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Gimmi, il senzatetto che ha per casa il Cielo

Marinella Bandini - Aleteia - pubblicato il 02/11/15

Dopo la morte della moglie, passava i giorni e le notti sulla panchina davanti alla parrocchia romana di San Pio V. Con quella benedizione per tutti sulle labbra

Il signor Gimmi se n’è andato all’inizio di ottobre. In realtà il suo nome era Jaime Ernesto Alvaro Martinez, ed era originario del Perù. Lo conoscevano tutti nel quartiere e molti si fermavano volentieri a salutarlo e a scambiare due parole. “Dios te bendiga” erano le parole che aveva sempre sulla bocca. Da qualche anno passava le sue giornate sulla panchina davanti alla chiesa di San Pio V, a Roma, pochi chilometri dal Vaticano, dopo la morte della moglie. È arrivato a un certo punto, ma sembrava come se fosse stato sempre lì, su quella panchina, quasi una colonna di questa chiesa, da cui non voleva staccarsi neanche la notte, magari per dormire al caldo. Solo lo scorso inverno il parroco, don Donato, era riuscito a farlo dormire in una delle stanze della parrocchia, ma appena faceva giorno tornava lì davanti. Lui aveva deciso che ormai la sua casa era la chiesa, in cui entrava ogni mattina all’apertura per fare una preghiera davanti al Santissimo Sacramento e il segno della croce.

Insomma, Gimmi è quello che di solito chiamiamo mendicante, barbone, senzatetto. Ma la sua vita non è stata sempre sulla strada. Aveva una famiglia, un lavoro sicuro a Milano, un avvenire promettente, faceva sport, gli piaceva andare in barca a vela. La morte della moglie lo ha gettato nella disperazione e nella ribellione. Così è arrivato a Roma e presto ha conquistato la panchina davanti alla chiesa e le simpatie dei parrocchiani. La sua famiglia è in Perù, ma lui non è mai voluto tornare, forse si vergognava di farsi vedere così dalla mamma. Gli piaceva l’aranciata, era questo che chiedeva. Fumava le sigarette, il sigaro no, perché puzza e fa male. Aveva un carattere aspro quest’uomo ed era testardo, cosa che gli è costata più di qualche rappresaglia da parte di qualche banda di ragazzi.

E qualche litigata con i suoi compagni, lì sulla panchina. Ma era lui la calamita e il collante di questa sgangherata compagnia, era attorno a lui che si erano radunati. Come Christoff, tifoso della Lazio, mentre Gimmi era fieramente romanista. Sul calcio erano sempre pronti, anche quando avevano alzato un po’ troppo il gomito. Lo avevano rimesso in sesto nell’estate del 2014: un ricovero in ospedale e poi di nuovo di fronte alla chiesa, questa volta con una stampella. Poi aveva cominciato a lasciarsi andare. Con l’estate è arrivata anche la carrozzina, poi ha cominciato a rifiutare anche il cibo, fino all’ultimo ricovero.

Queste alcune parole del parroco, ai funerali: “Le strade misteriose della vita lo hanno portato a Roma qui da noi, sulla soglia della chiesa. Ora è sulla soglia del paradiso, ad aspettare il suo turno di entrata, perché Dio di sicuro lo ha abbracciato dopo la fatica di questa vita, Lui che è venuto per i poveri e gli sconfitti. Alla fine dei tempi sarà Gimmi ad aspettarci ma allora le cose saranno cambiate: sarà lui, secondo la rivelazione di Gesù, a decidere chi entra, chi è riuscito a vedere nel suo volto la persona di Cristo affamato e assetato. Gimmi non si credeva degno della misericordia di Dio ma nel suo cuore la cercava sempre. E questa misericordia avrà trovato di sicuro, più forte di ogni errore e di ogni male”.

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