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Selezionare gli embrioni non è reato. Quando l’eugenetica è di Stato

© Fred de Noyelle / Godong
Embrión humano de pocas semanas
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Lo dice una nuova sentenza della Corte Costituzionale

La sentenza della Consulta che permette di selezionare gli embrioni sani in caso di grave malattia trasmissibile geneticamente non è arrivata imprevista: sono anni che viene denunciata quella che si ritiene — ed effettivamente è — una contraddizione legislativa. Perché finora lo stesso feto malato che non si poteva eliminare a stadio embrionale poteva invece essere abortito secondo la legge 194.

Naturalmente, sarebbe stato possibile — e auspicabile — risolvere la contraddizione nel modo opposto, cioè eliminando la possibilità di effettuare il cosiddetto “aborto terapeutico”, che già dal nome rivela l’imbarazzo e la manipolazione: qui non si tratta di terapie per curare l’embrione malato, ma di eliminazione. Le definizioni hanno il potere di cambiare il segno morale di un’azione, e questa dicitura ha la pretesa di rendere non solo giustificabile, ma quasi encomiabile, questo tipo di aborto. Oggi la contraddizione è stata cancellata da una sentenza che permette l’eliminazione già in stadio embrionale, come al solito cercando di alleggerire la gravità di questo atto prevedendo che questa selezione si potrà effettuare solo nei casi di gravi malattie. Ma sappiamo già che, come è stato per la legge 194, si tratta di una severità facilmente aggirabile, anche solo invocando l’incapacità psicologica della madre di accettare il figlio imperfetto qualora la malattia non sia così grave in se stessa. Naturalmente, secondo il senso comune che si è formato in questi decenni, quella della Consulta sembra una saggia decisione. Perché procreare figli malati? Non è meglio eliminare l’occasione di sofferenza per noi e per loro? Non è meglio selezionare l’embrione invece di sottoporre madre e feto alla violenza dell’aborto? Non è facile opporsi a questa interpretazione, e riportare tutte queste azioni, volte apparentemente a eliminare della sofferenza, alla loro vera natura di selezione eugenetica, alla loro appartenenza a quella che Papa Francesco denuncia come cultura dello scarto, finalizzata a negare ogni possibilità di vita a chi è imperfetto.

Chi si oppone sembra cattivo, insensibile alla sofferenza degli altri, incapace di comprendere le possibilità di felicità che ci vengono offerte dalle nuove scoperte tecno-scientifiche. Senza dubbio in situazioni come queste ci troviamo davanti a uno degli inganni più sottili della cultura contemporanea, a una confusione palese in cui il bene viene invocato a copertura del male. Non è facile far capire che anche gli esseri imperfetti hanno diritto di vivere, che anche loro possono essere felici, e così le loro famiglie, magari anche più di chi ha figli in perfetta salute. Per questo sono essenziali le testimonianze concrete di chi vive questa situazione, così come le dichiarazioni delle associazioni delle persone con disabilità, che ripetono instancabilmente che preferiscono essere nati piuttosto che scartati. Ma in realtà per capire che queste pratiche di rifiuto sono profondamente sbagliate bisogna cambiare la classifica delle rilevanze, rivedere profondamente le priorità delle nostre vite.

La sentenza della Consulta, quindi, ci chiama a un esame di coscienza profondo, a una revisione completa. Solo così potrà essere compreso l’orrore di una società che, legalmente, toglie ogni possibilità di vita ai più deboli, agli imperfetti.

 

QUI L’ORIGINALE

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