

Conseguenza di questo avvenimento politico liturgico fu la richiesta fatta a Pipino, da parte del papa, di intervenire contro Astolfo, re dei Longobardi, che minacciava i beni della chiesa in Italia. Le due campagne militari di Pipino in Italia furono guerre se non sante, certamente benedette. Si potrebbe dire che sono il prototipo di quella che già Sant’Agostino aveva definito una «guerra giusta»[15]: il papa aveva chiesto ufficialmente l’intervento, dunque l’intervento militare era stato richiesto da un’autorità legittima; inoltre vi era una giusta causa, perché Astolfo aveva minacciato i beni della chiesa, infine la violenza esercitata da Pipino non fu eccessiva, dato che si limitò a pretendere da Astolfo la consegna dei territori bizantini in Italia occupati dai Longobardi. Pipino si era comportato semplicemente come advocatus ecclesiae, cioè difensore della chiesa.
Eppure in questa «guerra giusta»” vi sono alcuni particolari che non tornano: anzitutto anche i Longobardi, come i Franchi, erano dei fedeli cattolici e dunque appare strano che un pontefice chieda l’intervento armato di un popolo cristiano contro un altro popolo cristiano; in secondo luogo il papa si era fatto promettere (con la Promissio Carisiaca del 754) che tutti i territori conquistati sarebbero stati donati alla chiesa cattolica, ma le terre dell’Esarcato attorno a Ravenna non erano mai appartenute alla chiesa, semmai all’impero di Costantinopoli, dunque il papa si fa «restituire» dei beni che non aveva mai posseduto.
Una terza tappa del processo di giustificazione della guerra in senso cristiano venne compiuta con il figlio di Pipino, Carlo, che in seguito verrà chiamato Magno. Riprendendo la politica del padre, Carlo sostenne la penetrazione cristiana nei territori a est del fiume Reno, cioè al di là del limes dell’Impero romano. Questa penetrazione avvenne anzitutto con l’insediamento di comunità monastiche, sul modello che aveva offerto san Bonifacio, ma poi, a sostegno e completamento di queste iniziative pacifiche, ciò avvenne con una vera e propria guerra di conquista che culminò con la strage di Verden del 782, nella quale sarebbero stati uccisi 4500 sassoni. Fu la più lunga e difficile delle guerre di Carlo, il quale, dopo trentatré anni di conflitto, come racconta il suo biografo Eginardo:

disfatti e ridotti in suo potere tutti quelli che si ostinavano a resistere, trasferì, deportandoli, diecimila di quelli che abitavano lungo le due rive dell’Elba con le loro donne e figli, e li disperse, suddivisi in molti piccoli gruppi, qua e là per la Gallia e la Germania. A queste condizioni, che il re impose ed essi accettarono, si sa essersi conclusa questa guerra protrattasi per tanti anni: che, rinnegato il culto dei demoni e abbandonati i riti tradizionali, prendessero i sacramenti della fede e religione cristiana e costituissero, riuniti ai Franchi, un solo popolo con questi[16].

Era la prima volta nella storia che la conversione si imponeva sul filo della spada. Non si trattava soltanto di una copertura ideologica: Carlo Magno non aveva soltanto l’obiettivo della conquista di un territorio, egli aveva anche quello della conversione di popoli da lui considerati «pagani». La religione cristiana, in queste circostanze, non era soltanto alle spalle dell’intervento bellico come sua giustificazione (come era avvenuto nel caso di Pipino), la religione cristiana era in questo caso anche davanti all’evento bellico, come obiettivo e scopo dell’intervento stesso.


6. La lotta tra papato e impero e il ricorso alla guerra

Si può leggere tutta la storia del medioevo occidentale come la storia della lotta per la supremazia tra il papato e l’impero, ovvero, se si vuole, tra il potere dei chierici e quello dei cavalieri. In altri termini, la lotta tra chi deteneva il potere della parola e chi il potere della spada. I chierici infatti, in obbedienza al dettato evangelico, in linea generale si astennero dal prendere le armi, ma pretesero di esercitare un controllo e una direzione del ceto cavalleresco che, con quelle armi costruiva il suo potere. Una confusione nacque anche dal fatto che, molto spesso, le più alte cariche ecclesiastiche provenivano dalle stesse famiglie dei più importanti signori laici. La contiguità culturale e di comportamenti si accentuò poi quando la pratica di affidare ai signori ecclesiastici compiti meramente politici, già instaurata da Carlo Magno, venne ulteriormente accentuata con la dinastia degli Ottoni.

Con lo sfaldamento del potere centrale e la fine della dinastia carolingia, non per questo vennero meno le riflessioni e le pratiche di guerra santa, giusta o benedetta. Furono proprio i chierici, che non usavano armi, a legittimarne l’uso da parte di coloro che essi stessi sceglievano come advocatiecclesiae. Come leggiamo, ad esempio, in una lettera di papa Silvestro II (il papa dell’anno 1000) al conte Darferius cui lui stesso aveva concesso una contea:

Noi giudichiamo giusto che, in ragione di questo modo di imposizione, i vassalli servano in tempo di pace con l’obbedienza e in tempo di guerra con le armi, per l’onore e la salvezza della santa chiesa romana[17].

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