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Ama il tuo nemico: ovvero, non ne hai

© Julian Kumar / GODONG

Ícone ortodoxo de Jesus no Getsêmani

Timothy P. O'Malley - pubblicato il 30/10/15

Gesù stesso è diventato una vittima di questo desiderio umano di vedere l'altro come un nemico, uno la cui voce dev'essere eliminata

Insegnare le Scritture agli studenti universitari mi fa spesso ricordare la caratteristica profetica del Vangelo. Per via del rancore nei confronti del Sinodo da parte dei commentatori cattolici, giornalisti o teologi, questo semestre mi sono sentito particolarmente in sintonia con il comandamento di Gesù di amare il nemico:

Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt 5, 43-48).

Il contesto storico di questo passo è molto probabilmente la reinterpretazione da parte di Gesù di quello che costituisce il regno di Dio. L’aspettativa che Dio sollevasse Israele per conquistare i romani, rappresentando la giustizia divina sull’oppressore, è ininterrotta nei Vangeli. Ciò che viene invece richiesto per la cittadinanza del regno di Dio è la politica della croce, in cui il nemico, l’outsider, deve diventare il vicino che amiamo come il Padre ci ha amati per primo. In questo contesto, il Vangelo di Gesù, che è la parusia del regno di Dio, ha bisogno dell’eliminazione del nemico in quanto nemico. Ciò che viene richiesto è un amore cruciforme che vede tutta l’umanità come destinata ad essere cittadina del regno di pace.

Le parole di Cristo, rivolte all’Israele della sua epoca, riecheggiano oggi nella Chiesa. I nostri “nemici” non sono più i romani, ma i vescovi tedeschi, il papa, i giornalisti del New York Times, i teologi conservatori e liberali, i bloggers di sinistra e di destra e chiunque riteniamo una minaccia al fiorire della Chiesa nel mondo moderno. Il problema con il discorso attuale nella Chiesa non è la presenza del disaccordo. Le argomentazioni teologiche e pastorali sono state presenti in momenti fondamentali della vita della Chiesa, inclusi il Concilio di Gerusalemme, i Concili di Nicea e Calcedonia, il Concilio di Trento ed entrambi i Concili Vaticani, solo per nominarne alcuni. In mezzo a un disaccordo spesso virulento tra vescovi che spesso hanno agito con motivazioni miste, sono sorti dogmi, dottrine e pratiche pastorali fondamentali per l’identità cattolica.

La vera preoccupazione intorno al dibattito sinodale è che i nostri disaccordi sono diventati occasioni con cui il nostro interlocutore diventa il nemico. Piuttosto che presumere la buona volontà di colui con il quale non siamo d’accordo, creiamo un nemico immaginario che ci piace abbattare con attacchi verbali o attribuendo al nostro “nemico” motivazioni che abbiamo immaginato.

Amare il tuo nemico non è accettare una tolleranza benigna e sbiadita in cui si passa sopra a un disaccordo serio, ma ricordare che la persona con cui non sono d’accordo un giorno, a Dio piacendo, parteciperà con me al discorso di lode nella città di Dio. Nel frattempo, può essere la mia vocazione come teologo e giornalista, blogger e vescovo, come cattolico battezzato e ordinato che conduce un’esistenza cristiana nel mondo dibattere a favore o contro certe proposte. Ma almeno in base alle regole d’ordine del regno di Dio, ho il dovere di vedere questo interlocutore come un vicino, come un pellegrino che cerca di vedere Dio faccia a faccia.

Ad essere onesti, è un insegnamento complicato. È ben più soddisfacente immaginare un mondo di nemici potenziali, che cospirano tutti contro di me. C’è un piacere disordinato nel disprezzare o mettere da parte il mio nemico. Gesù stesso è diventato una vittima di questo desiderio umano di vedere l’altro come un nemico, una persona la cui voce va eliminata. Ma continuando a fare degli altri cristiani dei nemici rinnoviamo il ciclo di violenza che Gesù è venuto a sconfiggere nella sua croce e risurrezione. Ignoriamo la legge del regno che ci ha dato la sera prima di morire: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 34-35). È difficile amare gli esseri umani come ha fatto Gesù, ma quando mai Gesù ha detto a qualcuno che la cittadinanza del regno di Dio sarebbe stata un gioco da ragazzi?

Per via dell’importanza della questione del Sinodo su matrimonio e famiglia, i dibattiti andranno avanti, ma se continuiamo a vedere le persone con le quali non siamo d’accordo come nemici, falliamo nel proclamare la buona novella del regno di Dio a tutto il mondo – una proclamazione che è la vocazione fondamentale della Chiesa nel mondo. Per quanti hanno una carriera che implica necessariamente la partecipazione a questi dibattiti, sarebbe saggio ricordare che amare il nemico significa alla fin fine che non c’è alcun nemico da odiare. Solo futuri cittadini nella lode eucaristica della città di Dio.

Timothy P. O’Malley, PhD, è direttore del Notre Dame Center for Liturgy presso l’Institute for Church Life e Associate Professional Specialist presso l’Università di Notre Dame. È autore di Liturgy and the New Evangelization: Practicing the Art of Self-Giving Love ed editore del blog del Center for Liturgy, Oblation.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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