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4 modi per fraintendere un papa e un pontificato

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Fr. Lawrence Lew, OP-CC

Tom Hoopes - pubblicato il 10/11/15

Attribuendo i doni specifici di un papa al pontificato, ci prepariamo ad essere delusi

Oggi è uno dei miei giorni preferiti nel calendario della Chiesa. È la festa della dedicazione della basilica di San Giovanni in Laterano – la chiesa che funge da cattedrale del papa.

Insieme alla festa che celebriamo a febbraio, quella della Cattedra di San Pietro, questo giorno serve per correggere i nostri fraintendimenti sul papato.

In primo luogo, la maggior parte delle persone pensa al papa come a una celebrità.

Molti ammirano il papa come ammirano gli attori: amano ciò che fanno senza sentirsi minimamente legati ai loro principi.

La gente amava così Giovanni Paolo II, ignorando ad esempio i suoi insegnamenti sulla contraccezione o sull’ordinazione femminile. Molti amano papa Francesco ma scelgono tra tutte le cose che dice quelle che risultano loro più gradite.

I sondaggi sembrano suggerire che la maggior parte dei cattolici si comporta così.

Un corollario del papa-celebrità è il papa-brontolone.

Per le persone che hanno una visione ideologica del mondo, la celebrità del papa perde il suo fascino.

Molti commentatori illuminati consideravano papa Giovanni Paolo II un piantagrane accattivante, che affascinava i cuori delle masse minacciando allo stesso tempo il progresso liberale. Commentatori come Rush Limbaugh provano lo stesso per papa Francesco, pensando però che minacci il progresso conservatore.

Sono entrambi errori di persone che modellano la propria vita in base a qualcosa piuttosto che alla nostra fede cristiana.

I cattolici che mettono la fede al centro della propria vita dovrebbero servire a correggerli, ma spesso non facciamo altro che peggiorare le cose.

Alcuni di noi fanno del papa un supereroe.

A volte i cattolici possono vedere il papa come una sorta di incarnazione dello Spirito Santo che scrive sempre dritto anche quando le righe sembrano curve. Tutto ciò che dice era la cosa giusta da dire; tutto ciò che fa era la cosa giusta da fare. Il nostro compito è trovare un modo per spiegarlo – o per giustificarlo.

Gli ultimi due pontificati hanno incoraggiato senza volerlo questo modo di pensare: San Giovanni Paolo il Grande era una figura dal profondo intelletto e dalla grande capacità conservatrice, il papa emerito Benedetto un teologo geniale.

Come ha sottolineato Ross Douthat nella sua recente lettura di Erasmo per First Things, alcuni di noi della “generazione Giovanni Paolo II” hanno iniziato a citare il papa come se avesse sempre ragione.

È emerso chiaramente fin dalla sua prima omelia che non potevamo fare lo stesso con papa Francesco.

Ricordo di essere rimasto scioccato quando l’ho sentita. “Quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del diavolo”, ha detto.

Sono andato alla sezione teologia del Benedictine College e ho chiesto: “Aspettate, il Romano Pontefice ha appena detto che tutti i non cristiani adorano il diavolo?”

Come risposta, ho sentito una cosa che mi sarebbe stata ripetuta parecchio nei giorni a seguire: “No, non intendeva questo. Devi interpretare le sue affermazioni in base al contesto, e non puoi applicarle ovunque”.

Per alcuni di noi è più facile farlo che per altri. Attribuendo i doni particolari di Giovanni Paolo e Benedetto al pontificato stesso, ci eravamo preparati a una caduta.

Sentire osservazioni iperboliche, incomplete o imprecise da parte di un papa potrebbe mettere alla prova la nostra pazienza, ma per alcuni (troppi) scuote la fede.

Il papa come signore supremo

Un derivato del papa-supereroe è il papa come signore supremo. Questo è il papa dell’anticattolicesimo, il misterioso uomo nero apocalittico che vuole la dominazione del mondo attraverso il controllo del pensiero.


A volte, però, i cattolici amano pensare a lui anche in questo senso.

“L’interpretazione autentica di tale deposito [di fede] compete al solo Magistero vivente della Chiesa, e cioè al Successore di Pietro, il Vescovo di Roma, e ai Vescovi in comunione con lui”, afferma il Compendio del Catechismo.

Il papa è la pietra che Gesù ha detto che sarebbe stato, la base della difesa della fede.

Il suo compito, però, non è quello di imporre la verità ai cattolici (e, laddove possibile, al resto del mondo) – è un potere negativo, una protezione dall’errore.

La questione dei divorziati risposati senza una nullità matrimoniale ne è un perfetto esempio.

Considerando la questione da una certa prospettiva, papa Francesco stava cercando di cambiare l’insegnamento della Chiesa manipolando il processo sinodale e (finora) ha fallito. Vista da un altro punto di vista, stava facendo emergere una questione fondamentale fraintesa nella nostra epoca, e in modo tale che il Sinodo l’avrebbe testata pubblicamente e avrebbe imparato a professarla con più forza.

In ogni caso, sta agendo come papa, non come signore, e il carisma negativo del pontificato sta lavorando – non come organizzazione dominata da un uomo forte, ma come una Chiesa guidata dalla grazia.

Il che ci riporta alla festa di oggi.

Celebrando la basilica del papa anziché la sua personalità, e poi sottolineando la questione concentrandosi sulla sua cattedra, la Chiesa sta dicendo forte e chiaro che il papato è un officio, non un uomo.

La Chiesa non è stata costruita sui doni specifici di Simone, figlio di Giona; è stata costruita su Pietro, la roccia che Cristo ha creato, nominato e affermato.

Pietro non era un manager o un teologo di spicco. Il motto teologico di Pietro il teologo è “negativo”: “Signore, da chi andremo?”

Il papa non è il padrone della Chiesa – Gesù lo è. È in Lui che riponiamo la nostra fiducia, ed è in Lui che confidiamo.

Come ha detto papa Francesco al termine del Sinodo, “la Chiesa è di Cristo – è la Sua Sposa – e tutti i vescovi, in comunione con il Successore di Pietro, hanno il compito e il dovere di custodirla e di servirla, non come padroni ma come servitori”. Amen.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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