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Squarci di Chiesa reale a Firenze

Giacomo Galeazzi - Vatican Insider - pubblicato il 10/11/15

Nel duomo le testimonianze di un prete ex profugo e clochard, due separati e poi sposati e una ragazza non battezzata da piccola

Descrivono al Papa una quotidianità ferita, salvata dalla fede. Pierluigi e Gabriella Proietti arrivano dal Centro di formazione e pastorale familiare Betania di Roma. «Ci siamo conosciuti nel 1992, subito dopo il crollo definitivo dei precedenti rispettivi matrimoni durati circa 10 anni – racconta Pierluigi – Io ho un figlio 33enne nato dal primo matrimonio, che ora è sposato e ha due bambine; mentre Gabriella ha una figlia 34enne». Due matrimoni nati e vissuti senza consapevolezza del sacramento, senza maturità e domande di senso. Matrimoni finiti, vivendone la crisi in solitudine e senza sostegni. «Dopo il terremoto della separazione, eravamo entrambi alla ricerca di un orientamento e di un fondamento di senso per la nostra vita e di modi per alleviare le sofferenze dei nostri figli», spiega Pierluigi.

La moglie Gabriella racconta che «una coppia di sposi, si è fatta vicina, ha versato sulle nostre ferite il balsamo dell’accoglienza e poi ci ha “consegnato” alla Chiesa, la locanda dell’umanità ferita, perché ci curasse».

In questo sofferto periodo, precisa il marito, «ci siamo incontrati. Entrambi abbiamo deciso di fidarci di una Chiesa che, come madre sapiente, dopo averci accolto e consolato, ci ha istruito sul da farsi, fino ad accompagnarci nel vagliare la eventuale nullità dei nostri precedenti matrimoni». Puntualizza Gabriella: «Le cause di nullità, vissute con l’obiettivo di conoscere quale fosse la volontà di Dio per noi, sono state una dolorosa opportunità per rivisitare le motivazioni che ci avevano spinto a contrarre i nostri precedenti legami matrimoniali. Dopo otto anni, entrambe le “difficili” cause di nullità si sono concluse con una sentenza affermativa».

Pierluigi sottolinea che «nel 2000, quando i figli erano ormai maggiorenni, ci siamo sposati con matrimonio concordatario: il nostro è stato però un ricominciare da quattro e non da due. Il nuovo percorso di vita matrimoniale, infatti, si presentava in salita per le conseguenze del precedente fallimento, sia sulla fiducia nella vita di coppia, sia sulla crescita sana dei nostri figli».

Francesca Masserelli, invece, abita in un piccolo paese ai piedi delle Valli di Lanzo nella provincia di Torino. «Il mio percorso di catecumenato è iniziato tre anni fa – evidenzia – La decisione di diventare cristiana cattolica è maturata nel tempo ed è stata il compimento di un lungo percorso. Fin da piccola ho sempre desiderato incontrare Gesù anche se i miei genitori presero la decisione di non battezzarmi (volendo lasciare a me la scelta)».

Questa particolarità «ha reso ancora più consapevole il mio cammino che ha avuto la fortuna di essere condiviso con tante persone a cui devo molto in quanto ognuna di loro mi ha lasciato un piccolo insegnamento, una piccola “pillola di fede”, un sorriso, un sostegno». Francesca ringrazia la sua famiglia per «avermi aiutato a essere la persona che sono oggi» e Gesù che «non mi ha mai lasciato sola anche nei momenti più bui e profondi». In questo ultimo anno, rievoca, «ho dovuto affrontare diverse difficoltà: dapprima con la malattia di mio papà ci siamo sentiti tutti malati e infine con la sua morte è come se fossimo morti tutti, annegati in un “oceano-mare di lacrime”: il dolore è stato forte e la tristezza immensa, in alcuni momenti inconsolabile».

E osserva: «Sono fortunata di aver ricevuto i sacramenti, insieme alla mia bambina, nella Pasqua del 2015 perché è stato per noi come rinascere “a nuova vita”, diventare cristiani è una gioia, ma anche un impegno che comporta fatica, un cammino continuo che non ha fine e troverà pace solamente il giorno in cui potremo vedere il volto di Gesù».

«Spero davvero con tutto il cuore di meritare questo dono che ha avuto in serbo per me il Signore e di essere sempre accompagnata nei pensieri e negli atti dallo Spirito Santo, consolatore perfetto, datore di doni. Inoltre voglio ringraziare la Vergine Maria che da mamma ha sempre vegliato sulla mia piccola bambina, dono del Signore».

Bledar Xhuli prende poi la parola – poco dopo nel suo discorso il Papa lo definirà «il giovanissimo sacerdote accolto da ragazzo da un sacerdote». Nato in Albania in una famiglia atea, «dopo il crollo della dittatura i miei genitori, che lavoravano per lo stato, hanno perso il lavoro, non c’era prospettiva per il futuro», ricorda.

Nel 1993, a 16 anni, «ho  deciso di partire per lavorare in Italia, per realizzare un sogno e poi tornare in Albania: con un passaporto falso attraversai l’Adriatico su una nave pensando di trovare facilmente un lavoro e una casa, ma presto scoprii che così non era». Il fatto di essere clandestino e minorenne «non migliorava la situazione». Girando per varie città d’Italia «dormivo all’aperto nelle stazioni ferroviarie». Poi, spiega, «mi fermai a Firenze dove un compaesano mi disse che c’era la possibilità di mangiare e dormire gratis: infatti dormivamo sotto un ponte lungo il Mugnone e mangiavamo alla mensa della Caritas, giravo tutto il giorno per cercare lavoro, ma senza documenti era impossibile, suonavo nelle chiese per chiedere l’elemosina e un aiuto». La notte spesso «non riuscivo a dormire per il freddo e l’umido, ma anche perché mi trovavo in una situazione peggiore di prima: e non potevo tornare indietro a causa dei tanti soldi presi in prestito per l’attraversata».

Di nascosto dagli altri, «la notte piangevo e gridavo la mia disperazione. Dio ascoltò la voce di un disperato».

Un giorno, il 2 dicembre 1993, bussò alla chiesa di san Gervasio, non per chiedere l’elemosina, ma per ritirare una lettera. Il prete, don Giancarlo Setti «cominciò a chiedermi chi fossi e cosa facevo, mi fece entrare e abitare nella sua casa, come un figlio non per un giorno o un mese, ma per quasi dieci anni fino al 2002 anno in cui morì, in seguito a una grave malattia». Una generosità e accoglienza che «mi hanno sconvolto e mi fece capire una grande verità: ero clandestino, non ero un delinquente». È stato il «primo incontro con Cristo sebbene non ne fossi consapevole».

La notte della Pasqua del 1994 «ricevetti il battesimo, la cresima e la comunione secondo il rito degli adulti». Quindi «sono entrato nel Seminario diocesano, dove ho vissuto sette anni meravigliosi di preghiera, studio e fraternità. Dall’11 aprile 2010 sono sacerdote della chiesa di Firenze».

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