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Nostra Aetate, un’alleanza mai revocata…per non cadere in “forme malate di religione”

Flickr/Mark Vegas/CC
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Intervista al prof. Achim Buckenmaier, docente presso la Pontificia Università Lateranense

Il Concilio Vaticano II ha segnato una svolta nei rapporti tra la Chiesa cattolica e la comunità ebraica, che va ben al di là delle pagine dedicate al popolo ebraico nel corpus dei documenti conciliari. Da questo punto di vista, la dichiarazione Nostra Aetate – che tratta anche delle religioni orientali, dell’islam e della fraternità universale in una forma positiva cercando di cogliere gli elementi in grado di porre le basi per il superamento di una lunga stagione di diffidenza e scarsa conoscenza reciproca – costituisce uno dei testi fondamentali per il suo contenuto e la sua recezione.

Nostra Aetate ha infatti spalancato nuove prospettive alla Chiesa cattolica nella riflessione e nella testimonianza dell’importanza del dialogo, fondato sull’accoglienza dell’altro, la conoscenza dell’altro, la condivisione dei “doni” dell’altro. Una riscoperta dei comuni valori biblici che è servita anche per una migliore comprensione della chiamata al dialogo ecumentico dei cristiani, come dimostra la Giornata nazionale per l’approfondimento della conoscenza del popolo ebraico, che dal 1990 si celebra il 17 gennaio proprio alla vigilia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

A 50 anni dalla pubblicazione di questa dichiarazione, la Pontificia Università Lateranense (PUL) ha organizzato una giornata di studio dal titolo: “Un’alleanza mai revocata. Nostra aetate, il lungo cammino dal Lateranense IV al Vaticano II”? Per saperne di più, abbiamo parlato con il prof. Achim Buckenmaier, che dal 2010 è direttore della Cattedra per la Teologia del Popolo di Dio presso la PUL.

Mi può illustrare a grandi linee il tema che fa da sfondo al convegno: quali sono i punti di rottura e quali quelli di continuità? Come interpretare, ad esempio, i 4 decreti riguardanti gli ebrei emessi in occasione del Concilio Lateranense IV?

Il Concilio Lateranense IV, celebrato esattamente 800 anni fa, aveva ben compreso la necessità della riforma della Chiesa e per questo ha avuto una grande portata. Però, ha anche decretato misure contro gli ebrei, e anche contro i musulmani, che oggi riteniamo discriminanti. I 4 decreti riguardanti gli ebrei hanno prescritto certi abiti come segno distintivo, insieme con il divieto di occupare certi incarichi pubblici. Per molti secoli questi decreti hanno avuto conseguenze disastrose.

Cinquant’anni fa la dichiarazione Nostra aetate segnò un voltafaccia completo da parte della Chiesa cattolica. Al Convegno si esamina questo lungo cammino trascorso. L’allora ambasciatore dello Stato d’Israele, Mordechay Lewy, uno storico, seguirà gli avvenimenti decisivi su questo cammino confrontando per esempio gli atteggiamenti divergenti a proposito degli ebrei da parte dei due papi Innocenzo III e Giovanni XXIII. Il biblista prof. Michael Maier della Pontificia Università Gregoriana approfondirà la visione biblica dell’insieme tra Israele e la Chiesa. Mentre io aggiungerò osservazioni teologiche per una futura e più fertile relazione ebraico-cristiana.

La Nostra Aetate ha in qualche modo abbandonato quella cultura di pregiudizi, disprezzo e indifferenza nei confronti degli ebrei, che si era alimentata per secoli dell’accusa di “deicidio”. Al giorno d’oggi la Chiesa non si impegna più per la conversione degli ebrei. Possiamo, tuttavia, dire che per due millenni la Chiesa ha sbagliato a pregare e ad impegnarsi nella loro conversione? Mi tornano alla memoria, per esempio, le catechesi che gli ebrei chiusi dentro il ghetto di Roma, voluto da papa Paolo IV, erano costretti ad ascoltare settimanalmente.

Condurre gli uomini alla fede costringendoli è certamente uno sbaglio fatale. Già San Tommaso d’Aquino lo ribadì citando Sant’Agostino: “Credere non potest nisi volens” (non si può credere se non volendo). Su questo oggi siamo tutti d’accordo, ma vediamo che per molti secoli la Chiesa ha spesso dimenticato la saggezza dei suoi teologi. La nuova base comune davvero è Nostrae aetate che ha dichiarato che “la Chiesa […] deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque”. Spesso gli impegni per la loro conversione forzata facevano parte di queste manifestazioni.

A proposito della parola “conversione” possiamo attenerci a ciò che papa Benedetto XVI ha detto sul cammino di San Paolo, in particolar modo sul suo incontro con Cristo davanti alle porte di Damasco: “In questo momento non ha perso quanto c’era di bene e di vero nella sua vita, nella sua eredità, ma ha capito in modo nuovo la saggezza, la verità, la profondità della legge e dei profeti, se n’è riappropriato in modo nuovo” (dal discorso nella udienza del 3 settembre 2008). In questo senso, “conversione” è qualcosa di cui noi tutti abbiamo bisogno.

E’ stato proprio san Paolo ad esporlo nella lettera ai Romani che la vita dei Cristiani doveva essere così attraente da rendere gli ebrei “gelosi” (Rom 11,11). Forse questa idea ci sembra un po’ strana oggi, ma ci segnala una cosa molto importante: nel senso di “riappropriarsi in modo nuovo della nostra eredità”. Siamo soprattutto noi cristiani a doverci “convertire”: alla saggezza della Torah che trasforma tutti gli ambienti della vita personale e sociale, alla comprensione profonda di tutta la storia della salvezza, alla chiamata a essere un popolo di Dio insieme con Israele.

A proposito degli avvenimenti dolorosi come quelle catechesi forzate di allora nel Ghetto di Roma, sarebbe un buon segno da parte nostra ricordare e anche visitare i diversi luoghi dell’antigiudaismo cristiano che sono esistiti fino ad oggi. Pensiamo a quella chiesa vicino al Ghetto di Roma con l’iscrizione umiliante o a certi quadri della tradizione cristiana. Esistono, per esempio, rappresentazioni della lapidazione di santo Stefano in cui si vedono i suoi assassini, cioè gli “ebrei cattivi” con il segno distintivo, il capello degli ebrei, mentre gli “ebrei buoni”, come lo stesso santo Stefano, senza questo segno distintivo. Tuttavia, la verità è che all’inizio la Chiesa primitiva di Gerusalemme era costituita unicamente da ebrei che “frequentavano ogni giorno il Tempio” (Atti 2,46). Perciò il quadro dell’invito al Convegno mostra una rappresentazione medievale molto rara: Gesù e i due discepoli di Emmaus proprio con questo segno distintivo, il cappello degli ebrei.

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Nella prefazione di Benedetto XVI a un volume di suoi scritti concernenti il Concilio Vaticano II pubblicato dall’Institut Papst Benedikt XVI, parlando della Nostra Aetate, il papa emerito ha affermato che “nel processo di ricezione attiva [del documento stesso] è via via emersa anche una debolezza di questo testo di per sé straordinario:  esso parla della religione solo in modo positivo e ignora le forme malate e disturbate di religione, che dal punto di vista storico e teologico hanno un’ampia portata”. Cosa ne pensa, è d’accordo? Crede che sia visibile ancora di più oggi con il dilagare dei diversi “fondamentalismi”? 

Il papa emerito Benedetto XVI era molto commosso da questo tema che ha spesso riflettuto dalla prospettiva del rapporto tra “fede e ragione”. La ragione ha bisogno della fede per capire i propri limiti e per raggiungere tutte le profondità dell’esistenza umana, ma la fede ha anche bisogno della ragione per essere chiarita e purificata. Si può intendere il cammino di Israele anche come un cammino della purificazione della religione. Se il cristianesimo non conosce questo cammino di Israele, anzi lo calunnia, corre il rischio di ricadere nelle “forme malate e disturbate di religione”. Lo studio della storia di Israele è un grande aiuto soprattutto per la Chiesa stessa. Israele aveva scoperto questo: né i sentimenti umani come l’amore, l’odio, la paura ecc. né avvenimenti della natura o della storia umana come la guerra, i terremoti ecc. sono divini, ma soltanto Dio stesso lo è. Questo porta l’uomo a una nuova responsabilità.

Perciò un Convegno come questo del 9 novembre non è soltanto una occasione per avere un colloquio con l’ebraismo, ma anche per capire in modo più profondo l’intenzione di Gesù stesso: “Non dovete pensare che io sia venuto ad abolire la legge di Mosè e l’insegnamento dei profeti” (Mt 5, 17). Per realizzarlo, anzi per vivere questa “alleanza mai revocata”, si deve conoscere il cammino che Dio ha percorso con i nostri fratelli ebrei, 800 anni dopo il Lateranense IV e cinquant’anni dopo il Vaticano II con Nostra aetate.

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