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La svolta di Papa Francesco a Firenze?

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Cosa cambia per la Chiesa italiana dopo le parole importantissime di Bergoglio al Convegno Ecclesiale “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”

Le parole del Papa ieri a Firenze hanno provocato una onda lunga sui giornali che si spera si irradierà in tutta la Chiesa attraverso il lavoro pastorale di vescovi, parroci ed educatori. Cerchiamo di darne la migliore lettura possibile attraverso la sintesi giornalistiche di diverse testate e diversi analisti.

Una sintesi del pensiero del Papa può essere racchiusa tra l’attacco di Serena Sartini sul Giornale:

Bergoglio chiede alla Conferenza episcopale italiana un cambiamento di rotta: vuole una chiesa umile, non narcisista né autoreferenziale, e soprattutto non ossessionata dal potere. Discorso programmatico quello di Bergoglio ai vescovi: «Che Dio protegga la chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro» E mentre il Vikileaks imperversa, a dire la sua sulla scandalo pensa il segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin: «Ci sono resistenze ma il Papa vuole cambiare. Basta attacchi isterici, c’è un’atmosfera pesante». (Il Giornale, 11 novembre).

E un paragrafo di Andrea Tornielli su Vatican Insider che sottolinea un passaggio essenziale dell’intervento di Francesco:

Nel tracciare il cammino, Francesco suggerisce a tutti di guardare al «cristianesimo generico» del popolo di Dio, anche dove è un piccolo gregge un po’ sgangherato, piuttosto che puntare sui movimenti organizzati, sulle élite d’assalto, sui progetti che credono di influenzare il pensiero di massa attraverso le «battaglie culturali».

Ma la vera notizia, questa volta, sta nelle ultime righe del testo papale. Francesco, dopo aver ripetuto che non sta a lui tracciare il nuovo percorso della Chiesa italiana («Spetta a voi decidere») ha fatto un’unica richiesta: «In ogni comunità, in ogni parrocchia, in ogni diocesi, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento dell’Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni». Ora, quella esortazione, vero documento programmatico del pontificato, è stata pubblicata già due anni fa. Se il Pontefice invita a riprendere in mano quel testo evidentemente ritiene che la Chiesa italiana non l’abbia fatto o non l’abbia fatto abbastanza (Vatican Insider, 11 novembre).

La tentazione del potere si mitiga con la responsabilizzazione dell’episcopato italiano al quale il pontefice chiede di fare una cosa soltanto: essere pastori e di ripartire da due cose. Stare insieme come chiesa, nella sinodalità, dicendosi le cose con libertà e parresia e leggere, studiare, pregare insieme il documento chiave del pontificato di Francesco, un documento di due anni fa che – evidentemente – nella percezione del Papa è ancora troppo poco conosciuto e ancor meno meditato dalla Chiesa italiana.

Da qui in avanti le ricostruzioni, e le analisi con Paolo Rodari, vaticanista de La Repubblica che la dice senza mezze misure:

La Chiesa italiana per decenni intesa come «forza trainante » della società è chiamata a cambiare pelle. Francesco l’ha detto ieri a Firenze: l’unica «forza trainante» è il Vangelo. Un’indicazione semplice e insieme esigente, che pur senza alcun processo al passato chiude di fatto quella lunga stagione che ha visto come protagonista assoluto il cardinale Camillo Ruini, la stagione wojtylianratzingeriana che prese avvio nel 1985 al Convegno ecclesiale di Loreto e che trovò una sua conferma a Palermo nel 1995 e poi nel 2006 a Verona. La svolta, nell’85, fu un invito deciso ai cattolici italiani a riprendere «un ruolo guida nella società», col conseguente lancio del «progetto culturale cristianamente orientato» in un’Italia dove, declinante la Democrazia cristiana, i vescovi assumevano un ruolo da protagonisti. Sono stati anni di collateralismo con la politica, e in particolare con il centro-destra di Silvio Berlusconi, e di protagonismo sulla scena pubblica con battaglie sui «valori non negoziabili» sfociate in lotte sulla bioetica e sulla famiglia, con una piazza che ebbe il suo apogeo nel Family Day del 2007 con tanto di movimenti ecclesiali schierati in prima fila. Beninteso, quest’idea di Chiesa è stata dismessa non da ieri: già da prima dell’avvento di Bergoglio al soglio di Pietro il cardinale Angelo Bagnasco ha tracciato una strada diversa, una Chiesa meno barricata sulla difensiva, meno battagliera e più spirituale. Ma è evidente che è con ieri che una lunga stagione ha una sua fine. Il Papa ha invitato la Chiesa italiana a intraprendere un percorso diverso, non ossessionato dal potere, segno di una Chiesa semplice e che sa assumere i sentimenti di Gesù. Enrico Galavotti, storico del cristianesimo a Chieti, fresco autore di “Il pane e la pace. L’episcopato di Loris Capovilla in terra d’Abruzzo” (Textus), dice: «Francesco ha sancito la fine del paradigma di Loreto. Non ricercare più posizioni di potere significa dismettere una strategia, svolta attraverso i movimenti ecclesiali, di pressioni sui partiti e sui referenti politici. Certo, non è ancora chiaro come questa nuova strada verrà modulata. Francesco credo auspichi siano i vescovi, e non lui, a trovare una loro applicazione pratica. Come a dire: prendetevi le vostre responsabilità e fatelo collegialmente. In ogni caso non è finita tanto la persona di Ruini, quanto un modo di gestire la conferenza episcopale, un uomo solo al comando a dettare una linea a cui tutti devono adeguarsi» (Repubblica, 11 novembre)

Viene riconosciuto un po’ da tutti il carattere di svolta da parte di Francesco, soprattutto in termini di linguaggio. Come spiega Maurizio Crippa sul Foglio:

Il discorso di Bergoglio alla chiesa italiana non è stato soltanto un indirizzo pastorale, o un puro richiamo evangelico. Segna una svolta di linguaggio – diretto, passabilmente semplice e deculturalizzante. Il tema del raduno, “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”, in passato avrebbe invitato ad altri, alti, sviluppi. Lui invece: “Non capiremo nulla dell’umanesimo cristiano e le nostre parole saranno belle, colte, raffinate, ma non saranno parole di fede”.

Il suo giudizio sulla chiesa italiana, e quel che ne consegue in termini di svolta, emerge nell’uso di due parole piuttosto desuete, ma assai connotate nel dibattito ecclesiale e molto care a Papa Francesco, che le ha già usate in passato. Si tratta di due “tentazioni”, le ha chiamate così. La prima tentazione è quella “pelagiana”, che “spinge la chiesa a non essere umile, disinteressata e beata. E lo fa con l’apparenza di un bene. Il pelagianesimo ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte. Spesso ci porta pure ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività. La norma dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore”. La seconda tentazione è lo gnosticismo. Inteso come un “confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello. Lo gnosticismo è “una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti”. Progetto e intellettualismo religioso sono due idee di chiesa che proprio Bergoglio non approva (Il Foglio)

Fa sorridere per il paragone, ma è interessante la scelta, vuoi per la sede, vuoi la “irregolarità” dei due personaggi al confronto, è interessante come Piero Schiavazzi sull’Huffington Post definisca il discorso di Francesco, la sua “Leopolda”, evocando così un parallelo con l’altro rottamatore, Matteo Renzi, che appunto dalla (dalle a breve la quinta) stazione Lepolda di Firenze ha lanciato le sue parole d’ordine per il nuovo corso tanto del Paese quanto del suo partito. Ognuno faccia il proprio bilancio su chi sia più “rottamatore” tra i due, se il Papa o il Premier…

Per la Chiesa l’orologio di Santa Maria del Fiore segna l’ora del ritorno al futuro e pone fine alla guerra dei trent’anni, quando al convegno di Loreto l’episcopato varò un programma di riarmo strategico e organizzò la CEI alla stregua di una corazzata. Un bastimento inaffondabile quanto inadattabile, ideato per resistere alle bordate del relativismo, ma inidoneo a sbarcare sui lidi del nemico e a bombardarne le retrovie con il seme del dubbio: “La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: si chiama Gesù Cristo”, ha chiosato il Papa.

Ci voleva un figlio di emigranti per convincere la curia che l’Italia non rappresenta l’ultima spiaggia del cattolicesimo: l’estremo ridotto contro le legislazioni secolarizzate, enfatizzando i risultati elettorali e congressuali dei partiti nostrani come se da essi, grottescamente, dipendessero le sorti della nuova evangelizzazione (Huffington Post, 10 novembre)

Non mancano accoglienze ecclesiali entusiaste come quella di Gigi De Palo, attivissimo nel laicato cattolico romano e non solo, accoglie così le parole di Francesco affidando il suo pensiero a Radio Vaticana spiegando:

Che non si potrà mai più tornare indietro, nel senso che è stato un momento storico. La cosa particolare è che finalmente – dopo tanti convegni, in cui si fanno tante analisi – una parola di sintesi, una parola che lancia il cuore oltre l’ostacolo, che dà delle indicazioni e che dice alla fine una cosa: non dobbiamo avere paura. Non c’è niente da difendere, c’è solo da proporre bellezza al mondo, dare concretezza alle cose che facciamo quotidianamente, raccontarle, raccontarle bene, con una chiarezza di fondo, che è Gesù Cristo. Punto! Il resto è astrazione…” (Radio Vaticana, 10 novembre)

oppure quella di Don Andrea Lonardo che spiega come il Papa inviti la chiesa italiana a superare una intera stagione riportando al centro del discorso ecclesiale il popolo così com’è, non come vorremmo che fosse, restituendo dignità a tutte le sue espressioni senza più elitismo:

Papa Francesco spiazza così teologi, catecheti e pastoralisti, giornalisti e intellettuali, di destra e di sinistra – se queste espressioni avessero un senso.

Perché chiede di abbandonare tutti i clichés costruiti da decenni. Sono decenni che gli intellettuali di ogni parte e partito hanno cercato di convincere il mondo che bisognava occuparsi delle élites – fossero esse aristocratiche o popolari, retrograde o avanguardiste -, che bisognava occuparsi di coloro che sono lontani dalla religiosità popolare, di coloro che sono “adulti nella fede” o disposti a diventare tali, di coloro che sono disposti a fare cammini peculiari di gruppo, di comunità, di piccole équipes, di coloro che conoscono la Scrittura o la liturgia o il pensiero filosofico o politico.

Un cristianesimo “popolare”, fatto dalla gente comune e non solo dagli intellettuali, perché invece gli estremi si toccano e si assomigliano. C’è chi chiede più impegno nella gestione delle sottane e delle rubriche della liturgia e c’è chi chiede più impegno nell’elaborazione di complessi laboratori per il coinvolgimento di piccoli gruppi di genitori dediti al servizio. Ma così facendo entrambi trascurano il popolo di Dio così com’è, la gente che non sarà interessata né a curiosità liturgiche, né a complessi itinerari di formazione cristiana, la gente che semplicemente vive, mangia, dorme ed educa i suoi figli.

E prosegue:

Papa Francesco ci invita ad un cristianesimo popolare. Dove ha dignità una mamma che chiede il Battesimo per suo figlio, dove ha dignità il suo bambino al punto che viene abbracciato e baciato dal papa, dove ha dignità un anziano che con la sua vita è memoria del passato, dove ha dignità un uomo che si reca in chiesa a dire una preghiera, dove ha dignità una vecchietta che prega con il rosario, dove ha dignità un giovane che scopre il valore dell’elemosina e del servizio, dove hanno dignità i genitori che chiedono che i loro figli siano aiutati a ricevere più consapevolmente la prima Comunione anche se nemmeno sanno bene cosa chiedono, dove ha dignità un immigrato che vive una fede popolare e che non la deve perdere per non perdere con essa tutto, dove ha dignità un insegnante che perde la sua vita ad insegnare la meravigliosa tradizione italiana ai suoi alunni, dove ha dignità un adulto che è tale perché ha generato dei figli e perde il suo tempo perché essi riescano a maturare.

E’ una chiesa di popolo, per i sofferenti, gli esclusi, sinodale e materna nei modi, non contigua al potere e ai potenti, spirituale e operosa quella che il Papa delinea, ciascuno tracci il suo bilancio.

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