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10 cose che ho imparato dopo la morte di mio figlio

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“Sono una persona nuova, una persona migliore…”

di José Moreno Losada

Dio chiama e invita con la seduzione della gioia di vivere, mai della fuga dalla debolezza o dalla morte. Ci chiama ad affrontare la morte con le armi dell’autenticità e di ciò che è durevole, nella verità dell’amore liberatore e trasformatore, che si è manifestato pienamente nel crocifisso risorto. E posso dire di averlo sperimentato – e per questo lo propongo per la meditazione dalla prospettiva della Pasqua cristiana, per la passione e morte di Gesù di Nazaret, presente nella storia – nell’esperienza di persone che hanno dovuto affrontare la morte in un modo unico: veder morire cioè i propri figli. Questa esperienza ha fatto vedere loro la vita e il mondo in modo completamente diverso. Quando l’uomo affronta la verità della vita e accetta la morte, nascono criteri di vita del tutto nuovi.

Due amici professori, colleghi all’Università dell’Estremadura, che ho conosciuto meglio dopo la morte del loro unico figlio e ai quali mi unisce un cammino e un processo di lutto nel quale mi hanno permesso di entrare, mi hanno invitato tempo fa ad accompagnarli un giorno all’associazione Por ellos.

Dopo la morte del figlio, hanno trovato in questa associazione un luogo di vita e di consolazione unica; ci sono genitori che hanno visto morire i propri figli, alcuni molto di recente, altri mesi o anche anni fa; insieme condividono cammino, esperienze e vita. Le loro situazioni personali, psicologiche, economiche, culturali, politiche, religiose ecc. sono molto diverse, ma hanno tutti in comune il fatto di aver perso un figlio amato, e il loro cuore è spezzato dalla stessa esperienza. Li unisce il dolore.

Volevano che partecipassi a qualche incontro e che in qualche modo esponessi il pensiero cristiano sulla morte umana e sulla risposta credente a questo evento. Sono rimasto colpito dall’incontro, perché ho avuto l’opportunità di mettere in discussione molte delle spiegazioni che in genere offro in classe sul tema della morte e della speranza cristiana. È stata una grande esperienza personale: portavo i miei foglietti per condividere la lezione e sono tornato avendo imparato io la lezione.

Avevo pensato molto a come porre la cosa, vista la situazione e la pluralità di situazioni e atteggiamenti. Avevo portato qualche appunto, ma poi si è imposta la realtà: bisognava partire dalla vita ed essere diretti. Tre punti mi sembravano fondamentali, e in essi volevo essere particolarmente ricettivo: il concetto di Dio che hanno ricevuto e con il quale vivono; l’atteggiamento davanti a Dio (Giobbe e la crisi di Dio); Cristo crocifisso e i segni di resurrezione che hanno scoperto e stanno scoprendo dalla morte dei figli.

In base alle loro risposte, e partendo da questa esperienza dolorosa d’amore, vi offro questo decalogo della vita sorto dall’esperienza della morte. Come segni del Risorto, i genitori feriti d’amore mi hanno detto e mi hanno regalato questo tesoro nelle loro espressioni:

1. “Mi sono reso conto della fragilità umana”

Di fronte a tutte le differenze che abbiamo a livello sociale, economico e politico, siamo tutti molto fragili; in pochi minuti possiamo rimanere senza niente, e tutto ciò che sembrava qualcosa svanisce. Vivere sapendo che siamo tutti fragili e che tutti abbiamo bisogno degli altri è fondamentale. Quando ci amiamo nella fragilità, troviamo una ragione per essere felici. Non fuggire dalla fragilità, abbracciala in te e negli altri e unisciti per essere forte: “Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Filippesi 2, 7-8).

2. “Mi ha resa compassionevole”

Prima mi addoloravano alcune cose, quelle molto personali, ora di fronte al dolore non riesco a passare oltre, qualsiasi dolore mi interpella e voglio stargli accanto; si è sviluppata in me la vera compassione; desidero stare accanto a chi soffre ed essere un sollievo, condividendo il suo cammino e il suo peso; quando lo faccio, la compassione mi cura e mi guarisce, e soprattutto mi consola. Il dolore è un dolore per l’incontro e per la fraternità, per l’amore, per la compassione. Solo la compassione ci rende felici; senza compassione non c’è gioia, è lì la perfezione di Dio: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Luca 6, 36).

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