Non vuoi fare nessuna donazione?

Ecco 5 modi per aiutare Aleteia

  1. Prega per il nostro team e per il successo della nostra missione
  2. Parla di Aleteia nella tua parrocchia
  3. Condividi i contenuti di Aleteia con amici e familiari
  4. Disattiva il tuo AdBlock quando navighi nel nostro portale
  5. Iscriviti alla nostra Newsletter gratuita e non smettere mai di leggerci

Grazie!
Il team di Aleteia

iscriviti

Aleteia

Vi racconto la Chiesa uscita dal Concilio Vaticano II

Marko_Vombergar-CC
Condividi

“Non ha mancato né di coraggio né di fedeltà”

Non è un segreto che, in certi ambienti, persista una forte ritrosia ad accettare che il Vaticano II abbia rappresentato, in alcune problematiche, una qualche discontinuità con il passato. E non l’accettano perché convinti che ciò comporterebbe una contrapposizione tra la Chiesa di prima del Concilio e la Chiesa post-conciliare. Ma è un errore! La Chiesa di Cristo è sempre la stessa, con le sue verità di fede, la sua Tradizione, il suo Magistero. E comunque, come si sottolineava nella costituzione Dei Verbum, è sempre possibile uno sviluppo della dottrina: “Cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse”.

Basti pensare alla dichiarazione Nostra aetate, che dopo duemila anni cancellò l’accusa di deicidio nei riguardi degli ebrei. O la dichiarazione Dignitatis humanae, che riconobbe solennemente la libertà di coscienza, condannata in passato da alcuni Pontefici. E questi, non sono forse esempi di continuità con la Tradizione e, insieme, di cambiamento? Nel famoso discorso sulla “giusta interpretazione” del Concilio, un discorso che andrebbe riletto per bene, Benedetto XVI concluse dicendo che la natura della vera riforma consiste proprio in “questo insieme di continuità e discontinuità a livelli diversi”.

E allora, perché questi timori? Perché non riconoscere che, grazie al Concilio, la Chiesa ha dimostrato la sua capacità – come aveva fatto, del resto, anche ai Concili di Nicea e di Trento – di cambiare cose che per tanto tempo erano invece sembrate immutabili? C’è il rischio, altrimenti, di indebolire, se non di banalizzare, la grande novità che il Vaticano II ha rappresentato. O, peggio ancora, con questo insistito e unilaterale richiamo alla continuità, c’è il rischio di depotenziare l’unica vera possibilità di attirare l’attenzione delle nuove generazioni, già così prevenute verso la Chiesa, considerata una istituzione immobile, incapace di cambiare, di rinnovarsi.

Ma c’è un altro pregiudizio, o comunque un luogo comune, dal quale bisognerebbe liberarsi. Quello, cioè, di attribuire al Vaticano II – dandone così un giudizio negativo la responsabilità dei danni e degli eccessi, che hanno purtroppo lastricato il cammino post-conciliare. “L’albero si vede dai frutti”, si è soliti dire. Ma è sempre vero? Se arriva la grandine, i frutti cadono a terra prima di maturare o marciscono rapidamente. E allora, è colpa dell’albero? E’ colpa del Concilio, se una insufficiente attuazione o una errata interpretazione dei testi conciliari hanno provocato dei guasti nella comunità ecclesiale?

E’ successo proprio questo con la riforma liturgica. All’inizio, non si prestò adeguata attenzione alla progressiva scomparsa del latino – malgrado il Vaticano II ne avesse raccomandata la conservazione – sotto l’incalzare frenetico delle altre novità liturgiche. E poi, man mano che passavano gli anni, s’è verificato un continuo “impoverimento” delle Eucarestie domenicali, spesso ripetitive, di routine: e dove – tra canti banali, assenza di momenti di silenzio e di raccoglimento, e la famosa “partecipazione attiva” dell’assemblea ridotta a gesti esteriori, alle parole – si è avvertita sempre meno la presenza di Cristo. Ma, tutto questo, era la diretta conseguenza di una mancata formazione liturgica dei fedeli e, prima ancora, dei pastori. E non si può perciò attribuirlo a una riforma, la prima del Concilio, e che oltretutto aveva anticipato i fondamenti di una nuova ecclesiologia, e la straordinaria apertura alle tradizioni, alle culture e all’indole dei vari popoli.

Ed ecco perché è necessario “tornare al Concilio”, come diceva Giovanni Paolo II. E tornare a quell’evento, oggi, significa anzitutto conoscerne i documenti, capire quel che i padri conciliari avevano voluto affermare. E poi, significa recuperare il senso autentico del Vaticano II, e cioé la portata storica del disegno riformatore che da lì era uscito, e che, cinquant’anni dopo, non ha perduto niente della sua fecondità, della sua attualità. Papa Francesco ha già rimesso in moto il processo delle riforme, pastorali e istituzionali. Ma è evidente che a quest’impresa dovranno dare il proprio contributo tutti i membri del popolo di Dio, e i laici per primi. Soltanto così, il Concilio Vaticano II potrà essere la “bussola” che guiderà i cristiani sulla strada della nuova evangelizzazione. E potrà dare – con il sostegno spirituale del Giubileo della Misericordia – un “supplemento d’anima” a una umanità in crisi profonda.

Pagine: 1 2

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni