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Pray for Burundi

© Jennifer Huxta / AFP
Burundi's policemen and army forces face protestors during a demonstration against incumbent president Pierre Nkurunziza's bid for a 3rd term on 13 May 2015 in Bujumbura. In the neighborhood of Musaga, hundreds of people waved sticks and threw stones as police responded with tear gas, a water cannon and live rounds. Protestors looted the local police post in Musaga, burning furniture, mattresses and clothing in a barricade fire, an AFP photographer said. Burundi's presidency said an attempted coup by a top general had "failed" on May 13, 2015 and pro-president Burundi troops at state broadcaster fire warning shots over the heads of hundreds of protesters, an AFP reporter said. Burundian general Godefroid Niyombare on May 13 announced the overthrow of President Pierre Nkurunziza, following weeks of violent protests against the president's bid to stand for a third term. AFP PHOTO / JENNIFER HUXTA
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Il Paese è a rischio caos e si profila un’emergenza umanitaria. La Chiesa burundese invita a pregare per la pace

“Di notte la polizia arriva nelle case a prendere le persone e il giorno dopo veniamo a sapere che sono morte. Troviamo cadaveri nelle strade. Ormai l’insicurezza è totale“. Lo racconta ad Aleteia una fonte della Chiesa della capitale del Burundi, Bujumbura, che chiede di rimanere anonima per motivi di sicurezza. E’ capitato anche a dei religiosi salesiani di essere prelevati, ma fortunatamente all’indomani sono stati rilasciati. “La paura attanaglia tutti – prosegue la fonte -: migliaia di persone si sono spostate in altre parti del paese, altre centinaia di migliaia hanno passato il confine verso il Ruanda, l’Uganda, la Repubblica democratica del Congo, la Tanzania e anche l’Europa”.

I fatti di Parigi hanno fatto scomparire dai media l’attenzione per il dramma del Burundi. Dallo scorso aprile nel Paese africano si sono intensificati gli scontri causati dalla candidatura prima e dalla rielezione poi del presidente Pierre Nkurunziza per un terzo mandato, in violazione della Costituzione e degli accordi di pace di Arusha che nel 2000 avevano sancito la fine della guerra civile e dato origine a un complicato sistema di condivisione del potere. Circa 200 persone sono state uccise dalle forze di sicurezza governative durante la repressione delle proteste e si calcola che più di 200 mila burundesi abbiano lasciato il Paese. Anche stamattina, come riferisce l’Agenzia Fides, si è combattuto in diversi quartieri della capitale Bujumbura.

Il 12 novembre il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato una risoluzione che dà 15 giorni di tempo al segretario generale Ban Ki-moon e al suo inviato in Burundi, Jamal Benomar, per esprimere un parere sulla possibilità dell’invio nel Paese africano di una forza militare e di polizia sotto l’egida dell’Onu. Per una decisione in tal senso, occorrerebbe, alla scadenza del termine, una nuova risoluzione o un’autorizzazione – difficile da immaginare – da parte del governo del contestato presidente Nkurunziza.

Un appello al dialogo e un invito alle parti ad incontrarsi per per far cessare le violenze e trovare una soluzione politica alla crisi era stato rivolto congiuntamente, sempre il 12 novembre, dal segretario generale aggiunto dell’Onu, Jan Eliasson, dal presidente della Commissione dell’Unione africana, Nkosazana Dlamini Zuma, e dall’alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea, Federica Mogherini.

“La Commissione per il dialogo interburundese esistente – spiega ad Aleteia la fonte da Bujumbura – non include tutti i gruppi politici e non è, quindi, efficace”. E’ invece necessario “il dialogo tra tutte le parti, anche coloro che hanno preso le armi, per il bene del Paese”.

La Chiesa burundese, che si è pronunciata contro la rielezione di Nkurunziza, aveva già chiesto, senza successo, di aprire il dialogo con l’opposizione in un comunicato pubblicato al termine dell’ Assemblea Plenaria dello scorso settembre. Nella stessa occasione aveva chiesto “il rispetto dello stato di diritto e la garanzia dei diritti delle persone” condannando “gli atti criminali che si registrano quotidianamente in particolare nella capitale Bujumbura, dove ogni notte si verificano omicidi, e dove diverse persone non dormono nel proprio domicilio per paure di essere rapite o uccise. In alcuni quartieri, denuncia il comunicato, gli abitanti sono consegnati in residenza sorvegliata e, non potendo uscire di casa per andare a lavorare o procurarsi da mangiare, rischiano di morire di fame“. “La povertà minaccia la popolazione– avevano scritto i vescovi- e questa accresce il dramma che stiamo vivendo, dal momento che alcuni membri della comunità internazionale sembrano aver sospeso i loro aiuti al Burundi” (Agenzia Fides 24 settembre 2015).

https://youtu.be/uNIu9Y-vZSY

Papa Francesco, che a fine novembre visiterà il Kenya, l’Uganda e la Repubblica Centrafricana, il 17 maggio 2015 ha chiesto di pregare per “il caro popolo burundese” invitando tutti a “abbandonare la violenza e ad agire responsabilmente per il bene del Paese”. Dal 14 al 22 novembre la Chiesa cattolica burundese ha lanciato una novena di preghiera per la pace sia in Burundi che in alcuni altri Paesi dell’Africa centrale: la preghiera e la volontà di pace sono le “armi” che mette sul tavolo della riconciliazione nazionale. “La preghiera – conclude la fonte di Aleteia – ci dà la forza di sperare contro ogni speranza“.

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