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“Mi chiamo Aweis e cerco libertà”

Chiara Santomiero - Aleteia - pubblicato il 05/11/15

L’odissea di un giovane somalo che in fuga dal suo paese ha attraversato il deserto e il mare per raggiungere Lampedusa e un luogo senza guerra

“Non tornare a casa”. Basta una frase sola, sussurrata al telefono, senza aggiungere spiegazioni, trattenendo le emozioni nella voce, a cambiare di colpo tutta una vita. Aweis Ahmed, l’idolo della nazionale giovanile di calcio della Somalia, il fortunato gestore di un avviato negozio di cd e dvd, marito, figlio, fratello, amico di tanti, diventa il fuggiasco Aweis, senza documenti, senza soldi, senza una camicia di ricambio. La sua ricerca di libertà in un Paese travolto da oltre 20 anni di guerra civile, dominato da pirati tribali ricchi e straccioni, sempre in balia di fragili prove di vita democratica destinate a fallire, è la storia di molti rifugiati che chiedono protezione e asilo nei paesi europei.

La fuga di Aweis comincia agli inizi del 2008 dal Kenya, solo la prima tappa di un lungo percorso attraverso l’Uganda e il Sudan verso la Libia e poi l’Europa. Ad ogni frontiera lo stesso cuore in gola per i controlli di polizia e militari, passando di mano in mano ai trafficanti; ad ogni frontiera scende il valore della persona umana e si alza il prezzo in banconote del passaggio.

Odissea di Aweis

In Sudan Aweis trova suo cognato e decidono di attraversare il deserto insieme, facendosi coraggio a vicenda. Una manciata di giorni e saranno in Libia, promettono i trafficanti, ma non è così. E il prezzo da pagare si conta adesso in vite umane.

Anche Aweis, sfinito, cade in coma. Quando riapre gli occhi ha davanti a sé degli ufficiali libici: “Ti abbiamo salvato”. Ma da queste parti niente niente è gratis. Anche a un clandestino che ha indosso soltanto dei pantaloncini si possono spremere soldi: basta che telefoni ai familiari in Somalia e li scongiuri di aiutarlo mentre viene picchiato. Per poco il “gioco” non gli riesce: Aweis telefona a sua madre, ma lei che lo crede morto, non lo riconosce. Più delle botte e delle sevizie dei militari, più dell’inferno del carcere in cui lo tengono rinchiuso, è il dolore provocato a sua madre e il senso di colpa che feriscono Aweis. Dopo la “liberazione”, grazie ai soldi mandati da suo fratello, l’ex calciatore passa due mesi in un appartamento di Tripoli rifiutandosi di avere qualsiasi contatto con il mondo di fuori. Aspetta solo l’occasione per il viaggio in mare verso l’Italia su una qualche imbarcazione di fortuna, affidando la vita a nuovi trafficanti. Dietro di sé morte certa, davanti il mare e una probabilità: cosa sceglierebbero tutti quelli che si indignano di fronte ai migranti che tentano la sorte stringendo in braccio i figli? Le compagne di traversata di Aweis, ragazze siriane ed eritree, violentate e abusate più volte durante il viaggio – una culla il figlio avuto mentre era in un centro di detenzione in Libia e di cui ignora chi possa essere il padre – non hanno dubbi.

Ottomila dollari e sei mesi dopo, Aweis raggiunge Lampedusa e l’Europa. Pensa che sia tutto finito e invece è solo l’inizio di un’altra odissea. Il sistema di protezione italiano non è in grado di offrire una rete che aiuti i rifugiati a trovare sistemazioni di vita dignitose dopo la fase di prima accoglienza e “libertà” ha un sapore di cenere quando Aweis si trova a dormire tra i rifiuti dell’ex ambasciata somala a Roma e a dipendere per la sopravvivenza dai pasti della mensa del Centro Astalli per i rifugiati dei gesuiti o della Caritas, grazie al passa parola dei tanti come lui che si incontrano alla stazione Termini. Tra l’indifferenza di chi gli passa accanto, italiani o turisti fortunati a cui il passaporto in regola garantisce di poter girare il mondo senza doversi guardare le spalle.

Aweis oggi ha una casa e un lavoro in Italia e nuovi amici, tra i quali gli operatori del Centro Astalli che lo hanno aiutato nel suo difficile percorso di inserimento in un Paese, in una lingua e una cultura diversi. Ha provato a farsi raggiungere da sua madre, ma un tentativo attraverso lo Yemen, a sua volta sconvolto dai gruppi jihadisti, è fallito. Aweis non sa se rimarrà per sempre nel nostro Paese ma è ottimista: è un credente e la sua fede gli dà coraggio. A volte ripensa ai ragazzi morti nel deserto, a suo cognato e alla telefonata a casa che non arriverà mai, e la voce si spezza. In italiano ha imparato a dire: “Non mollo mai”.

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