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L’Inps da Papa Francesco

Radio Vaticana - pubblicato il 07/11/15

Il presidente dell'istituto, Tito Boeri: "stato sociale funzioni meglio"

L’Inps propone al governo un piano previdenziale per combattere la povertà: reddito minimo di 500 euro per chi ha più di 55 anni di età e prelievi dalle cosiddette “pensioni d’oro” e dai vitalizi per cariche elettive. In 16 punti, l’Inps propone una sostanziale riforma del sistema previdenziale e assistenziale, dal sostegno per gli over 55 al riordino delle prestazioni collegate al reddito, con il ricalcolo dei vitalizi. Inclusi gli interventi sull’uscita flessibile dal mondo del lavoro e le pensioni dei sindacalisti. Questo sabato, intanto, oltre 27 mila persone tra dirigenti e impiegati dell’Istituto nazionale di previdenza sociale (Inps) sono attesi in Piazza San Pietro, in udienza dal Papa. L’intervista di Luca Collodi il presidente dell’Istituto, Tito Boeri:

R. – Il Papa ha voluto porre al centro del suo messaggio evangelico il problema della povertà. Le persone che lavorano all’Inps hanno dedicato la loro vita all’aiuto, al sostegno delle persone che si trovano in condizione di difficoltà e al sostegno ai poveri. Noi vorremmo ancora di più che il nostro sistema di protezione sociale guardasse alle situazioni che sono in grave disagio economico, soprattutto dopo una crisi così lunga che ha aumentato in modo molto forte il numero dei poveri all’interno del nostro Paese. Sono aumentati di circa 4 milioni.

D. – Tra queste persone ci sono gli esodati, molti senza reddito…

R. – Le persone che hanno perso il lavoro dopo i 55 anni e che si trovano in condizioni di indigenza sono al centro delle nostre preoccupazioni.

D. – In una realtà dove la finanza sembra dirigere la politica, lo stato sociale italiano rischia di scomparire?

R. – No, lo stato sociale in Italia è fuori discussione. Credo si tratti soltanto di farlo funzionare meglio, di assicurarci del fatto che i soldi, che noi affidiamo al governo e che devono essere utilizzati per dare un sostegno alle famiglie, vadano soprattutto alle persone più bisognose. Oggi, questo avviene solo in parte, perché su 100 euro che noi spendiamo in trasferimenti sociali, solo tre vanno al 10% più povero della popolazione. Noi quindi vorremmo che si desse davvero priorità ai poveri nel nostro sistema di protezione sociale.

D. – Le pensioni minime sono sufficienti per una vita dignitosa?

R. – Certamente, le pensioni minime oggi sono relativamente basse, se noi guardiamo al loro importo. Per fortuna, molti pensionati combinano più pensioni e hanno anche altri redditi. Quindi, se noi guardiamo a quello che è successo in Italia durante questa lunga crisi, alla povertà, ci rendiamo conto che le fasce di popolazione che hanno davvero sofferto sono quelle al di sotto dei 65 anni. I tassi di povertà, quindi, sono aumentati in modo molto, ma molto forte. E le preoccupazioni più forti che noi oggi abbiamo, rispetto alle pensioni, riguardano le generazioni di lavoratori che hanno contratti temporanei, che hanno contratti cosiddetti precari, che hanno avuto periodi di disoccupazione. Queste sono persone che rischiano di arrivare all’età pensionabile con dei trattamenti davvero al di sotto della linea della povertà. E’ questa, quindi, la nostra preoccupazione centrale, in questo momento.

D. – Nella Legge di stabilità si aspetta ancora norme di flessibilità per l’accesso alla pensione?

R. – No, purtroppo questa Legge di stabilità, quella per il 2016, non conterrà delle riforme che siano tali da favorire questa maggiore flessibilità in uscita. E’ un peccato, perché credo che il momento fosse propizio per un’operazione di questo tipo ed è giusto, io credo,  – dato che abbiamo un sistema pensionistico che ha delle regole che  permettono una certa flessibilità in queste scelte – di accontentare coloro che hanno deciso di dedicare più tempo alla propria famiglia o ad altre cose che non siano strettamente legate al lavoro, e permettere invece a chi vuole continuare a lavorare di farlo. Tra l’altro, sarebbe stato un modo, soprattutto nel settore pubblico, di favorire quel ricambio generazionale che è davvero molto importante. Purtroppo, si è deciso di procedere altrimenti, con degli interventi molto parziali e limitati. C’è l’impegno comunque del governo, che mi sembra sia stato ribadito anche negli ultimi giorni, di fare questa operazione nel 2016. Speriamo che davvero sia l’anno in cui venga fatta questa operazione che crediamo sia molto importante.

D. – Molti si aspettano anche una rivalutazione delle pensioni…

R. – Qui invece la stabilità interviene per ridurre ulteriormente, per prolungare nel tempo, nel 2017, nel 2018, le misure introdotte da Letta, che erano delle misure che portavano a una sola parziale indicizzazione delle pensioni. Quindi, purtroppo, devo dire che, non solo non si va in quella direzione, ma addirittura si estende nel tempo questo blocco delle indicizzazioni.

D. – C’è ancora illegalità intorno al sistema pensionistico italiano?

R. – Sicuramente, c’è un problema molto serio di evasione contributiva. E devo dire che la priorità della nuova gestione dell’Inps è stata proprio quella di contrastare queste forme di evasione contributiva. La lotta all’evasione contributiva la si fa mettendo insieme tutte le banche dati: quelle nostre, dell’Agenzia delle entrate, quelle che noi possiamo raccogliere attraverso il Ministero del lavoro, l’Istat, per riuscire davvero ad identificare quali siano le realtà che sono a maggiore rischio di evasione contributiva. E i risultati di questa iniziativa si vedono già: abbiamo avuto un incremento dei contributi nell’ultimo anno, che è al di là di quello che ci aspettavamo anche alla luce del miglioramento comunque dell’economia italiana.

D. – Ci sono persone che prendono la pensione senza averne diritto, sfuggendo ai controlli?

R. – Ci sono delle persone che prendono la pensione e non ne hanno diritto, ci sono delle persone che prendono di più probabilmente di quello a cui avrebbero diritto. Sono tutte cose che, chiaramente, nell’ambito di queste analisi messe a punto, di queste diverse banche dati, noi riusciamo ad identificare. È un fenomeno che riusciamo a ridurre sempre di più. Per esempio, abbiamo avuto un problema molto serio per quanto riguarda l’erogazione di pensioni all’estero. Abbiamo adesso stretto delle convenzioni: qualche giorno fa, era in visita qui a Roma la presidente del sistema pensionistico rumeno. Sono molti per esempio i pensionati italiani che si trovano all’interno di questo Paese: noi non abbiamo le notifiche quando ci sono dei decessi e quindi continuiamo a erogare delle pensioni. Su questo prevediamo adesso delle misure di controllo molto più serie.

D. – Presidente Boeri, in Italia non ci sono troppi enti previdenziali?

R. – In Italia, è stata avviata un’operazione molto importante di fusione di grandi enti previdenziali: l’Inps attuale nasce dalla fusione tra l’Inps – che storicamente è stato l’Inps per i dipendenti del settore privato, principalmente, l’Enpals – e l’Inpdap, che raccoglieva i dipendenti pubblici. Nel panorama europeo, è l’ente previdenziale più grande in rapporto alla popolazione, anche dal punto di vista della massa che mette in moto, del volume delle erogazioni in rapporto al Prodotto interno loro. È davvero un ente molto grande. Io mi auguro sempre che si continui in questa direzione, perché ci sono dei vantaggi nel gestire in comune queste risorse. Ci possono essere dei settori che temporaneamente soffrono e quindi c’è anche una forma, se vogliamo, di solidarietà e di condivisione del rischio nell’avere un unico serbatoio, un’unica gestione, un’unica amministrazione che gestisce queste realtà tra di loro molto diverse. Però, chiaramente, se altre categorie decidono di continuare per la loro strada, nella misura in cui sono sostenibili e riescono a tenere sotto controllo e a reggere le sfide imposte dalla demografia, non vedo nulla di sbagliato in tutto questo.

D. – I migranti migliorano il sistema pensionistico italiano?

R. – Lo aiutano moltissimo e lo vediamo anno per anno, perché i contributi dei lavoratori migranti sono davvero importanti e migliorano anno per anno i conti previdenziali. Si tratta, come dicevamo prima, del fatto che abbiamo un problema di invecchiamento della popolazione. Invece, gli immigrati sono giovani, sono persone che pagano i contributi quando hanno un lavoro regolare. Non pochi di questi immigrati vengono da noi, pagano i contributi, poi tornano al Paese di origine o vanno in altri Paesi, e non ricevono i trattamenti previdenziali a cui avrebbero diritto. Questo in virtù di norme passate o semplicemente perché non sono consapevoli di questi loro diritti previdenziali. Non solo quindi finanziano anno per anno, ma addirittura di più di quello che dovrebbero perché poi non percepiscono le pensioni che questi contributi dovrebbero alimentare.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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