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Se il tacchino di Russell si fosse chiesto perché

padre Gaetano Piccolo - Rigantur Mentes - pubblicato il 15/11/15

Mentre usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta». Gesù annuncia dolori, persecuzioni e sacrilegi. Mentre stava sul monte degli Ulivi, seduto di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo interrogavano in disparte: «Di’ a noi: quando accadranno queste cose e quale sarà il segno quando tutte queste cose staranno per compiersi?».

Gesù si mise a dire loro: «Badate che nessuno v’inganni! Molti verranno nel mio nome, dicendo: «Sono io», e trarranno molti in inganno. E quando sentirete di guerre e di rumori di guerre, non allarmatevi; deve avvenire, ma non è ancora la fine. Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno terremoti in diversi luoghi e vi saranno carestie: questo è l’inizio dei dolori.

Ma voi badate a voi stessi! Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe e comparirete davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro. Ma prima è necessario che il Vangelo sia proclamato a tutte le nazioni. E quando vi condurranno via per consegnarvi, non preoccupatevi prima di quello che direte, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato: perché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo. Il fratello farà morire il fratello, il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.

Quando vedrete l’abominio della devastazione presente là dove non è lecito – chi legge, comprenda -, allora quelli che si trovano nella Giudea fuggano sui monti, chi si trova sulla terrazza non scenda e non entri a prendere qualcosa nella sua casa, 16e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. In quei giorni guai alle donne incinte e a quelle che allattano! Pregate che ciò non accada d’inverno; perché quelli saranno giorni di tribolazione, quale non vi è mai stata dall’inizio della creazione, fatta da Dio, fino ad ora, e mai più vi sarà. E se il Signore non abbreviasse quei giorni, nessuno si salverebbe. Ma, grazie agli eletti che egli si è scelto, ha abbreviato quei giorni.

Allora, se qualcuno vi dirà: «Ecco, il Cristo è qui; ecco, è là», voi non credeteci; perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e prodigi per ingannare, se possibile, gli eletti. Voi, però, fate attenzione! Io vi ho predetto tutto (Mc 13,1-23).

Ci sono tempi della vita in cui ti devi fermare a capire cosa è successo. Spesso sono momenti di oscurità, di conflitto o di dolore. È l’urto provvidenziale che ci fa scoprire il senso delle cose.

Forse sarebbe necessario che anche come società, come cultura, e, perché no, come paese, provassimo a fermarci per rileggere quello che sta avvenendo e capire dove siamo.

Non succede. Un po’ perché gli intellettuali, che nel silenzio della meditazione cercavano il senso delle cose, sono stati sostituiti dagli opinion maker (quelli che fanno opinione), che sempre di più, in questa società narcisista, cercano il rumore degli studi televisivi, filosofi compresi, un po’ perché parlare del senso delle cose oggi non interessa più a nessuno. Preferiamo vivere nell’ignoranza dell’animale, che gode esclusivamente delle ghiande quotidiane. Ma forse un giorno, come il tacchino di Russell, ci accorgeremo che colui al quale guardavamo con riconoscenza, quando ogni mattina veniva a portarci da mangiare, è lo stesso che ci ammazzerà per festeggiare il giorno del ringraziamento. Ma sarà troppo tardi.

In queste domeniche stiamo leggendo il discorso apocalittico di Gesù nel Vangelo di Marco (è il capitolo 13). Apocalisse non vuol dire astronavi che invadano la terra, ma tempo di rivelazione, tempo in cui si scopre, appunto, il senso delle cose.

Per capire se sono sulla strada giusta occorre individuare il punto di arrivo. Il luogo in cui mi trovo acquista significato solo in relazione alla meta che desidero raggiungere.

L’apocalisse parte sempre dalla meta: verso dove sto camminando? La meta, la fine e il fine, è anche ciò che dà senso al luogo in cui mi trovo adesso, al mio presente, è la ragione per cui sono qui. Senza apocalisse il nostro tempo è costretto negli angusti limiti di un sacco di biada! Come il mulo che è concentrato sul suo cibo, ma non guarda oltre.

Gesù è appena uscito dal Tempio, quel Tempio nel quale sa che non tornerà più. Nel suo orizzonte c’è la croce. Qualcuno indica a Gesù le belle pietre del Tempio (il sacco di biada e il cibo del tacchino). Ma Gesù guarda oltre. E vede un mucchio di macerie: che cosa è destinato a rimanere nella tua vita, nella vita di questo paese? Che cos’è che conta e che vale la pena conservare? Alza lo sguardo dalla ciotola del pane, perché è l’orizzonte che ti dice dove sei e che dà senso al tuo presente. È il desiderio di ciò che vuoi diventare che dà senso a quello che fai oggi.

In questa prospettiva, Gesù coglie l’occasione per il rileggere il presente della sua comunità.

È un tempo di seduttori (cf Vangelo di domenica scorsa, Mc 12,38-44): bisogna fare attenzione a chi si nasconde dietro un’immagine di perfezione, chi pretende di avere in mano la verità, chi vuole plagiare il comportamento dei più deboli.

È un tempo di persecuzione (Mc 13,5-13): è il tempo dell’incomprensione, del conflitto, ma questo per Gesù è anche il tempo dell’evangelizzazione, perché è il tempo in cui siamo chiamati a dare testimonianza, a dare prova della solidità della fede.

È un tempo di profanazione (Mc 13,14-18): un tempo dove le cose sacre sono maltrattate, dove quello che dovrebbe essere usato per dare lode a Dio viene usato per offenderlo.

È il tempo dello smarrimento (Mc 13,21-23): il tempo dell’angoscia in cui non sai da che parte andare, il tempo della falsità, dove i lupi si travestono da agnelli e si propongono come guide del gregge.

È anche il tempo del crollo (Mc 24-25): persino il sole e la luna non faranno più luce e le stelle cadranno. Quello che ritenevamo incrollabile, fermo, una sicurezza, tutto verrà meno. Vengono meno i punti di riferimento.

Ma è anche il tempo del fico (Mc 13,26-31): in questa oscurità, in questo disastro, c’è un fiore che sta germogliando, sebbene non sia neppure il suo tempo. È una speranza impercettibile, come lo sbocciare di un fiore. È quindi un tempo in cui vegliare, cercando di scoprire nella notte dove il fico sta mettendo germogli.

E alla fine ti rendi conto che questo non è solo il tempo di Gesù, questo è ogni tempo. Questi siamo noi. Il discorso apocalittico ci legge e ci fotografa in ogni istante della nostra esistenza. Giustamente il libro di Qoelet (1,9) dice:

Ciò che è stato sarà

e ciò che si è fatto si rifarà;

non c’è niente di nuovo sotto il sole.

Questo è ogni tempo: tempo di seduttori e di inganni, tempo di prova ma anche di testimonianza, tempo di sacrilegio e di scandalo, tempo in cui ci si sente persi, tempo in cui vengono meno i punti di riferimento, tempo però in cui cercare la speranza che germoglia, impercettibile!

Siamo sempre alla ricerca di novità e possiamo restare delusi o indifferenti davanti al ripetersi banale di un tempo sempre uguale, eppure ogni volta restiamo sorpresi dalla capacità di questo tempo di rivelarci drammaticamente ciò che siamo oggi.

Il cielo e la terra (ciò che segna il tempo) passano, ma la parola di Gesù rimane ad illuminare ogni tempo.

Leggersi dentro

  • Dove sei rispetto a ciò che desideri diventare?
  • Ritrovi nel discorso di Gesù le caratteristiche del tuo tempo?

Piccolo approfondimento sul tacchino di Russell

Un tacchino in un allevamento statunitense, decise di formarsi una visione del mondo scientificamente fondata.

«Fin dal primo giorno questo tacchino osservò che, nell’allevamento dove era stato portato, gli veniva dato il cibo alle 9 del mattino. E da buon induttivista non fu precipitoso nel trarre conclusioni dalle sue osservazioni e ne eseguì altre in una vasta gamma di circostanze: di mercoledì e di giovedì, nei giorni caldi e nei giorni freddi, sia che piovesse sia che splendesse il sole. Così arricchiva ogni giorno il suo elenco di una proposizione osservativa in condizioni più disparate. Finché la sua coscienza induttivista non fu soddisfatta ed elaborò un’inferenza induttiva come questa: “Mi danno il cibo alle 9 del mattino”. Purtroppo, però, questa concezione si rivelò incontestabilmente falsa alla vigilia di Natale, quando, invece di venir nutrito, fu sgozzato.»

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