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Educazione islamica: tra la spada e il Corano

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An Iraqi school girl writes an answer to a question her proposed by her teacher in a classroom of the Al Amal female primary school in Al Shomali district, Babel, Iraq, Oct. 26. The Babel Provincial Reconstruction Team and U.S. soldiers with 3rd Armored Cavalry Regiment are deployed in support of Operation New Dawn.

María Angeles Corpas - Aleteia - pubblicato il 16/11/15

Il Governo iracheno dispone la conversione automatica dei minori alla religione islamica. Perché è inaccettabile

Nelle società occidentali, il dibattito sull’insegnamento religioso ruota intorno alla sua opportunità all’interno del sistema pubblico di insegnamento, al suo possibile finanziamento e al rispetto dei diritti universali.

Nell’agitato panorama del mondo arabo musulmano, l’educazione è un pilastro fondamentale di riproduzione sociale, nella misura in cui l’islam prevede una formazione integrale dell’individuo e non solo dei suoi comportamenti religiosi.

Da questo punto di vista, i movimenti islamisti considerano l’educazione uno degli aspetti più strategici.

In tal senso, la disposizione attuale del Governo iracheno circa la conversione automatica dei minori alla religione islamica rappresenta non solo la violazione dei diritti di una parte dei cittadini (cristiani yazidi, sabei e mandei), ma una decisa scommessa sulla reislamizzazione. Un progetto socio-politico inteso come la diffusione dell’islam in un processo dinamico che interessa tutta la società, sfidando qualsiasi tipo di legalità e impugnando la necessità di “mettersi in salvo” da qualsiasi interferenza.

Non stupisce la misura presa dal Parlamento iracheno di voler trasformare i giovani in musulmani e assimilarli forzosamente a una morale islamica, identificata con la morale pubblica.

Al margine del fatto che questo violi i diritti fondamentali, la misura significa non solo sostituire la loro identità originaria, con i conseguenti disturbi personali e familiari che può provocare, ma anche obbligarli ad assumere un determinato modello di vita. Quello islamico? No. Piuttosto, quello che le autorità del Paese hanno opportunamente ridefinito “islamico”.

L’educazione è un elemento strategico fondamentale nel futuro di qualsiasi società, permettendo di proiettare quale tipo di insegnamenti, valori e atteggiamenti sarà inculcato e verrà assunto dagli individui che la ricevono.

Si tratta quindi di un ambito molto delicato che va gestito con grandi dosi di responsabilità pubblica e che deve restare esente da dibattiti ideologici circostanziali e da congiunture conflittuali, perché, in definitiva, l’obiettivo dell’educazione è cercare di offrire il meglio di una collettività alle sue generazioni future. Utilizzarla come un’arma ideologica, e anche come un’arma per la guerra, snatura radicalmente questo senso.

Se parliamo di educazione religiosa, questo effetto dannoso viene potenziato immensamente, e se pensiamo concretamente all’islam ancor di più.

Trasformare in musulmani i minori di età al margine della religione dei loro genitori significa assimilare forzosamente tutta una generazione. Violare i loro diritti. Annullare la loro identità originaria.

In definitiva, è utilizzare la religione come arma politica per rafforzare i pilastri di un nuovo Stato che non contempla né rispetta la tradizione di una parte dei suoi cittadini.

È inoltre un progetto che insinua il germe della violenza e dell’autodistruzione – non solo di quanti sono esclusi, ma anche di tutto l’insieme sociale.

Ignorare la ricchezza che presuppone la convivenza in uno stesso territorio di tradizioni, culture e credo diversi e imporre meccanismi che annullino il sano sviluppo di queste differenze è costruire sistemi destinati all’orrore e al fallimento.

Molti pensatori moderati del mondo islamico hanno manifestato l’assoluta necessità che le società islamiche attuali assumano impegni nei confronti dei diritti umani e della democrazia, evitando movimenti di esclusione, soprattutto nell’educazione delle giovani generazioni.

L’educazione al servizio della reislamizzazione

Quello che avviene attualmente a Baghdad è un chiaro esempio di questo processo. Costringere il cambiamento automatico alla religione islamica dei minori anche quando uno solo dei genitori si converte all’islam è non solo anticostituzionale, ma un intento dichiarato da parte delle autorità di annichilire i diritti di una parte dei loro cittadini.

Impedire ai genitori cristiani di educare i propri figli in base alla loro fede e farlo in nome dell’islam è contravvenire anche i principi e allo status di rispetto previsto per la minoranza cristiana.

Assistiamo quindi a quella che Gilles Kepel ha definito “reislamizzazione”, ovvero il fatto di imporre a tutta la società un piano destinato a proteggere, custodire e preservare l’islam, un processo che tende a rimodellare la vita civile e familiare e anche i comportamenti individuali.

Le autorità non fungono più da amministratori delle questioni pubbliche, ma da orientatori e custodi della morale pubblica.

Ornare la violenza con il manto del sacro significa l’alleanza tra reislamizzazione e regimi non democratici. È formare le giovani generazioni in un modello educativo escludente che non solo alimenta la spirale di violenza, ma rafforza anche l’isolamento di ogni gruppo sociale, che capisce che deve svilupparsi proteggendosi “dall’altro” – in questo caso la minoranza cristiana.

Che tipo di società si può costruire sull’assimilazione forzosa di una parte dei suoi cittadini? Che tipo di Stato promuove questo progetto? Credo che la risposta sia nella mente di tutti.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
cristiani perseguitati in iraqiraq
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